Capitolo 1
DELLA NASCITA E LUOGO D’ORIGINE
DI GIOVANNI DI DIO
Nell’anno del
Signore 1538, regnando in
Spagna l’imperatore Carlo V, arcivescovo della città di Granata [era] don
Gaspare de Avalo, insigne,
prudente e buon pontefice, il quale ai suoi tempi ebbe la gioia di veder
fiorire nel suo vescovato uomini che si segnalarono per santità e virtù, tra i
quali ve ne fu uno che, sebbene fosse povero, umile e spregevole agli occhi
degli uomini, tuttavia era molto stimato agli occhi di Dio, sì che meritò di portare il suo nome:
Giovanni di Dio.
Di nazione
portoghese, questi nacque in un paese chiamato Montemor-o-Novo, che si trova
nel vescovato di Evora, nel regno del Portogallo, da genitori di media
condizione, non ricchi né del tutto poveri.
Crebbe in casa
dei genitori fino all’età di otto anni, quando a loro insaputa venne portato da
un chierico nella città di Oropesa, dove visse molto tempo in casa di un
brav’uomo, chiamato il Mayoral.
Giunto ad età
conveniente, costui lo mandò in campagna insieme agli altri suoi servitori che
guardavano il gregge. Ivi attendeva a prendere e portare l’approvvigionamento
necessario con ogni diligenza, perché, essendogli venuti a mancare i genitori
in così tenera età, procurò di compiacere e servire questo brav’uomo nella menzionata
occupazione e come pastore tutto il tempo che stette in casa sua. Per questo i
suoi padroni gli volevano molto bene, ed era amato da tutti.
Essendo ormai
giovane di 22 anni, gli venne la volontà di andare in guerra, e si arruolò in
una compagnia di fanteria d’un capitano di nome Giovarmi Ferruz, che allora il
conte di Oropesa inviava al servizio dell’Imperatore per soccorrere
Fuenterrabía, che era stata occupata dal re di Francia.
Mosso Giovanni
dal desiderio di vedere il mondo e godere di quella libertà che comunemente
sogliono prendersi coloro che vanno in guerra correndo a briglia sciolta per il
cammino largo (benché faticoso) dei vizi, incontrò in essa molti travagli e si
vide in molti pericoli.
Trovandosi,
infatti, in quella frontiera, un giorno a lui e ai suoi compagni venne a
mancare l’approvvigionamento. Essendo egli giovane e molto volenteroso si offri
per andare a cercare da mangiare presso certi casali o fattorie, che si
trovavano un po’ distanti da loro. Per potere andare e tornare più presto,
montò su una giumenta francese, che era stata presa ai nemici. Arrivato a circa
due leghe da dove era partito, la giumenta, riconoscendo i luoghi nei quali di
solito andava, cominciò a correre furiosamente per rientrare nella sua terra.
Siccome, però, non aveva per briglia che una cavezza, con la quale Giovanni la
guidava, non fu possibile trattenerla, e corse tanto per le falde di un monte
che lo scaraventò contro alcune rupi, dove rimase per oltre due ore, senza
parola, buttando sangue dalla bocca e dalle narici, completamente privo dei
sensi, come un morto, senza che vi fosse alcuno che potesse vederlo ed aiutarlo
in tanto pericolo.
Ripresi i
sensi, tormentato dal colpo ricevuto per la caduta e visto il rischio di
incorrere in altro non minor pericolo di esser fatto, cioè, prigioniero dai
nemici, si sollevò da terra come meglio poté, senza quasi poter parlare, si
mise in ginocchio e, alzati gli occhi al cielo, invocò il nome di nostra
Signora la Vergine Maria, della quale fu sempre devoto, cominciando a dire:
«Madre di Dio, venite in mio aiuto e soccorso, pregate il vostro santo figlio
che mi liberi dal pericolo in cui mi trovo e non permetta che venga preso dai
miei nemici».
Poi, sforzandosi alquanto e preso in mano un palo
ivi trovato, col quale si aiutava, si mise in cammino e piano piano giunse dove
stavano i suoi compagni ad aspettarlo. Avendolo visto così mal ridotto e
credendo che lo avessero incontrato i nemici, gli chiesero che cosa fosse
accaduto. Egli raccontò loro quanto gli era occorso con la giumenta, ed essi lo
fecero mettere a letto e sudare, ponendogli molti panni addosso. Così di lì a
pochi giorni, guarì e stette bene.
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Capitolo 2
D’UN ALTRO CASO CAPITATO A GIOVANNI
IN GUERRA CHE FU MOTIVO PER LASCIARLA
Non passarono
molti giorni che venne a trovarsi in altro pericolo maggiore di questo, ed è il
seguente.
Il suo capitano
gli aveva dato in custodia certa roba, che era stata presa ad alcuni soldati
francesi. Essendosi egli distratto e non avendola messa al sicuro, gli fu rubata.
Quando il
capitano lo seppe, montò in tanta collera che, senza volere ascoltare le
preghiere che gli rivolgevano in suo favore molti soldati, ordinò che fosse
impiccato ad un albero.
Avvenne che si
trovò a passare di là una persona generosa, per la quale il capitano aveva
rispetto, e, conosciuta la causa della condanna, lo pregò di non fare eseguire
l’ordine, contentandosi che Giovanni non gli comparisse più davanti e lasciasse
subito il campo.
Vedendo
Giovanni il pericolo in cui si trovava la sua vita e la cattiva ricompensa che
il mondo dà a chi più lo segue, decise di tornarsene ad Oropesa a casa del suo
padrone il Mayoral, e riprendere la vita quieta di pastore che conduceva prima,
parendogli in tutto molto più sicura che non quella della guerra.
Il suo padrone
provò una gran gioia nel rivederlo, perché l’amava come un figlio, essendo
Giovanni fedele e diligente, ed era cresciuto in casa sua.
Questa seconda
volta rimase con lui, servendolo, quattro anni, in capo ai quali, poiché i
giovani non sogliono star fermi e non si accontentano di poca esperienza,
stando un giorno con i suoi compagni a custodire il gregge in campagna, venne a
sapere che il conte di Oropesa andava con uomini in Ungheria al servizio
dell’imperatore, il quale si era recato a Vienna per fermare l’avanzata del
Turco da quella parte.
Informatosi
bene di ciò, Giovanni, dimentico di quanto gli era accaduto a Fuenterrabía,
decise di arruolarsi al seguito del conte, come effettivamente si arruolò.
Durante tutto
il tempo che il conte stesse in Ungheria nel campo dell’Imperatore, Giovanni
servì con molta diligenza nella sua casa, sì che era amato da tutti.
Finita la
guerra e ritiratosi il Turco, il conte tornò per mare in Spagna e, sbarcando
nel porto della Coruña, si recò a Oropesa. Giovanni sbarcò con lui.
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Capitolo 3
COME GIOVANNI
DI DIO TORNÒ
NELLA SUA TERRA
E DI QUELLO CHE GLI ACCADDE
Allorché,
dunque, il conte sbarcò, Giovanni ebbe un gran desiderio di andare nella sua
terra, perché di là il cammino gli sembrava comodo e perché non vi era mai
tornato da quando ne parli bambino, e per aver notizie dei suoi genitori e
parenti.
Si mise in
cammino e giunse a Montemor-o-Novo, e, chiedendo dei propri genitori, nessuno
dei suoi parenti lo riconobbe, essendo andato via dalla terra quand’era tanto
piccolo, né sapevano dargli informazioni di essi perché non sapeva neppure il
nome dei suoi genitori.
Andando dagli
uni agli altri, s’imbatté in un suo zio, vecchio onorato e di buona vita, e,
parlando con lui, questi, sia per le indicazioni che dava dei suoi genitori,
sia per la fisionomia del volto, lo riconobbe e gli chiese che n’era stato di
lui dopo che andò via da quella terra.
Giovanni di
Dio glielo narrò e lo mise al corrente di tutto quello che gli era accaduto
dopo che lo avevano portato via dalla casa di suo padre.
Dopo aver
parlato tutti e due gran parte della giornata, interrogandosi l’un l’altro, lo
zio gli disse:
«Figlio,
dovete sapere che vostra madre morì dopo pochi giorni che vi portarono via da
questa terra.
Dal suo dolore
e dalla pena che sentì per la vostra assenza, e perché non sapeva chi vi avesse
portato via, né dove né come vi avesse condotto così piccino, tutti capimmo che
tale pena le aveva accorciato tanto presto i suoi giorni e fu causa principale
della sua morte.
«E vostro
padre, vedendosi senza moglie e senza figli, se ne andò a Lisbona, dove entrò
in un monastero e ricevette l’abito del signor San Francesco, ed in esso fini
santamente i suoi giorni.
«Pertanto, se
volete, figlio, rimanere in questa terra e stare in casa mia, io vi aiuterò e
vi terrò in luogo di figlio, tutto il tempo che gradirete la mia compagnia,
come lo vedrete con i fatti».
Giovanni
risenti molto la morte dei suoi genitori, specialmente perché gli sembrava di
essere stato anch’egli causa delle loro pene, e ben lo dimostrava col pianto e
con molte parole di rammarico, sì che mosse alle lacrime anche lo zio.
Lo ringraziò,
quindi, della sua intenzione e di quanto aveva fatto per lui: e, vedendosi
senza genitori, solo e non conosciuto dai suoi parenti, trascorso alquanto
tempo, gli disse: «Signor zio, giacché Dio ha voluto chiamare a sé i miei
genitori, è mia volontà di non rimanere in questa terra, ma di cercare un luogo
dove io possa servire nostro Signore fuori del luogo nativo, come fece mio padre,
lasciandomene tanto buon esempio. E poiché sono stato tanto cattivo e
peccatore, è giusto che, avendomi il Signore dato la vita, quella che mi rimane
la spenda nel fare penitenza e servirlo. E confido nel mio Signore Gesù Cristo
che mi darà la sua grazia perché io possa realmente mettere in pratica il mio
desiderio. Datemi, perciò, la vostra benedizione e raccomandatemi molto a Dio
perché mi conduca per mano, ed il Signore vi rimuneri per la buona intenzione
ed accoglienza che mi avete fatta in casa vostra».
E lo zio gli
diede la sua benedizione, ed abbracciandosi i due si separarono, non senza
abbondanza di lacrime, mentre il buon vecchio, mirando al cielo, gli diceva:
«Giovanni, andate felicemente, poiché io spero che nostro Signore vi assisterà
nell’attuare i vostri buoni desideri, e che le preghiere dei vostri buoni
genitori vi aiuteranno molto affinché possiate andare a tener loro compagnia».
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Capitolo 4
DI CIÒ CHE IN SEGUITO ACCADDE A GIOVANNI
DI DIO
Congedatosi
dallo zio e ricevuta la sua benedizione, se ne andò verso l'Andalusia e, in
terra di Siviglia, si allogò come pastore del gregge di una signora,
occupandosi per alcuni giorni in quel lavoro, nel quale era cresciuto e che
perciò gli piaceva sopra ogni altro.
Sembra
che nostro Signore abbia voluto così farlo esercitare per qualche tempo in
questi due lavori: della pastorizia e della guerra, che sono molto a portata di
mano e, specialmente quello della guerra, si addicono molto alla vita
spirituale, la quale all'uomo che l'ha intrapresa fa ben vedere che non gli
conviene mai lasciare le armi dalla mano, bensì combattere continuamente col
demonio, col mondo e con la carne, come appunto fece Giovanni. E si esercitò
anche nel lavoro della pastorizia, dovendo essere pastore e guida di tanti
poveri e bisognosi, ai quali con tanta amorevole industria procurò il cibo
spirituale e temporale e la cura del loro corpo.
Egli
perciò diceva che sentiva una gran pena allorché in casa del conte di Oropesa
vedeva nella scuderia i cavalli grassi e lucidi e ben coperti, ed i poveri
invece deboli ed ignudi e trattati male. E dentro di sé diceva: «E come,
Giovanni, non sarebbe meglio che tu attendessi a curare e nutrire i poveri di
Gesù Cristo, piuttosto che le bestie del campo?». Poi, sospirando, esclamava:
«Dio mi conceda un giorno di poterlo fare».
Con
questo veemente desiderio, e non vedendo ancora quale via nostro Signore gli
avrebbe aperto per servirlo (benché gliene avesse già dato la volontà), se ne
andava triste e non trovava tranquillità né riposo, né gli piaceva più stare a
guardare le pecore.
E
così, dopo essere stato alcuni giorni presso quella signora, un giorno,
pensando che cosa avrebbe dovuto fare per abbandonare il mondo, senti un gran
desiderio di andarsene nelle parti dell'Africa e vedere quella terra e
rimanervi qualche tempo; e lo pose subito in atto.
Licenziatosi,
pertanto, dalla sua padrona, si recò a Gibilterra, che è frontiera di Ceuta.
Siccome nostro Signore lo incamminava in modo che, esercitandosi in alcune
opere eroiche di carità, meritasse parte di quella grazia che poi gli avrebbe
concesso, a Gibilterra gli fece incontrare un cavaliere portoghese, il quale,
si recava a Ceuta, inviatovi in esilio dal re del Portogallo, a causa di alcuni
delitti commessi, per cui gli erano stati confiscati i beni e gli era stato
comandato di stare alcuni anni in quella frontiera.
Avendo Giovanni parlato con lui e manifestatagli la propria intenzione, quegli
si offrì di prenderlo con sé e fargli un ottimo trattamento e pagarlo molto
bene. Accordatisi in tal senso, i due s'imbarcarono e giunsero a Ceuta.
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Capitolo V
DI CIÒ CHE
ACCADDE A GIOVANNI DI DIO
FINO AL SUO
RITORNO IN SPAGNA
Giunti che furono tutti a Ceuta, quella terra fu tanto nociva al
cavaliere e ai suoi familiari, che per questo, come deve credersi, e per la
gran pena che sentivano nel vedersi esiliati e poveri, caddero tutti malati, il
che fu causa che finissero di spendere quel poco che avevano portato e trovarsi
così in estrema necessità.
Si videro perciò costretti a chiedere aiuto a Giovanni di Dio, che, per
quanto poco, era il maggiore che allora potevano avere, dato il luogo e la
circostanza. E così il cavaliere decise di chiamare Giovanni e confidargli in
segreto la sua grande necessità, dimostrandogli quanto fosse impellente per
mantenere quelle povere ed oneste ragazze, che erano cresciute nell’abbondanza;
e, non avendo essi altro aiuto, lo pregava di volersi recare a lavorare nelle
opere del Re, che allora si stavano eseguendo a Ceuta per la fortificazione di
alcune muraglie, sì che, con quello che gli dessero, avrebbero potuto mangiare
tutti.
Queste ragioni, che da se stesse commuovevano molto e specialmente il
cuore di Giovanni già così inclinato a qualsiasi opera che riconosceva essere
di servizio e gradimento a nostro Signore, furono per lui tanto persuasive che,
vedendosi aperta la via all’attuazione del suo desiderio, si offrì subito assai
volentieri a fare quello che gli si chiedeva; e così fece per tutto il tempo
che stette in casa di lui, consegnandogli ogni sera la paga della giornata ben
volentieri vedendo che con essa si mantenevano quelle povere ragazze e i loro
genitori.
Se accadeva talvolta che per qualche impedimento Giovanni non andava a
lavorare o avendo lavorato non gli davano la paga, essi non mangiavano; e così
tiravano avanti con molta pazienza e senza parlarne con nessuno.
Era tanto buona quest’opera e sembrava che fosse tanto gradita a nostro
Signore, che alcun volte Giovanni di Dio diceva di aver capito che nostro
Signore, per sua grande bontà, in quel tempo lo condusse ad esercitarsi in
quell’opera buona per meritare un po’ di quella grazia che poi gli concesse.
Vedendo però il demonio, nostro avversario, il frutto che da
quest’opera buona riportava chi la faceva e chi la riceveva, procurò d’impedirla
con la sua malizia abituale, e fu così: quelli che andavano a lavorare nelle
menzionate opere, dai ministri del Re venivano maltrattati, a fatti e a parole,
come se fossero schiavi; e perciò, non potendo essi usare della propria
libertà, trovandosi nella frontiera, ed andare in terra di cristiani, alcuni,
impazienti e, come si deve supporre, di cattivi costumi, fuggivano nella vicina
città di Tetuan e si facevano mori. Tra questi vi fu un compagno di Giovanni,
con cui aveva contratto amicizia, il quale, ingannato dal demonio, fuggi e andò
a farsi moro, senza avergli accennato nulla.
Fu tanto grande il dolore che sentì Giovanni di Dio per la sventura del
suo compagno, che non faceva se non piangere e gemere, dicendo: «Oh, povero me!
Qual conto dovrò io dare di questo fratello, che ha voluto così separarsi dal
grembo della santa Madre Chiesa e rinnegare la verità della sua fede per non
voler sopportare un po’ di travaglio!». E, mentre il suo pensiero era occupato
in tale immaginazione, il demonio gli andava suggerendo che ciò era accaduto
per colpa sua, e, non resistendogli Giovanni per la sua debolezza, giunse fin
quasi a persuaderlo di disperare della propria salvezza e di fare come aveva
fatto il suo compagno.
Ma nostro Signore, che teneva lo sguardo su di lui e lo destinava a
grandi cose, lo scosse, come suol fare, nella maggiore necessità, e si
compiacque di aprirgli gli occhi dell’anima e fargli comprendere il pericolo in
cui si trovava e provvederlo del rimedio necessario, che fu di guidarlo al medico
spirituale, com’egli stesso aveva già chiesto con molte lacrime e sospiri
implorando il soccorso della Vergine nostra Signora. Recatosi in un convento
dell’Ordine di san Francesco, che si trova lì a Ceuta, il Signore gli fece
incontrare un frate, dotto e di buona vita, al quale fece una lunga confessione
e scoprì le proprie piaghe; e quello gli diede il rimedio che allora conveniva,
ordinandogli espressamente, fra altre cose, di lasciare subito quella terra e
di tornarsene in Spagna per vincere del tutto quella diabolica tentazione,
perché essendo essa tanto grave richiedeva un efficace rimedio; il che fu da
lui attuato il più presto possibile, benché ne soffrisse molto pensando
all’aiuto che veniva a mancare ai suoi padroni. Vedendo però che ciò era necessario,
depose ogni altro pensiero, si recò da loro e disse che la sua partenza era
necessaria per la salvezza della propria anima, e non poteva quindi farne a
meno; che lo perdonassero; che egli avrebbe desiderato continuare a render loro
quel servizio con la medesima buona volontà avuta fino allora tutto il tempo
che fossero rimasti li, ma che nostro Signore comandava diversamente; che il
Signore, qual Padre, avrebbe avuto cura di loro soccorrendoli come aveva fatto
fino allora; che confidassero perciò in lui e gli dessero il permesso di
andarsene.
Non è possibile dire il dolore che padre e figlie sentirono a questa
notizia. Visto però che non se ne poteva fare a meno, gli diedero il permesso
piangendo tutti ed augurandogli che il Signore si compiacesse di dargli nelle
sue necessità quel soccorso che egli aveva dato loro, e così avesse sempre il
suo aiuto.
E con questo, si congedò da loro, s’imbarcò e giunse a Gibilterra.
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Capitolo 6
DI CIÒ CHE ACCADDE A GIOVANNI DI DIO
FINO ALL’ULTIMA SUA CONVERSIONE A DIO
Appena
Giovanni di Dio sbarcò a Gibilterra, si recò in una chiesa e, inginocchiatosi
dinanzi all'immagine di un crocifisso, rese molte grazie a nostro Signore,
dicendo: «Siate voi benedetto, Signore, ché la vostra bontà è tanto grande che,
pur essendo io un gran peccatore e tanto immeritevole, vi siete degnato di
liberarmi da sì grande inganno e tentazione, in cui per i miei grandi peccati
son caduto, e di condurmi al porto della sicurezza, dove mi sforzerò di
servirvi con tutte le mie forze, concedendomene voi la grazia; e vi supplico,
perciò, quanto posso, mio Signore, di volermela dare e di non distogliere da me
gli occhi della vostra clemenza, e degnarvi di indicarmi il cammino che devo
intraprendere per servirvi ed essere per sempre vostro schiavo, e dare
finalmente pace e tranquillità a quest'anima, trovando così ciò che tanto desidera, e con tanta ragione, poiché, Signore,
siete degnissimo che la vostra creatura vi serva e vi lodi e si doni a voi con
tutto il cuore e con tutta la volontà».
Rimase lì
alcuni giorni, durante i quali si preparò e fece una confessione generale; e
continuamente, ogni volta che poteva, entrava nelle chiese a pregare, e
chiedeva sempre a nostro Signore, con tutto il cuore e molte lacrime, che gli
perdonasse i peccati e gli aprisse la via in cui doveva servirlo.
Andava sempre
a lavorare secondo che trovava; e, siccome si contentava di poco per
sostentarsi, risparmiava danaro dalla paga giornaliera, e così giunse ad avere
una piccola somma, con la quale comprò alcuni libri devoti, catechismi
ed immagini su carta, per venderli a sua volta, andando da un luogo all'altro
dei dintorni. Gli sembrava, infatti, che con tale lavoro sarebbe vissuto in
maggiore tranquillità e più virtuosamente che non fino allora, ed avrebbe inoltre
giovato ad ogni sorta di gente, perché comprava anche dei libri profani e,
quando alcuni venivano a comprarne, approfittava dell'occasione per dir loro
che non comprassero quello ma un altro devoto e buono. Così li persuadeva e
consigliava loro di leggere buoni libri, dando anche buoni avvertimenti
specialmente ai fanciulli.
Con questa pia
industria insegnava ottime cose e dava, inoltre, a molto minor prezzo il libro
devoto perché lo comprassero, svilendo la merce temporale per vendere quella
spirituale, a motivo del guadagno eterno che voleva ricavarne. Altrettanto
faceva per le immagini, persuadendo tutti e dicendo che nessuno doveva esserne
privo, perché, vedendole, ravvivassero continuamente la devozione e
richiamassero alla memoria quanto esse ricordano e rappresentano; e lo stesso
per i catechismi, perché potessero insegnare la dottrina cristiana ai propri
figli.
Nel far questo
aveva tanta buona grazia ed era tanto umano ed affabile con tutti, che molti
compravano quello che non pensavano di acquistare, persuasi da quanto diceva
con tanto buon garbo ed amore.
In poco tempo,
pertanto, giunse ad aumentare il capitale spirituale e temporale, perché, oltre
all’opera buona che faceva, inducendo molti a leggere buoni libri (è notorio il
gran bene che da ciò risulta), accrebbe altresì il fondo dei libri, potendone
avere di più e migliori.
Sembrandogli,
però, molta fatica andare sempre col fagotto sulle spalle e di luogo in luogo,
decise di recarsi a Granata ed ivi stabilire la sua dimora, e così fece: vi si
recò all'età di 46 anni
e prese casa ed aprì bottega a porta Elvira, dove rimase svolgendo il suo
lavoro fino a quando nostro Signore si compiacque di chiamarlo per servirlo in
altro migliore.
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Capitolo 7
DELLA CONVERSIONE DI
GIOVANNI DI DIO AL SIGNORE
Essendo,
infatti, il buon Giovanni di Dio tutto preso dal suo lavoro, il Signore, che
non dimenticava la grazia che doveva fargli, si ricordò di lui, rivolgendo i
suoi occhi di misericordia sopra di lui ed innalzandolo ad un altro differente
lavoro, facendolo, da gran peccatore, gran penitente e giusto, e dispensiere
dei suoi poveri. E fu in questo modo.
Nel giorno del
beato martire san Sebastiano, nella città di Granata si faceva allora una festa
solenne nel Romitorio dei Martiri, che si trova nella parte alta della città,
di fronte all’Alhambra,
ed avvenne che vi andò a predicare un eccellente uomo, maestro in teologia,
chiamato il maestro Avila, luce e splendore di santità, prudenza e lettere, a
tutti quelli del suo tempo, e tale che, col suo buon esempio e con la sua
dottrina, nostro Signore, in tutta la Spagna, ricavò gran frutto tra le anime,
in ogni genere e stato di persone, tanto che su questo si richiederebbe una
narrazione molto particolareggiata. E siccome le sue prediche erano tali e tanto celebri, lo
seguiva, con molta ragione, un gran numero di gente, e così fu in quel giorno;
e fra gli altri andò ad ascoltarlo anche Giovanni di Dio.
Siccome il
terreno della sua anima era sufficientemente disposto, per le confessioni e gli
atti d carità che, come abbiamo detto, faceva, la parola di Dio in essa
fruttificò.
Quell’uomo di
Dio esaltava con vive ragioni il premio che il Signore aveva dato al suo santo
martire per aver sofferto tanti tormenti per amor suo, concludendo da ciò fino
a che punto un cristiano deve esporsi per servire il suo Signore e non
offenderlo, ma patire piuttosto mille morti.
Aiutato dalla
grazia del Signore, che diede vita a quelle parole, queste si fissarono
talmente nell’intimo del suo animo e furono così efficaci, che subito
mostrarono la loro forza e la loro potenza; poiché, terminata la predica, usci
di là, come fuori di sé, chiedendo ad alta voce misericordia a Dio e, in
dispregio di sé (come colui che davvero ormai stimava ciò che dev’essere
stimato), si gettava a terra e batteva la testa sui muri, e si strappava la
barba e le sopracciglia, e faceva altre cose, le quali facilmente davano a
tutti il sospetto che avesse perduto la ragione.
Facendo salti
e correndo, ripetendo le medesime parole, cominciò ad entrare in città, seguito
da molta gente, e specialmente da ragazzi, che gli gridavano dietro: «Al pazzo!
Al pazzo!»; e continuò fino alla sua dimora, dove aveva bottega e quanto
possedeva. Appena vi giunse, prese i libri che aveva e, con le mani e con i
denti, ridusse in molti pezzi quelli che trattavano di cavalleria e di cose
profane, e quelli, invece, che trattavano della vita dei santi e della buona
dottrina, li dava volentieri gratuitamente al primo che glieli chiedesse per
amor di Dio. Lo stesso fece per le immagini e per tutto il resto che aveva in
casa. E siccome coloro che ricevevano non venivano meno, in poco tempo rimase
senza capitale e privo di tutti i beni materiali, perché non si limitò soltanto
a questo, ma diede anche gli indumenti che aveva addosso, spogliandosene e
dando ogni cosa, si che non gli rimase se non la camicia e un paio di calzoni,
che ritenne per coprire la sua nudità.
E così, nudo,
scalzo e col capo scoperto, tornò nuovamente a gridare per le strade principali
di Granata, volendo, nudo, seguire Gesù Cristo nudo, e farsi totalmente povero
per colui che, essendo la ricchezza di tutte le creature, si fece povero per
mostrare ad esse il cammino dell’umiltà. In questo modo Giovanni andò chiedendo
misericordia al Signore per le strade di Granata, e, seguendolo molta gente per
vedere quello che faceva, giunse alla chiesa maggiore,
dove, messosi in ginocchio, cominciò a gridare dicendo: «Misericordia,
misericordia, Signore Dio, di questo grande peccatore che vi ha offeso!». E,
graffiandosi , dandosi schiaffi e percosse e buttandosi a terra, non cessava di
piangere e dar grida e chiedere al Signore perdono dei suoi peccati.
Era tanto
quello che faceva, che, essendo stato visto da persone onorate, queste, mosse a
compassione e considerando che quella non era pazzia, come comunemente si
giudicava, lo alzarono da terra e, confortandolo con amorevoli parole, lo
condussero nella dimora del padre Avila, per la predica. Ed egli ordinò a tutta
la gente che veniva con lui di andar fuori, e rimase nella camera solo con lui;
e Giovanni di Dio si gettò in ginocchio ai suoi piedi e, dopo di avergli fatta
una breve narrazione della sua vita passata, gli manifestò, con grandi segni di
contrizione, i propri peccati, e gli disse di prenderlo sotto la sua protezione
e la sua guida, giacché il Signore, per mezzo suo, aveva cominciato a fargli
tante grazie, ché da quell’ora egli lo prendeva per padre suo e profeta del
Signore, ed era disposto ad obbedirgli fino alla morte.
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Capitolo 8
DI CIÒ CHE POI
ACCADDE A GIOVANNI
E COME FU PRESO PER PAZZO
Il padre
maestro Avila rendeva molte grazie a nostro Signore, vedendo i grandi segni di
contrizione del nuovo penitente e il dolore che mostrava di sentire per avere
offeso il Signore; e gli concesse di accoglierlo come figlio spirituale fin
d’allora, e gli promise che avrebbe avuto cura di consigliargli ciò che sarebbe
stato conveniente, dicendo: «Fratello Giovanni, confortatevi molto in nostro
Signore Gesù Cristo e confidate. nella sua misericordia, poiché avendo egli
incominciato quest’opera, la porterà a compimento; e siate fedele e costante in
ciò che avete iniziato. Non voltatevi indietro, né lasciatevi vincere dal
demonio. Sappiate che coloro che combattono come bravi cavalieri nella milizia
di questo Signore sino alla fine, godranno con lui nella gloria; e quelli che
voltano le spalle come codardi, cadranno nelle mani dei loro nemici e periranno
per sempre. Quando, poi, vi sentirete sconsolato e afflitto (il che non può
mancare) per le fatiche e le tentazioni che sogliono incontrare coloro che
incominciano a combattere le battaglie del Signore, venite da me, perché,
conoscendo io le percosse e le ferite che più vi fanno soffrire, e le insidie
con le quali maggiormente vi combatte l’avversario, con la grazia e il favore
di nostro Signore troverete la medicina salutare che curi la vostra anima, e
nuove forze per combattere contro i vostri nemici. Andate in pace, con la
benedizione del Signore e mia, perché io confido nel Signore che non vi sarà
negata la sua misericordia». Giovanni di Dio rimase tanto consolato ed animato
dalle parole e dai buoni consigli di quel santo uomo, che ricuperò di nuovo le
forze per dispregiare se stesso e mortificare la propria carne e desiderare di
essere da tutti preso e stimato pazzo e cattivo e degno di ogni disprezzo e
disonore, per meglio servire e piacere a Gesù Cristo, poiché viveva solo sotto
il suo sguardo, e per meglio coprire con questa santa cautela la grazia che
aveva ricevuto dalla sua mano. E per questo, uscendo dal padre Avila, scelse
come mezzo di andare a piazza Bibarrambla,
dove si gettò e si arrotolò tutto in una pozza di fango che vi era, e, mettendo
la bocca nel fango, cominciò a confessare ad alta voce, davanti a tutti quelli
che lo guardavano (ed erano molti) i peccati che gli venivano in mente,
dicendo: «Io sono stato un grandissimo peccatore verso il mio Dio, e l’ho
offeso in questo e quest’altro peccato. Un traditore che ha fatto questo,
quindi, che cosa merita se non di essere da tutti percosso e maltrattato e tenuto
per il più vile del mondo e gettato nel fango e nel loto dove vengono buttate
le immondizie?».
Tutta la gente
del volgo, vedendo ciò, credette che avesse perso la ragione. Ma siccome egli
era ormai tutto infiammato della grazia del Signore e desiderava morire per lui
ed essere vilipeso e disprezzato da tutti, perché di fatto lo facessero, usci
dal fango e, così come stava, cominciò a correre per le principali strade della
città, saltando e facendo mostra di essere pazzo.
Al vederlo, i
ragazzi e una numerosa plebaglia cominciarono a seguirlo, gridando e
schiamazzando e tirandogli sassi e fango ed altre molte immondizie. Ma egli
soffriva tutto con molta pazienza e contentezza, come se fosse a una festa,
sembrandogli gran fortuna poter giungere a soddisfare i suoi desideri di patire
qualche cosa per colui che tanto amava, e senza fare del male a nessuno.
Portava una
croce di legno nelle mani e la dava a baciare a tutti. E se qualcuno gli diceva
di baciare la terra per amore di Gesù, obbediva subito e lo faceva, anche se
c’era molto fango e glielo avesse comandato un fanciullo.
Fece questo
per alcuni giorni con tanto fervore, che molte volte cadeva in terra stanco e
stordito dallo schiamazzo e dagli urtoni e dalle percosse che gli davano,
poiché usava tanta abilità nel fingere la pazzia, che realmente quasi tutti lo
credettero pazzo. Era, poi, tanto debole per le continue sofferenze che gli
infliggevano e per il poco nutrimento, che non poteva reggersi in piedi, e, ciò
non ostante, non era ancora sazio di obbrobri, ed offriva con volto lieto
(senza lagnarsi né protestare) il proprio corpo alle sassate e alle percosse
dei ragazzi.
Avendolo visto
in tale stato due uomini dabbene della città, mossi a compassione di lui, lo
presero per mano e, togliendolo dallo schiamazzo del volgo, lo condussero
all’Ospedale Reale, che è il luogo dove vengono rinchiusi e curati i pazzi
della Città, e
pregarono il maggiordomo di volerlo ricoverare e farlo curare, mettendolo in
una stanza, dove non vedesse gente e potesse riposare, perché così forse si
sarebbe guarito della pazzia che lo aveva colpito.
Il
maggiordomo, poiché lo aveva visto andare per la città e soffrire quel
tormento, lo ricevette subito ed ordinò a un infermiere di ricoverarlo.
Avendolo visto
così maltrattato, con gli indumenti a brandelli e pieno di ferite e lividure
per le percosse e le sassate, lo presero subito in cura. E sebbene all’inizio
procurarono di trattarlo con buone maniere perché potesse tornare in sé e non
soccombesse, dato che la principale cura che ivi si pratica a questi tali
consiste in sferzate e nel contenerli in aspri vincoli, e cose simili,
affinché, mediante il dolore e il castigo, perdano ferocia e, tornino in sé,
gli legarono i piedi e le mani, e, nudo, con un flagello a doppia corda, gli diedero
una buona dose di frustate.
Siccome, però,
la sua infermità era di essere ferito dall’amore di Gesù Cristo, affinché, per
suo amore, gli dessero più frustate e lo trattassero peggio, cominciò a dire in
questo modo: «Oh, traditori nemici della virtù, perché trattate cosi male e con
tanta crudeltà questi poveri infelici e fratelli miei che si trovano in questa
casa di Dio insieme a me? Non sarebbe meglio che aveste compassione di essi e
delle loro sofferenze, e li puliste e deste loro da mangiare con più carità ed
amore di quello che non fate, poiché i Re Cattolici per questo lasciarono tutte
le rendite che occorrevano?».
Udendo ciò gli
infermieri, sembrando loro che alla pazzia aggiungesse la malizia, e volendolo
curare dell’una e dell’altra, alla flagellazione aggiunsero altri poderosi
colpi, più di quanti ne davano a coloro che ritenevano soltanto pazzi.
Non per questo
egli cessava, sotto quel pretesto, di rimproverarli per le negligenze che
vedeva commettere da essi. Ma tutto gli veniva ricambiato con una doppia dose
di frustate. E così, in questo modo, patì molto più di quanto possa dirsi,
offrendo in cuor suo tutto a colui per amore del quale soffriva e per il quale
si era messo in quell’impresa.
* --- *
Capitolo 9
COME IL PADRE AVILA MANDÒ A VISITARE
E CONSOLARE GIOVANNI DI DIO NELL’OSPEDALE
Allorché il
maestro Avila seppe che Giovanni di Dio, preso per pazzo, si trovava
all'Ospedale Reale, conoscendo bene la causa della sua infermità e pazzia,
inviò subito un suo discepolo a visitarlo e dirgli che si rallegrava molto di
ogni suo bene, vedendo che cominciava a patire qualche cosa per amore di Gesù
Cristo; che da parte sua lo pregava, per lo stesso Signore, di comportarsi come
un buono e coraggioso soldato, esponendo la vita per il suo re e signore, e che
ricevesse con umiltà e pazienza tutte le sofferenze che la divina Maestà gli
avrebbe mandato; poiché, se considerava quanto il nostro Redentore patì sulla
croce, qualunque tormento gli sarebbe sembrato lieve; e dicevagli inoltre:
«Addestratevi, fratello Giovanni, ora che ne avete il tempo, per quando andrete
per il mondo a combattere contro i tre nemici, ed abbiate fiducia che il
Signore non vi abbandonerà».
Il fratello
Giovanni riteneva come un gran favore, e gli era di molta consolazione, che il
suo buon padre e maestro Avila mandasse a visitarlo e si ricordasse di lui, che
stava in quella prigione, dimenticato da tutti; e che solo egli, dopo il
Signore, ne avesse memoria per consolarlo nelle sue sofferenze. E perciò
piangeva per la gioia che sentiva di questa grazia che il Signore gli faceva, e
rispondeva così: «Dite al mio buon padre che Gesù Cristo lo visiti e gli
ripaghi la buona opera che sempre mi fa; che il suo schiavo, acquistato in
buona guerra, è qui che spera nella misericordia del Signore; che sono servo
cattivo e neghittoso; che, per amore di nostro Signore, non si dimentichi di
raccomandarmi alla divina Maestà nelle sue preghiere, perché così vivrò
contento e spero che non mi mancherà il suo aiuto».
Con queste e
simili parole, i due si visitavano segretamente e si intendevano l'un l'altro.
Gli infermieri
dell'ospedale si prendevano molta cura di lui, e di quando in quando, vedendolo
alterato, ed egli (come si è detto) ne dava loro occasione, non lasciavano di
dargli le sue frustate, come agli altri, con l'intenzione di vederlo guarito.
Ed egli le riceveva allegramente e diceva: «Datele, fratelli, a questa carne
traditrice, nemica del bene, che è stata causa di ogni mio male; ed avendole io
obbedito, è ragionevole che paghiamo tutti e due, perché tutti e due peccammo».
E vedendo castigare gli infermi, che erano pazzi e stavano insieme con lui,
diceva: «Gesù Cristo mi conceda il tempo e mi dia la grazia di avere io un
ospedale, dove possa raccogliere i poveri abbandonai i e privi della ragione, e
servirli come desiderio io». E nostro Signore lo esaudì pienamente, come si
vedrà in seguito.
Trascorsi
alcuni giorni, da quando Giovanni di Dio stava nell'ospedale, patendo queste e
molte altre sofferenze, per meglio dissimulare e mettere in pratica il
desiderio e l'ansia che aveva di servire nostro Signore nei suoi poveri, e,
sembrandogli ormai tempo, cominciò a far vedere che stava quieto e tranquillo,
e a rendere grazie a Dio con lacrime e sospiri, e a dire: «Sia benedetto nostro
Signore, perché mi sento guarito e libero, e meglio di quanto io merito, dal
dolore e dall'angustia che sentivo nel mio cuore nei giorni passati».
Il maggiordomo e gli altri ufficiali ebbero molto
piacere di vederlo più riposato e sentirgli dire che stava meglio; e perciò gli
tolsero i vincoli e gli diedero libertà di andare sciolto per la casa. Ed egli
si mise subito, senza attendere che gli dicessero qualcosa, a servire i poveri
in tutte le loro necessità, con molto amore, strofinando e scopando e pulendo i
servizi.
Gli infermieri
provavano molta contentezza nel vederlo che, libero da quella malattia, aveva
così bene riacquistata la ragione, che li precedeva tutti nella carità e
diligenza, con cui serviva i poveri; e ne rendevano grazie a nostro Signore.
* --- *
Capitolo 10
COME GIOVANNI DI DIO SI RECÒ IN PELLEGRINAGGIO
A NOSTRA
SIGNORA DI GUADALUPE
Essendo
Giovanni di Dio occupato in ciò che è stato detto, stando un giorno seduto alla
porta dell'ospedale, pensando ai suoi travagli e alle grazie che aveva ricevuto
da nostro Signore, guardando verso la campagna, nel giorno delle undicimila
vergini, vide passare davanti all'ospedale molta gente a cavallo e molto clero
ed altre persone religiose, che portavano ed accompagnavano la salma
dell'imperatrice, moglie dell'imperatore Carlo V, la quale era allora passata
dalla presente vita, per darle sepoltura nella Cappella Reale di Granata.
Informato di che si trattava e stimolato da quel nuovo spettacolo, gli venne
una gran volontà di uscire subito dall'ospedale e mettere in opera i suoi buoni
desideri, che erano di servire nostro Signore e i poveri e procacciar loro da
mangiare, ed accogliere gli abbandonati e i pellegrini, poiché in quel tempo
nella città (essendo terra da poco conquistata) non vi era ancora un ospedale dove
potessero ricoverarsi.
Con questa
determinazione, si recò dal maggiordomo e gli disse: «Fratello, nostro Signore
Gesù Cristo vi ripaghi l'elemosina e la carità che mi è stata fatta in questa
casa di Dio durante il tempo che vi sono stato infermo. Ora, benedetto sia
nostro Signore, mi sento bene e sano per poter lavorare. Perciò, per amor di
Dio, datemi, se volete, il permesso di andarmene».
«Io - rispose
il maggiordomo - avrei desiderato che foste rimasto alcuni giorni di più in
questa casa per ristabilirvi in salute e riprendere le forze, perché siete
molto debole e malandato per le passate sofferenze. Ma poiché è vostra volontà
di andarvene, andate, con la benedizione di Dio, e portate con voi una mia
dichiarazione, perché la gente che vi vede non vi riporti all'ospedale,
credendo che non siete libero dalla malattia sofferta, e possiate andare
liberamente dove volete».
Giovanni la
ricevette con ogni umiltà, poiché era contento che tutti rimanessero
nell'opinione che si erano fatta di lui, giudicandolo per vero pazzo.
Congedatosi
Giovanni di Dio da quelli della casa, i quali l'amavano grandemente, col
vestito molto rotto e maltrattato, scalzo e col capo scoperto, si mise subito
in cammino verso nostra Signora di Guadalupe,
e vi andò per visitare la Vergine nostra Signora e renderle grazie degli aiuti
e favori ricevuti, e chiederle nuovo soccorso ed aiuto per la nuova vita che
intendeva fare, perché diceva di aver sentito sempre il suo manifesto favore ed
aiuto in tutti i suoi travagli e necessità.
In questo
viaggio patì molti disagi per la fame, il freddo e la nudità, perché, essendo
nel rigore dell'inverno e non avendo egli danaro, doveva mendicare per mangiare
e andava scalzo.
Ciò non
ostante, per non andare ozioso, era solito, ogni qualvolta che giungeva in un
luogo dove doveva mangiare o fermarsi, di portare un fascio di legna sulle
spalle e recarsi direttamente all'ospedale, se vi era, e lasciarlo lì per i
poveri, ed andava subito a mendicare quel poco che gli bastava per sostentarsi
con molta austerità.
Giunto che fu
a Guadalupe, entrò in ginocchio nella chiesa e, con molta devozione e lacrime,
presentò a nostro Signore le proprie necessità e gli rese grazie per quanto
aveva ricevuto, e si confessò e comunicò; e stette ivi alcuni giorni, dedito
all'orazione, fino a quando gli parve tempo di ritornarsene.
* --- *
Capitolo 11
COME GIOVANNI
DI DIO TORNÒ A GRANATA
E PER CONSIGLIO DI CHI
Concluso il
suo pellegrinaggio, Giovanni riprese il cammino verso Granata e, giunto a Baeza,
ebbe notizia che il suo buon maestro il padre Avila, si trovava lì per
predicare, come faceva in altre città e paesi. Subito che lo seppe, andò a
fargli visita ed informarlo del suo viaggio; ed esso lo accolse con molta
gioia. Stette con lui alcuni giorni, al termine dei quali, avendogli chiesto
consiglio su ciò che voleva fare, quello gli disse: «Fratello Giovanni, conviene che
torniate a Granata, dove foste chiamato dal Signore, ed egli, che conosce la
vostra intenzione e il vostro desiderio, vi incamminerà verso la via nella
quale dovete servirlo. Tenetelo sempre presente in tutte le vostre cose, e
pensate che egli vi sta guardando, ed operate come alla presenza di tanto gran
Signore. Giungendo, poi, a Granata, prendetevi subito un confessore, che sia
tale come io vi ho detto, e sia il vostro padre spirituale, senza il consiglio
del quale non fate cosa che sia importante;
e quando vi si presenta qualcosa in cui vi sembra di aver bisogno del mio
consiglio, scrivetemi dovunque io mi trovo, perché, con l’aiuto di nostro
Signore, io farò per voi tutto ciò a cui la carità mi obbliga».
Con questo, si
parti da lui e si avviò verso Granata, e, giungendo nella città di mattina,
dopo avere ascoltato la messa, andò nel monte a raccogliere un fascio di legna.
Al ritorno fu tanta la vergogna che ebbe di entrare in città col fascio di
legna, da non riuscire a passare dalla porta dei Mulini, che si trova
abbastanza distante dal traffico della città, e perciò lo diede lì ad una
povera vedova, che gli sembrava averne bisogno.
Il giorno
dopo, vergognandosi della codardia del giorno avanti, si alzò di buon mattino
e, ascoltata la messa, tornò al monte per un altro fascio di legna, e,
giungendo con esso in città, cominciò ad avere la medesima vergogna del giorno
precedente; ma egli, spronandosi e andando avanti, cominciò a dire al suo
corpo: «Voi, signor somaro, che non volete entrare a Granata con la legna, per
vergogna e per non perdere l’onore, ora lo perderete, e la porterete fino alla
piazza maggiore, dove da tutti quelli che vi conoscono possiate essere visto e
riconosciuto, e perdere così l’orgoglio e la superbia che avete».
E così andò
fino alla piazza. Appena lo videro con la legna dove non lo avevano più visto
dal tempo della pazzia, molta gente, meravigliandosi di rivederlo, lo circondò,
ed alcuni, ai quali piaceva ridere e burlare, gli dicevano: «Che succede,
fratello Giovanni, vi siete ora fatto legnaiolo? Come vi è andata all’Ospedale
Reale con gli infermieri? Nessuno può capirvi: ogni giorno cambiate mestiere e
modo di vivere». E in questo modo si burlavano di lui, con altre parole, i
giovani oziosi.
Egli accettava
tutto allegramente, senza inquietarsi, di nulla, anzi ridendo, per partecipare
al loro divertimento e per non perdere il suo profitto, rispondeva: «Fratelli,
questo è il gioco del birlimbao, tre galere e una nave, ché quanto più vedrete,
tanto meno comprenderete».
E così, con
questo ed altri simili graziosi giochi di parole, rispondeva amorevolmente a
coloro che lo interrogavano sulla sua vita, coprendo con essi la grazia che
riceveva dal Signore e rallegrandosi che lo ritenessero per un soggetto da poco
e senza valore. E vi riusciva bene, perché la gente comune giudicava sempre che
quello che gli vedevano fare era un ramo di pazzia, finché poi videro bene
quanto frutto e quale buon vino quel seme, sotterrato e marcito, venne a
portare.
Passarono
infatti alcuni giorni, durante i quali si esercitava a portar fasci di legna
dal monte e si nutriva in questo modo. Quello che gli avanzava lo distribuiva
ai poveri, che cercava di notte, buttati giù per quei portici, intirizziti e
nudi, piagati ed infermi. Vedendone la moltitudine, mosso da grande compassione
decise di procurar loro con maggiore impegno il rimedio.
* --- *
Capitolo 12
DEL PRIMO OSPEDALE CHE EBBE GIOVANNI DI DIO
Deciso di
procurare realmente il conforto e il rimedio ai poveri, Giovanni di Dio parlò
con alcune pie persone che durante i suoi travagli l'avevano confortato e, con
il loro aiuto e il suo
fervore, prese in affitto una casa alla pescheria della città, perché
era nei pressi di piazza Bibarrambla, da dove e da altre parti raccoglieva i
poveri abbandonati, infermi e storpi, che trovava;
e compro alcune stuoie di giunco ed alcune coperte vecchie in cui potessero
dormire, non avendo ancora né danaro per far di più, né altra cura da prestar
loro. E diceva ad essi: «Fratelli, rendete molte grazie a Dio, che vi ha atteso
tanto tempo perché facciate penitenza. Pensate in che cosa lo avete offeso, ché
io voglio condurvi un medico spirituale che vi curi le anime, e per il corpo
poi non mancherà il rimedio. Confidate nel Signore, perché egli provvederà a
tutto, come si suol fare con quelli che da parte loro fanno quel che possono».
Quindi usciva
e conduceva loro un sacerdote e li faceva confessare tutti. Vista la sua gran
carità infatti, qualunque sacerdote, al quale si rivolgeva, andava molto
volentieri a fare, quest'opera buona.
Dopo di che,
usciva animosamente per tutte le vie e, portando con molto sforzo una grande
sporta sulle spalle e due pentole nelle mani, appese ad alcune cordicelle,
andava dicendo ad alta voce: «Chi fa del bene a se stesso? Fate bene per amor
di Dio, fratelli miei in Gesù Cristo!».
Siccome all'inizio usciva di sera, a volte anche
piovendo, e nell'ora in cui le persone stavano riu- nite nelle loro case, la
gente, meravigliata nel sentire quel nuovo modo di chiedere elemosina, si
affacciava dalle porte e dalle finestre. Con la sua voce lamentevole e la virtù
che gli dava il Signore, sembrava che trapassasse l'animo di tutti. Ed insieme
commuoveva molto il suo aspetto debole e affaticato, e l'austerità della sua
vita, sì che tutti uscivano con le proprie elemosine, ciascuno secondo le sue
possibilità, e gliele davano volentieri, con molto amore: alcuni danaro, altri
pezzi di pane o pani interi, altri quanto avanzava dalla loro mensa, di carne
ed altre cose, e lo ponevano nelle pentole che a ciò portava.
Quando egli
vedeva di aver ricevuto elemosina sufficiente, tornava correndo ai suoi poveri
e, appena giunto, diceva: «Dio vi salvi, fratelli. Pregate il Signore per chi
vi fa del bene».
Quindi
riscaldava ciò che aveva portato e lo distribuiva a tutti. Quando avevano
mangiato e pregato per i benefattori, egli da solo lavava i piatti e le
scodelle e strofinava le pentole, scopava e puliva la casa e portava acqua con
due brocche dalla fontana con molta fatica, perché, essendo recente il ricordo
che era stato giudicato pazzo e vedendolo così malandato, nessuno voleva andare
a fargli compagnia per aiutarlo; e così sosteneva il lavoro da solo, fino a
quando lo riconobbero per quello che era.
Poiché egli
serviva i poveri con grande carità, ve ne andavano molti. E siccome la casa era
piccola e la gente molta, non c'era posto per quelli che vi accorrevano
attirati dalla fama di Giovanni di Dio, e per quelli che egli stesso cercava
con affabilità ed amore, i quali, pur avendo supplicato, non potevano entrare
negli altri ospedali.
Vista, perciò,
la necessità che aveva, prese in affitto un'altra casa più grande e spaziosa,
dove trasferì sulle proprie spalle tutti i suoi poveri menomati ed infermi che
non potevano camminare da sé, come pure i giacigli in cui dormivano essi e i
pellegrini. Qui mise più ordine ed armonia, e sistemò alcuni letti per i più
sofferenti; e nostro Signore lo provvedeva di infermieri, che lo aiutassero a
servirli, mentre egli andava a cercare elemosine e medicine per poterli curare.
Pertanto, come
cresceva la carità in Giovanni di Dio, così andavano crescendo e
moltiplicandosi l'arredamento e le masserizie della casa di Dio, giacché ormai
la gente si era reso conto; e molte distinte ed onorate persone, dentro e fuori
di Granata, lo tenevano in considerazione e lo stimavano, vedendo e constatando
che perseverava, teneva ordine nelle sue cose e andava progredendo sempre di
bene in meglio.
E quando videro
che non solo alloggiava pellegrini e abbandonati, come all'inizio, ma aveva
altresì letti apprestati ed infermi che in essi curava, cominciarono tutti ad
avere molta fiducia in lui e gli davano e garantivano qualunque cosa gli
occorreva per i suoi poveri, e gli donavano elemosine più abbondanti di quanto
solevano, come pure coperte, lenzuoli, materassi, indumenti ed altre cose.
E poiché
accorreva a lui ogni sorta di poveri e bisognosi per essere aiutati - vedove ed
orfani onorati, in segreto; persone coinvolte in liti giudiziarie, soldati
sbandati e poveri contadini, ché, essendo quello un anno penoso e di scarso
raccolto, erano più numerosi -, egli soccorreva tutti secondo le loro
necessità, e non mandava via nessuno sconsolato. Agli uni, infatti, quando
poteva dava subito e con gioia, agli altri dava conforto con parole amorevoli e
gioviali, infondendo in essi fiducia che Dio avrebbe provveduto, affinché tutti
rimanessero confortati, e così avveniva, poiché si ritiene per prodigio che
nessuno mai giunse a lui, senza che il Signore provvedesse Giovanni del poco o
del molto, in modo che potesse aiutarlo.
Non si
contentava di occuparsi di tutti costoro, ma cominciò anche a prendersi la cura
di cercare i poveri vergognosi: ragazze ritirate, religiose e monache povere, e
donne sposate che pativano necessità in occulto. E con molta diligenza e carità
le provvedeva del necessario, chiedendo elemosina per esse alle signore ricche
ed agiate; ed egli stesso comprava loro il pane e la carne, e pesce e carbone,
e tutto il resto che è necessario per il sostentamento, affinché non avessero
motivo di uscire per procurarselo, ma rimanessero ritirate e coltivassero la
virtù e il raccoglimento.
E dopo averle
provvedute del necessario per il corpo, perché non stessero in ozio ma
lavorassero per aiutarsi a vestire, andava nelle case dei mercanti per cercare
ad alcune seta da lavorare e ad altre lino da filare, e stoppa. E poi si sedeva
un po' e le animava al lavoro e teneva loro un breve discorso spirituale,
esortandole ad amare la virtù e aborrire il vizio. A tale scopo apportava
vivaci argomenti, sebbene semplici, che ancora oggi sono vivi nella memoria di
molti che li udirono. Dava loro speranza che così facendo, oltre a conseguire
la grazia dal Signore, non sarebbe ad esse mancato il necessario per il
sostentamento. Inoltre, prometteva anche qualche premio a quelle che avessero
lavorato di più. Ed in questo modo le induceva ed animava a vivere
virtuosamente e a servire nostro Signore.
Non gli
mancarono invidiosi in quest'opera, come in tutte le altre che faceva, perché
satana non cessa di far guerra, da sé o per mezzo dei suoi ministri, a coloro
che vede usciti dal suo dominio ed incamminati nel servizio di nostro Signore.
Alcuni di questi, infatti, lo motteggiavano o mormoravano di lui, dicendo che
tutto era un ramo di pazzia, che gli era rimasto da quando andava per le vie di
Granata privo della ragione, e che presto sarebbe crollato, perché non aveva
fondamento.
E oltre a ciò,
gli tenevano gli occhi addosso, osservando le case nelle quali entrava ed
informandosi di quanto ivi diceva e faceva, ed anche appostandosi in luoghi
occulti. E vedendo con i loro occhi il suo grande esempio e l'onestà e santità
delle sue parole e delle buone opere che faceva, rimanevano sbalorditi e
confusi, ed erano costretti a tacere; e perfino alcuni, quando lo incontravano,
quasi loro malgrado, lo lodavano e gli davano elemosina.
Con tutto
questo, non dimenticava i suoi poveri, perché la sua principale cura era per
essi, consolandoli con le parole e provvedendoli del necessario la mattina
prima di uscir di casa; e, dopo aver dato disposizioni su tutto, come ciascuno
doveva adempiere il proprio ufficio verso di loro, e sapendo che i compagni,
che già aveva per questo, lo facevano, egli se ne andava e si occupava a
chiedere elemosina fino alle dieci o alle undici della notte.
* --- *
Capitolo 13
DI ALTRE OPERE IN CUI SI ESERCITAVA IL SERVO DI DIO
Era il fratello Giovanni di Dio molto devoto della
passione di nostro Signore Gesù Cristo, perché, essendo questa la sorgente
principale di ogni nostro rimedio, aveva trovato in essa grande profitto e
soavità.
E perciò,
volendo che quanto era giovato a lui giovasse anche al suo prossimo, per amor
di Dio prese la devozione di andare il venerdì, giorno in cui si operò la
nostra redenzione, nella casa delle donne pubbliche, per vedere se gli
riuscisse di strappare qualche anima dalle unghia del demonio, nelle quali si
trovano strettamente tenute queste tali.
Appena
entrato, si rivolgeva a quella che gli sembrava più perduta e che meno pensiero
avesse d’uscir di là, e le diceva: «Figlia mia, io ti darò tutto quello che ti
darebbe un altro, ed anche di più: ti prego, però, di ascoltare due mie parole
qui nella tua stanza».
Ed entrati
nella stanza, la faceva sedere ed egli si inginocchiava per terra dinanzi a un
piccolo crocifisso che portava con sé a tale scopo; ed ivi cominciava ad
accusarsi dei propri peccati e piangendo amaramente, ne chiedeva perdono a
nostro Signore, con tanto affetto, che anche in essa suscitava contrizione e
dolore delle sue colpe. E così, con questo accorgimento, attirava la sua
attenzione ad ascoltarlo e cominciava a narrare la passione di nostro Signore
Gesù Cristo, con tanta devozione, che la commuoveva fino a farle versare
lacrime.
Egli allora le
diceva: «Guarda, sorella mia, quanto sei costata a nostro Signore e pensa a ciò
che ha sofferto per te. Non volere essere tu stessa la causa della tua
perdizione. Pensa al premio eterno che ha preparato per i buoni e al castigo
eterno per quelli che vivono in peccato come te. Non provocarlo maggiormente,
perché non ti abbandoni del tutto come meritano i tuoi peccati, e tu vada a
precipitare come pesante pietra nel profondo dell’inferno».
Tali cose, ed
altre simili a queste, il Signore gli faceva dire. E benché alcune, indurite
nei loro vizi, non ne facessero caso, altre invece, aiutate da Dio, si
compungevano e si muovevano a penitenza, e gli dicevano: «Fratello, lo sa Dio
se io verrei con voi a servire i poveri dell’ospedale; ma mi sono impegnata e
non mi lascerebbero andare con voi».
Egli
rispondeva con molta gioia: «Figlia, confida nel Signore, perché, avendoti egli
illuminata l’anima, ti darà il necessario per il corpo. Pensa bene a ciò che te
ne viene servendolo e non offendendolo, e fa il fermo proposito di voler
piuttosto morire che tornare al peccato. Ed aspettami qui, ché torno subito».
Andava,
quindi, con molta sollecitudine dalle principali signore della città, che egli
conosceva e sapeva che lo avrebbero aiutato, e diceva loro: «Sorelle mie in
Gesù Cristo, sappiate che vi è una, schiava in potere del demonio. Aiutatemi,
per amor di Dio, a riscattarla, e liberiamola da tanto miserevole schiavitù».
Erano di tanta
carità quelle persone alle quali egli manifestava simili necessità, che poche
volte se ne tornava senza avere avuto il loro aiuto.
Quando, poi,
non trovava il necessario, rilasciava una ricevuta e s’impegnava a pagare il
debito di tutte le donne che egli portava via da colui che le teneva a carico.
Le conduceva
subito all’ospedale e le metteva nell’infermeria, dove si trovavano in cura
altre donne che avevano tenuto il medesimo loro comportamento, affinché
vedessero la ricompensa che dava il mondo e il guadagno che ne riportavano
quelle che persistevano in quel mestiere. Alcune, infatti, avevano la testa
imputridita, dalla quale si dovevano staccare pezzi di ossa, ed altre avevano
imputridite altre parti del corpo, alle quali, col cauterio infuocato e con
atrocissimi dolori, venivano asportate parti di esso, rimanendo brutte ed abominevoli.
E in tal modo
cercava di conoscere a che cosa inclinasse l’intenzione di ciascuna.
Alcune, alle
quali nostro Signore dava maggior luce, e che, considerata l’attitudine della
propria vita, desideravano ritirarsi e far penitenza, egli conduceva nel monastero
delle Ritirate e le provvedeva del necessario. Ad altre, che non erano portate
a tanto e che egli vedeva inclinate al matrimonio, cercava dote e marito, e le
faceva sposare. E di queste ne fece sposare molte, tanto che, la prima volta
che si recò alla Corte con l’elemosina ivi raccolta, ne udì in matrimonio
sedici in una sola volta, come ancora oggi testimoniano alcune di esse che sono
vedove ed hanno vissuto e vivono onestamente e castamente.
Nell’esercizio
di queste opere di carità, Giovanni di Dio patì molte mortificazioni e
travagli; e ben dimostrò la grande ed eroica pazienza che nostro Signore aveva
comunicato alla sua anima.
La maggior
parte di queste donne, infatti, sono tanto ostinate e perdute e indurite nel
loro peccato, che molti servi di Dio, per tal motivo, si astengono dal trattare
con esse, benché si dolgano della loro perdizione.
Quando,
perciò, egli ne prendeva qualcuna, le altre gridavano e lo insultavano e lo
ricoprivano d’ingiurie e lo infamavano, dicendo che faceva ciò con cattiva
intenzione.
Egli, però, a
tutto questo non rispondeva parola, ma lo sopportava con molta pazienza, non
ricambiando male per male, anzi, se qualcuno le riprendeva dicendo: «Perché
siete così cattive e smoderate con chi vi fa tanto del bene?», egli diceva:
«Lasciatele, non dite loro nulla, non mi private della mia corona, perché
queste mi conoscono e sanno chi sono, e mi trattano come merito».
Accadde, a tal
proposito, una cosa singolare e degna di memoria, più da fare sbalordire che da
imitare, la quale fa conoscere veramente la sua fervida carità per il bene
delle anime, che sapeva redente a grande inestimabile prezzo, e fu così.
Recatosi egli,
come altre volte, nella casa pubblica ed avendo persuaso alcune donne a
lasciare quella cattiva vita, quattro di esse si misero d’accordo e, fingendo
di voler fare ammenda del passato, gli dissero che erano di Toledo e che, se
non le avesse condotte dove dovevano dare ordine a certe cose che interessavano
molto la loro coscienza, non avrebbero potuto lasciare la cattiva vita, e che,
se ve le avesse condotte, gli promettevano di lasciarla e di fare tutto quello
che egli avrebbe ad esse ordinato.
Sentito ciò e
considerato l’acquisto di quattro donne insieme, egli si offrì di farlo.
Deciso,
quindi, di condurle là, preparò le cavalcature e quant’altro occorreva, e, a
piedi, parti insieme ad esse, portandosi un serviente dell’ospedale, chiamato
Giovanni d’Avila, uomo prudente e di buona vita, morto da pochi giorni dopo
aver servito lodevolmente molti anni nella casa, il quale diede testimonianza
di ciò che accadde in quel viaggio.
E cioè,
viaggiando con esse, i viandanti e la gente che li incontravano, vedendo due
uomini di quell’abito con quattro simili donne, si burlavano di loro e li
schernivano e, fischiando, rivolgevano loro molte ingiurie, dicendo che erano
concubinari, ed altre simili cose.
Giovanni di
Dio taceva e sopportava tutto ciò con molta pazienza, anche quando quel
Giovanni d’Avila, irritato da quello che sentiva, lo riprendeva e gli chiedeva
a che cosa mai servisse quel viaggio con quella gente perversa, nel quale
dovevano sopportare tanti affronti; e specialmente allorché vide che, passando
per Almagro, una se ne
rimase lì, e giunti a Toledo, se ne fuggirono e disparvero altre due.
Allora il
serviente lo strapazzava con maggior vigore, dicendogli: «Che pazzia è stata
questa! Non ve lo dissi io che da questa gente perversa non c’era da aspettarsi
che questo? Lasciatele, e torniamocene, perché tanto sono tutte della stessa
razza».
A tutto questo
egli rispondeva con molta pazienza: «Fratello Giovanni, tu non consideri che se
ti fossi recato a Motril
per quattro carichi di pesci e al ritorno, durante il viaggio, te se ne fossero
guastati tre e uno rimasto buono, non avresti gettato via insieme ai tre guasti
anche quello buono. Ebbene, di quattro che ne abbiamo accompagnate, ce ne
rimane una, che mostra buona intenzione. Abbi pazienza, per la tua vita, e
torniamo a Granata con essa. Fiducia in Dio, ché, se rimaniamo con questa non è
stato inutile il nostro viaggio, né poco il nostro guadagno».
E così fu,
poiché quella che nostro Signore gli concesse ed egli riportò a Granata e fece
sposare con un uomo dabbene, ha vissuto, e vive ancora oggi da vedova, con
grande esemplarità, virtù e raccoglimento, e ha dato tanta buona fama di sé e
tanto buon esempio di vita cristiana, che ben si vede come nostro Signore
l’abbia attirata per quella via misteriosa perché lo conoscesse.
* --- *
Capitolo 14
DELLA GRANDE CARITÀ DEL
FRATELLO GIOVANNI DI DIO
Era tanta e
tanto grande la carità, della quale nostro Signore aveva dotato il suo servo,
ed erano così singolari le opere che da essa derivavano, che alcuni,
giudicandolo con spirito vano, lo ritenevano per prodigo e dissipatore, non
comprendendo che nostro Signore lo aveva messo nella cantina del vino ed ivi
aveva stabilito in lui la sua carità,
e che egli si era in tal modo inebriato del suo amore, che non negava nessuna
cosa che gli venisse chiesta per lui, fino a dare molte volte, quando non aveva
altro, la povera roba di cui era vestito, e rimanere ignudo, essendo
pietosissimo con tutti e molto austero e rigoroso con sé.
Per la viva
considerazione del molto che aveva ricevuto dal Signore, tutto quello che
faceva e dava gli sembrava poco, e si sentiva sempre debitore di più. E perciò
viveva con l'ansia propria dei santi, di dare se stesso in mille modi per amore
di colui che era stato tanto magnanimo e munifico con lui. Gli uomini
spirituali, infatti, hanno questo di proprio che, essendo ricchi dei beni
spirituali, si sentono in tanta prosperità e abbondanza, che sembra loro di
dover sempre dare a tutti, e così per loro il dare è sempre una cosa dolce, e
non vorrebbero ricevere mai.
Si occupava
tutto il giorno in diverse opere di carità, e la sera, quando tornava a casa,
per quanto stanco fosse, non si ritirava mai senza aver prima visitato tutti
gli infermi, uno per uno, e chiesto loro com'era andata la giornata, come
stavano e di che cosa avevano bisogno, e con parole molto amorevoli li
confortava spiritualmente e corporalmente.
Poi faceva un
giro per la casa ed attendeva ai poveri vergognosi, che lo stavano aspettando,
provvedendoli del necessario, senza rinviar nessuno privo di conforto.
Dava elemosina
a tutti, senza badare ad altro se non che gliela chiedessero per amore di Dio.
Alcuni gli
dicevano: «State attento, ché quello là chiede senza necessità».
Giovanni
rispondeva: «Non inganna me. Pensi lui a se stesso, ché io gliela dò per amore
del Signore».
Quando, poi,
non aveva che dare (poiché accadeva che rimanesse avvolto in una coperta,
avendo dato il vestito) per non dir di no, allorché gli chiedevano elemosina,
dava una lettera per qualche signore o persona pia, perché soccorresse quella
necessità.
Gli accadde un
caso degno di essere ricordato, ed è che, trovandosi a Granata il marchese di
Tarifa, don Pietro Enríquez,
Giovanni di Dio si recò nella sua abitazione per chiedergli elemosina e lo
trovò che stava giocando con altri signori. Gli diedero venticinque ducati di
elemosina.
Fattasi ormai
notte, Giovanni se ne tornò all'ospedale con il danaro ricevuto.
Avendo il
marchese sentito molte cose circa la sua grande carità e volendola
esperimentare in modo scherzevole, si travestì (perché Giovanni di Dio lo aveva
visto solo quella volta) e gli andò incontro, gli si mise davanti e gli disse:
«Fratello Giovanni, io sono un distinto signore, forestiero e povero. Sto qui
per una causa e mi trovo in grande necessità per mantenere il mio onore. Ho
sentito parlare della vostra carità. Vi prego di volermi soccorrere, perché io
non finisca col commettere qualche offesa a Dio».
Il fratello
Giovanni, visti i modi garbati di quell'uomo e ciò che gli aveva detto,
rispose: «Mi dono a Dio (ché questo era il modo suo di parlare): vi dò quello
che ho con me».
Mise subito la
mano alla borsa e gli diede i venticinque ducati, che, come ho detto, gli
avevano dati.
Quello se li
prese, lo ringraziò e se ne andò. Giunto, sbalordito, dove stavano gli altri
signori, narrò ad essi il fatto, e da tutti venne elogiato come meritava,
meravigliandosi di tale carità, perché, pur avendo tanti poveri da soccorrere,
era stato così generoso verso uno solo, confidando nella provvidenza di Dio. E
la sua fiducia, certo, non rimase delusa, poiché il marchese, commosso da
quanto era avvenuto, la mattina del giorno seguente gli mandò a dire di non
uscire di casa, perché voleva recarsi a vedere l'ospedale. E andatovi, cominciò
a scherzare con lui e a dirgli: «Che cos'è questa storia, fratello Giovanni? Mi
hanno detto che ieri sera vi hanno rubato!».
Egli rispose:
«Mi dono a Dio, ché non mi hanno rubato».
Avendo tra di
loro scambiate altre parole, scherzando e ridendo, il marchese alla fine gli
disse: «Ora, fratello, affinché non possiate negare il furto che vi hanno
fatto, Iddio lo ha fatto capitare nelle mie mani: ecco qua i vostri venticinque
ducati e altri centocinquanta scudi d'oro, che io vi dò in elemosina, e state
attento un'altra volta come andate».
Quindi ordinò
che gli portassero centocinquanta pani, quattro montoni e otto galline; e diede
ordine che la medesima quantità gli fosse data ogni giorno per tutto il tempo
che si fermava a Granata. E lasciò l'ospedale, grandemente edificato vedendo
tanti poveri di ogni sorta, che ivi ricevevano la carità e venivano assistiti.
Accadde anche
un altro caso, in cui Giovanni mostrò la sua carità esponendo la propria vita
per i suoi fratelli.
Avvenne un
giorno che nell'Ospedale Reale di Granata, fondato dai Re Cattolici don
Fernando e donna Isabella, scoppiò un incendio così all'improvviso e con tanta
furia, che devastò la maggior parte dell'ospedale; e appena si seppe, Giovanni
di Dio accorse per soccorrere i poveri che vi erano assistiti; e fu tanta la
sua sveltezza, vedendo il gran pericolo in cui essi si trovavano, che quasi da
solo portò in salvo, sulle spalle, tutti i poveri, uomini e donne; e poi gettò
dalle finestre, con prestezza più che umana, tutti i letti e la roba che vi si
trovava.
Avendo messi
al sicuro i poveri, sali nella parte alta, dove maggiore era il pericolo, per
aiutare a smorzare il fuoco; e, mentre si stava affaticando in questo, dall'uno
e dall'altro lato esplose una gran fiamma e lo prese in mezzo; e, stando la
gente a guardarlo dal basso, si levò un fumo tanto spesso, che tutti credettero
che certamente la fiamma lo avesse bruciato e consumato. E così corse per tutta
la città la voce che Giovanni di Dio era morto nel fuoco.
Poco dopo,
però, quando meno se lo aspettavano, lo videro uscirne libero e senza alcuna
lesione, salvo che aveva soltanto le ciglia abbruciacchiate, essendo passato in
mezzo alle fiamme, a testimonianza del prodigio che nostro Signore aveva
operato per lui.
Di ciò hanno
dato testimonianza l'Alcalde della città allora in carica, che lo vide, e molte
persone autorevoli, che si trovavano presenti.
E di simili
opere, che avvennero durante la sua vita, se ne potrebbero riferire molte, ma
per brevità qui si omettono.
Dirò solo che
chiunque fosse entrato nel suo ospedale, avrebbe visto con evidenza la grande
carità di quest'uomo.
Avrebbe,
infatti, visto che in esso venivano assistiti poveri, affetti da ogni genere
d'infermità, uomini e donne, senza rifiutare nessuno (come si fa ancora oggi):
affetti da febbre, da bubboni, piagati, storpi incurabili, feriti, abbandonati,
bambini tignosi (e ne faceva allevare molti che venivano lasciati alla porta),
pazzi e idioti, senza contare gli studenti che manteneva e i poveri vergognosi
nelle loro case, come si è già detto.
Fece anche una
cosa di grande aiuto, e cioè approntò un locale con focolare, apposta per i
mendicanti e i pellegrini, perché la notte vi ritirassero a dormire e si
riparassero dal freddo, spazioso e ben sistemato da contenere comodamente più
di duecento poveri. Tutti vi godevano il calore del fuoco che stava nel centro,
e per tutti vi erano panche per dormire: alcuni su materassi, altri su graticci
di giunco ed altri su stuoie, secondo che ne avevano bisogno, come si fa ancora
oggi nel suo ospedale.
In tal modo,
oltre alla carità che faceva loro, evitava molte offese a nostro Signore,
poiché andava a cercarli per le piazze ed impediva che stessero mischiati
insieme uomini e donne, ed alcuni ve li conduceva per forza, e metteva le donne
separate. E così ripuliva le piazze da questa gente perduta.
* --- *
Capitolo 15
DELLA PAZIENZA
DI GIOVANNI DI DIO
E DELLA SUA GRANDE UMILTÀ
La pazienza, che
corona e perfeziona i soldati di Cristo, possedeva in tal modo l’animo di
questo santo uomo, che, per quanti travagli gli avvenissero, nessuno lo vide
mai turbato, né senti uscire dalla sua bocca parola irritata. Nelle maggiori
ingiurie e negli affronti, anzi, rimaneva quieto e allegro, come colui che non
aveva altra volontà che quella di nostro Signore Gesù Cristo, della cui croce
solo si gloriava, come si vide in molti casi che gli accaddero dei quali qui ne
riporteremo alcuni.
Un giorno,
mentre di mattina Giovanni scendeva dalla via detta dei Goméles per recarsi a
cercare cibo per i poveri, dalla stessa strada saliva un signore, e, siccome in
quel tempo la gente della città era molta, specialmente quella che scendeva da
quella via dell’Alhambra, egli, senza accorgersene, lo urtò con la sporta nel
mantello e glielo fece cadere dalle spalle. Quello si voltò subito molto
adirato verso di lui e gli disse: «Ah, vile furfante! Non guardi come
cammini?».
Ed egli, con
molta pazienza, rispose: «Perdonatemi, fratello, ché non mi sono accorto di
quel che ho fatto».
Quello,
sentendo che gli dava del «voi» e lo chiamava «fratello» (com’era solito dire a
tutti), si adirò maggiormente, gli si avvicinò e gli diede un ceffone.
Giovanni di
Dio disse: «Io sono quello che ho sbagliato e perciò ben lo merito: datemene un
altro».
Ma quello,
sentendo che continuava a dargli del «voi», gridò ai suoi servi: «Dategli a
questo villano malcreato!».
Mentre
accadeva questo e si era raccolta della gente, uscì uno, che abitava lì vicino,
uomo distinto, chiamato Giovanni della Torre, e disse: «Che succede, fratello
Giovanni di Dio?».
Colui che lo
aveva ingiuriato, appena sentito il suo nome, gli si gettò ai piedi e disse che
non si sarebbe alzato di lì fino a quando non glieli avesse baciati,
esclamando: «Questo è quel Giovanni di Dio tanto rinomato dappertutto?».
Giovanni di
Dio lo alzò da terra e lo abbracciò, chiedendosi perdono l’un l’altro con molte
lacrime.
Quel signore
voleva condurlo con sé a mangiare, ma egli si scusò, dicendo che doveva andare.
Quello poi gli
mandò cinquanta ducati d’oro per i poveri.
Gli accadde un
altro caso in cui pure mostrò molta pazienza, e fu che, essendo entrato a
chiedere elemosina per i poveri nella casa dell’Inquisizione vecchia, dove nel
centro del cortile c’era una vasca piena d’acqua, un paggio scostumato gli si
avvicinò, gli diede uno spintone e ve lo gettò dentro (dato che da alcuni era
ritenuto ancora pazzo, dopo che era stato rinchiuso nell’Ospedale Reale).
Egli, con
molta pazienza, ne uscì e, con parole e gesti allegri, ringraziò il paggio di
quanto aveva fatto. Quelli che lo videro rimasero meravigliati e d’allora in
poi ne ebbero molta più stima.
Una delle
donne, che aveva tolta dalla casa pubblica e fatta sposare, era tanto importuna
ed impaziente, che per ogni cosa che le mancava andava subito a chiederla a
lui, ed egli procurava di dargliela e accontentarla. E perciò essa vi andava
molte volte. In una delle quali, trovò Giovanni di Dio avvolto in una coperta,
perché, non avendo altro da dare, aveva dato il proprio abito.
Egli le disse
che non aveva che darle e tornasse perciò un altro giorno.
Quella,
impaziente, si adirò e cominciò ad ingiuriarlo e a dirgli: «Uomo cattivo,
santone ipocrita!».
Egli allora le
disse: «Eccoti due reali e corri in piazza a dir questo ad alta voce».
La donna tornò
ad ingiuriarlo, vociando forte.
Vedendola
così, Giovanni le disse: «Prima o dopo io ti devo perdonare, perciò ti perdono
subito».
E ben portò
frutto di vita questa sua pazienza, poiché, nel giorno dei suoi funerali,
questa stessa donna andava insieme ad altre, da lui tolte dal mal vivere, e
gridava per le vie, lamentandosi e dicendo molto male di sé e molto bene di
Giovanni di Dio, confessando le proprie colpe e i propri peccati, e dicendo che
essa era stata molto cattiva e che, per il buon esempio di lui ed i suoi santi
ammonimenti, era uscita dal peccato. E diceva altre cose che facevano piangere
tutta la gente.
Giovanni era
così umile, che amava sempre dire e narrare le sue mancanze, e mai le sue buone
azioni, né altro a propria lode, sviando sempre la conversazione e dirigendola
in modo che tornasse a suo disprezzo ed umiliazione, e facendo sì che
risultasse a edificazione del prossimo, fuggendo ogni vanagloria, quale tarlo
velenoso della vita spirituale.
* --- *
Capitolo 16
COME A
GIOVANNI DI DIO COMPRARONO UNA CASA PER
OSPEDALE
E DI ALTRE COSE CHE AVVENNERO DOPO
Era tanta la
gente che accorreva per la fama di Giovanni di Dio e per la sua grande carità,
che la casa, di cui si è detto che aveva, non la poteva contenere.
E perciò
persone distinte e pie della città concordarono di comprargli una casa capace
di contenerla tutta: e gliene comprarono una in via dei Goméles, che era stata
monastero di monache.
Ivi Giovanni
trasferì i suoi poveri e vi si stabilì e pose la sua dimora, ordinando le cose
in modo tale che a tutti venisse amministrata la carità con il dovuto senso di
verecondia e decoro.
Ed era tanto
il concorso di tutta la gente che vi si recava per trattare con lui, che molte
volte poteva appena capirvi in piedi.
Egli, seduto
nel mezzo di tutti, con grandissima pazienza ascoltava le necessità che
ciascuno gli esponeva, e non rinviava nessuno senza conforto, dando elemosina o
dicendo buone parole.
Sul far del
giorno, usciva dalla sua cella e, da dove tutti quelli della casa potevano
ascoltarlo, diceva ad alta voce: «Fratelli, rendiamo grazie a nostro Signore,
poiché gli uccelletti già gliele rendono». Poi recitava le quattro orazioni.
Quindi usciva
il sagrestano e da una finestra, dalla quale potevano sentirlo tutti, recitava
la dottrina cristiana, e, quelli che potevano, rispondevano; mentre un altro la
diceva nel locale del focolare ai pellegrini; e poi, prima che questi se ne
andassero, egli scendeva a visitarli, e distribuiva tra quelli che erano ignudi
la roba lasciata dai defunti. Ai giovani che vedeva sani, invece, diceva: «Su,
via, fratelli, andiamo a servire i poveri di Gesù Cristo!». Ed insieme con loro
si recava a far legna nel bosco, e ciascuno portava il proprio fastello per i
poveri. E per molto tempo ebbe di questi giovani, che con molta carità e
volentieri si occupavano ogni giorno nel lavoro del trasporto della legna.
Era tanto
grande la spesa che faceva per tutto ciò che si è detto, che non gli bastava
l’elemosina proveniente dalla città. E perciò, per la sua grande carità, si
indebitava fino a trecento e quattrocento ducati.
Considerando
le gravi necessità che aveva la città, e non volendo essere molesto, né
arrecare aggravio ai cittadini di Granata, chiedendo loro elemosina sempre di
giorno e di notte, per lasciarli riposare alcuni giorni si recò a chiedere
elemosina ad alcuni signori dell’Andalusia, i quali erano a conoscenza di lui e
delle sue buone opere (giacché la sua fama ormai volava fino a tutta la
Castiglia), e lo soccorrevano con liberalità per aiutarlo a pagare i debiti.
Tra tutti i
signori dell’Andalusia e della Castiglia, quello che più lo soccorse nelle sue
necessità, fu il duca di Sessa,
il quale fin da giovane ebbe cura dei suoi poveri e del suo ospedale, e molte
volte lo disimpegnò di tutti i debiti che aveva a Granata; e, oltre a questo,
in tutte le Pasque dell’anno
gli faceva dare scarpe e camicie per vestire e calzare i poveri.
Altrettanto
faceva la duchessa sua moglie, la quale gli diede molte elemosine e lo aiutò
grandemente; e desiderava molto che Giovanni e i suoi poveri li raccomandassero
a nostro Signore e chiedessero per loro la vita eterna e il conforto nei dolori
della vita presente.
Non bastando
neppure questo e sentendosi angosciato dal desiderio di soccorrere quelli che
ricorrevano a lui, e pagare quello che doveva, decise di recarsi alla Corte,
che allora risiedeva a Valladolid
e chiedere aiuto al Re e ai grandi signori, lasciando nell’ospedale un suo
compagno ed amico che lo seguiva nelle sue peregrinazioni, chiamato Antón
Martín,
perché badasse ai poveri e alla casa fino al suo ritorno.
Giunto che fu
alla Corte, il conte di Tendilla
ed altri signori che lo conoscevano, ne diedero notizia al Re, informandolo
delle cose di Giovanni di Dio, e lo introdussero nel palazzo.
Ivi Giovanni
gli parlò, iniziando in questo modo: «Signore, io sono solito chiamare tutti
fratelli in Gesù Cristo. Voi siete il mio re e il mio signore, e devo
ubbidirvi. Come volete che vi chiami?».
Il Re rispose:
«Giovanni, chiamatemi come vi piace».
E giacché egli
allora non era ancora Re, ma principe, Giovanni di Dio disse: «Ebbene, io vi
chiamo buon principe. Dio vi conceda buon principio nel regnare e buona mano
nel governare rettamente, e poi buona fine perché possiate salvarvi e guadagnare
il paradiso». E si trattenne, così, a parlare con lui per un bel po’ di tempo.
Poi il Re
dispose che gli dessero dell’elemosina da parte sua, ed altrettanto fecero le
Infante sue sorelle, che Giovanni andava a visitare ogni giorno, e da esse e dalle
loro dame ricevette molti gioielli ed elemosine, che egli distribuiva ai poveri
bisognosi che si trovavano a Valladolid.
Tra le signore
vi era donna Maria de Mendoza, moglie del Commendatore Maggiore don Francesco
dei Cobos, la quale,
rimasta vedova, ha ricevuto da nostro Signore la grande grazia di condurre una
vita molto esemplare, e ha distribuito e distribuisce il suo patrimonio, che è
molto ingente, con grande liberalità ai poveri, assegnando rendite assai
copiose ad ospedali e monasteri di monache povere, e facendo elemosine tanto
grandi ed altre opere virtuose, che sarebbe lungo narrare.
Questa signora
dunque (come colei che aveva tanta carità) diede a Giovanni alloggio nella
propria casa, da mangiare e tutto il necessario, con molta carità e cordialità,
per tutto il tempo che egli dimorò a Valladolid, e gli diede grandi elemosine
da distribuire ai poveri vergognosi.
Ed egli lo
faceva, e distribuiva così bene le elemosine, che ormai aveva tante case di
donne e di uomini poveri da visitare e a cui dar da mangiare, come a Granata.
Alcune persone
che lo conoscevano, vedendolo distribuire e dare elemosine nella città di
Valladolid, gli dicevano: «Fratello Giovanni di Dio, perché non conservate il
danaro e non lo portate ai vostri poveri a Granata?».
Egli
rispondeva: «Fratello, darlo qui o darlo a Granata, è sempre far del bene per
amor di Dio, il quale sta in ogni luogo».
Trascorsi nove
mesi da quando si trovava a Valladolid, se ne tornò a Granata con alcune cedole
di elemosina, che donna Maria de Mendoza e il marchese de Mondéjar
ed altri signori gli diedero per pagare i suoi debiti e per mantenere i poveri.
Durante il
viaggio egli soffrì molto: scalzo per luoghi aspri e sterposi, i piedi pieni di
screpolature ed aperti in molte parti a motivo degli urti che dava nei sassi,
molte escoriazioni nel corpo, perché indossava un vestito aspro e spesso, e
senza camicia, direttamente sopra la carne. Si che quando arrivò aveva la
faccia, il collo e la testa spellati per il gran sole che faceva e che aveva
sofferto, poiché andava a capo scoperto e tutto ansioso di giungere a Granata
per vedere i suoi poveri e rimediare alle loro sofferenze.
Allorché
giunse nella città, grande fu la gioia e la consolazione che provarono sia gli
abitanti di Granata, per il grande amore che avevano per lui, sia i suoi
poveri, che lo aspettavano bramosi di rivederlo; e specialmente i poveri
vergognosi e le donne che egli aveva accasate, le quali avevano risentito di
più la sua mancanza, perché non avevano altro padre, né chi le soccorresse.
Con quello che
aveva portato dalla Corte, pertanto, pagò parte dei debiti che aveva, e rimediò
alle molte nuove necessità che trovò, specialmente di donne povere che accasò.
Rimase però ancora debitore di oltre quattrocento ducati, poiché, per venire
incontro a queste necessità, tornò ad indebitarsi di nuovo, perché il suo cuore
non sopportava di vedere il povero patire necessità, senza apportarvi rimedio.
Per tal
motivo, si sentiva molto angosciato fino a quando non si vedeva libero dai
debiti, il che, d’altra parte, sembrava impossibile, dato che, appena gli si
presentava qualche necessità, egli, senza alcun rammarico, dava quello che
aveva.
* --- *
Capitolo 17
DELLA
PENITENZA DEL SERVO DI DIO
E DELL’INIZIO DEL SUO ABITO
Solo il lavoro
ordinario che Giovanni di Dio svolgeva per cercare le elemosine ed aver cura
dei suoi poveri, senza contare le continue richieste e noie di tutti, era una
penitenza ed una mortificazione della carne tanto grande, da costituire un peso
appena sopportabile per un altro che fosse di corpo sano e forte e che lo
avesse potuto portare con le sole forze umane.
Eppure, il
fratello Giovanni di Dio non si contentava di tutto questo, ma mortificava la
sua carne con opere di grande penitenza, assoggettandola allo spirito e non
concedendole neppure il necessario.
Mangiava poco
e un solo cibo; e, quando non stava fuori casa presso chi per propria
consolazione lo pregava di mangiare con lui, prendeva sempre cibi vili. Quello
più comune era una cipolla cotta, o altri alimenti di poco prezzo.
Nei giorni di
precetto digiunava mangiando poco e senza far colazione, ed il venerdì a pane e
acqua. In questo giorno, inoltre, per tutto l’anno, si dava la disciplina molto
aspramente con alcune cordicelle nodose, fino a versare molto sangue. E questo
non lo tralasciava mai, per quanto stanco ed affaticato fosse.
Dormiva sopra
una semplice stuoia sul pavimento, con una pietra per capezzale, coprendosi con
un pezzo di vecchia coperta, e a volte in una carrozzella, che era appartenuta
a un paralitico, coperto della medesima roba, in uno stanzino molto angusto
sotto una scala.
Andava sempre
scalzo, sia in città che in tutti i suoi viaggi, col capo scoperto e la barba e
i capelli tagliati col rasoio, senza camicia, né altro vestito che un cappotto
di ruvido panno cenerino e calzoni di tela di lana.
Camminava
sempre a piedi, senza mai servirsi di alcuna cavalcatura, anche nei viaggi, per
quanto stanco fosse e malconci avesse i piedi. Né, per quanto imperversassero
intemperie di pioggia o neve, si coprì la testa dal giorno in cui cominciò a
servire nostro Signore fino a quando lo chiamò a sé.
Eppure,
sentiva compassione delle più lievi sofferenze dei suoi simili e procurava di
aiutarli, come se egli vivesse in molta agiatezza.
Accadde una
volta che in una tarda sera tempestosa ed oscura d’inverno, mentre tornava al
suo ospedale e saliva per via dei Goméles, carico della sporta piena e con un
povero sulle spalle che aveva trovato a Piazza Nuova, scendeva dalla strada
tanta acqua, che cadde a terra lui e il povero.
Al rumore
dell’acqua e ai gemiti del povero, da una finestra bassa, sotto la quale era
caduto, si affacciò un uomo di molto credito, che aveva una causa in corso, e
udì Giovanni che rimproverava se stesso, dandosi colpi di bacolo e dicendo:
«Ah, signor asino, inetto e malnato, pigro, fannullone e codardo, non avete
forse mangiato oggi? E se avete mangiato, perché non lavorate? Non vedete che
quei poveretti, per i quali voi lavorate, hanno bisogno di mangiare? E non
vedete questo povero che porto e che stava morendo, come lo avete ridotto?».
E così
dicendo, si alzò con grande sforzo, perché stava in ginocchio, e si rimise in
cammino, con l’acqua che gli arrivava a metà gamba.
E colui che
l’udì ne fece fede, poiché Giovanni diceva tutto ciò in modo che nessun altro
lo avrebbe potuto sentire, se non lui che, senza esser visto, lo ascoltava,
essendo ciò accaduto sotto la sua finestra. Ed il giorno dopo, chiedendogli
com’era andata a finire la caduta, Giovanni si schermì e dissimulò.
E in tal modo
egli si comportava ordinariamente, poiché, vedendo un povero, se lo caricava
sulle spalle, senza attendere che qualcuno lo aiutasse, e lo portava nel suo
ospedale, con molta fatica, essendo debole ed infermo.
In quanto alla
forma dell’abito che Giovanni portava ed al nome col quale veniva chiamato, ciò
non fu senza un mistero, il che va ben considerato. E benché non vi fosse altro
motivo che quello di averli portati questo santo uomo, bisogna averne grande
stima, tanto più che furono voluti da nostro Signore, come vedremo.
Ed avvenne
così: stando un giorno Giovanni di Dio a mangiare con un vescovo di Tuy, che
allora si trovava a Granata,
questi gli chiese come si chiamava. Egli rispose che si chiamava Giovanni. Ed
il vescovo gli disse che si chiamasse Giovanni di Dio. Egli rispose: «Se Dio
vorrà». D’allora in poi cominciarono tutti a chiamarlo Giovanni di Dio.
Quando
Giovanni di Dio rivestiva qualche povero del proprio abito, era solito
indossare lui quello del povero.
Avendolo,
perciò, il vescovo visto tanto mal ridotto e tanto miseramente vestito, dopo
avergli dato il nome, gli disse: «Fratello Giovanni di Dio, per la vostra vita,
giacché vi portate da qui il nome, prendete ora anche la forma dell’abito,
perché quello che portate fa ripugnanza e dà disgusto a coloro che per
devozione vogliono trattare con voi e farvi sedere alla loro mensa; e perciò
indossate un corpetto e un paio di calzoni grigi, con sopra un cappotto di
bigello,
che sono tre cose in onore della Santissima Trinità».
Egli
acconsentì volentieri. Ed il vescovo fece comprare subito l’abito e glielo
impose con le proprie mani.
E così
Giovanni se ne andò col nome e con l’abito, benedetto dalle mani del vescovo, e
non li cambiò fino alla morte.
* --- *
Capitolo 18
DELLA SUA
CONTINUA ORAZIONE E COME
FU PERSEGUITATO DAL DEMONIO E MANIFESTÒ ALCUNE COSE OCCULTE PRIMA CHE
AVVENISSERO
Sebbene il
fratello Giovanni di Dio fosse stato chiamato da nostro Signore specialmente
alle opere di Marta (nelle quali occupava la maggior parte del tempo), tuttavia
non tralasciava quelle di Maria. Tutto il tempo, infatti, che gli avanzava, lo
spendeva nell’orazione e nella meditazione, tanto che molte volte trascorreva
le notti intere piangendo e gemendo, e chiedendo a nostro Signore perdono ed
aiuto per le necessità che vedeva, con sì
profondi gemiti e sospiri, che ben faceva capire di conoscere che la
preghiera è l’àncora ed il fondamento di tutta la vita spirituale, e quella che
risolve bene tutte le questioni dinanzi a Dio, e senza la quale tutto il resto
ha poco fondamento. E perciò non intraprendeva cosa alcuna, senza averla prima
raccomandata e fatta raccomandare molto a nostro Signore.
E con ciò
faceva tanta guerra al demonio, da uscire sempre vittorioso dalle battaglie che
sosteneva con lui, le quali furono molte, visibili ed invisibili. Qui ne
racconterò alcune di quelle che gli accaddero, con le quali nostro Signore
volle coronare il suo servo, e cioè:
Accadde che
una notte, stando egli a pregare nella sua cella, un suo serviente, che dormiva
lì vicino, sentì che dava grandi gemiti e sembrava che stesse lottando con
qualcuno. A quel rumore accorse da lui e lo trovò in ginocchio, molto
affaticato e sudato, e dicendo: «Gesù mi liberi da satana. Gesù sia con me».
Il serviente
volgendo il capo verso una piccola finestra che dava sulla strada, vide una
figura molto feroce, che doveva essere il demonio. Gridò perciò agli altri
servienti, dicendo: «Non vedete il demonio che sta alla finestra e getta fuoco
dalla bocca?». Quelli, per quanto guardassero, non videro nulla, essendo
sparito.
Portarono,
quindi, il fratello Giovanni di Dio in una infermeria, dove lo tennero a letto
otto giorni, tutto maltrattato e pesto per quello che gli era avvenuto, senza
che egli manifestasse nulla di quanto gli era accaduto. Solo, alcune volte,
facendosi il segno della croce, diceva tra sé: «Pensi, traditore, che io debba
lasciare quello che ho cominciato?».
Un’altra
volta, dopo pochi giorni, mentre nella medesima stanza pregava in ginocchio,
con la porta serrata, gli si presentò davanti una donna di bellissimo aspetto.
Egli le chiese da dove fosse entrata. E quella gli rispose: «Per me non occorre
la porta, perché posso entrare da dove voglio».
Egli allora le
disse: «Non è possibile che tu possa entrare, se non sei un demonio». Poi si
alzò per andare a vedere se la porta fosse serrata, e trovò che lo era; e,
quando si voltò, non la vide più. Si recò subito dove stavano gli infermi,
piangendo e dicendo: «Fratelli, perché non pregate Dio per me che mi sostenga
con la sua mano?».
Accadde
un’altra volta che, uscendo già notte dalla casa d’un distinto signore di
Granata, in una strada gli passò tra i piedi un porco e lo fece cadere, e,
impedendogli di alzarsi, lo trascinò intorno per quasi un’ora, gruffandogli
addosso e calpestandolo, fino a quando dalla casa d’un medico, che ivi abitava,
chiamato il dottor Beltrán, uscirono alcuni per soccorrerlo, e, avendogli
chiesto che cosa era successo, rispose di non sapere altro che lo avevano
spinto e fatto cadere e trascinato intorno nel fango Volendo quelli condurlo
nella casa del dottore, egli non volle, ma chiese di essere portato dai suoi
poveri, dove fu condotto, e rimase più d’un mese col viso scorticato e molto
malconcio e pesto.
Un’altra
volta, uscendo da una infermeria per una porta che stava vicino alla scala,
senza che si vedesse alcuno ricevette uno spintone che lo fece ruzzolare dalla
scala fin giù nel cortile, mentr’egli diceva: «Gesù sia con me!».
Al rumore,
accorse la gente di casa e vide come era caduto. Ed egli, alzatosi, si ritirò
nella sua stanza e, tenendo un crocifisso nelle mani, cominciò a pregare e a
parlargli versando molte lacrime.
Un’altra
volta, passando di notte da una piazza (usando egli di notte chiedere
elemosina) gli si pose davanti un uomo e gli disse: «Dammi elemosina». Giovanni
gli disse: «In nome di chi me la chiedi?». Quello non rispose e disparve. E
poco dopo, più su, in altra strada, tornò a metterglisi davanti e gli chiese
perché non gli dava elemosina.
Giovanni gli
rispose che, se non gliela chiedeva per amore di Gesù Cristo, non gliela poteva
dare. E mentre così diceva, quello gli diede un pugno nel petto, che lo fece
indietreggiare alcuni passi, e disparve.
Stando
un’altra volta in orazione nella sua cella, l’udirono dare un grido e dire:
«Gesù Cristo, figlio di Dio vivo, soccorrimi».
A quel grido,
accorsero tutti e, aprendo la porta, lo trovarono abbracciato ad un crocifisso,
prostrato in ginocchio dinanzi ad una immagine dell’Annunciazione.
Avendogli essi
chiesto che cosa aveva avuto, rispose che era stato alzato in aria, portato
attorno per la stanza e lasciato poi cadere dall’alto, sbattendo fortemente sul
pavimento.
Quelli lo
tolsero subito da lì e lo portarono nell’infermeria dei poveri, e casualmente
lo misero accanto ad un infermo, che da otto giorni stava in agonia.
La mattina del
giorno appresso, Giovanni di Dio disse all’infermo (che stava in pieni
sentimenti): «Dì, traditore, perché non confessi la verità? Non vedi il demonio
che sta qui per prendere la tua anima?».
L’infermo gli
chiese come lo sapesse. «Io lo so - gli rispose Giovanni - e affinché tu sappia
che lo so, ti dico: tu sei sposato due volte, e le due donne sono vive; ed
inoltre, hai commesso un peccato di sodomia, che per vergogna non hai
confessato: confessalo perché è noto a Dio, e conseguirai la salvezza
dell’anima».
L’infermo
restò molto meravigliato, dicendo che nessuno al mondo lo sapeva se non lui; e
subito chiese istantemente che gli conducesse un confessore. Giovanni gli
condusse un frate di san Francesco. L’infermo si confessò, ricevette il Santissimo
Sacramento e morì, dando segni di gran pentimento e devozione.
E, similmente,
Giovanni diceva altre cose occulte, che nostro Signore gli rivelava per il bene
e il profitto delle anime dei suoi poveri, che gli aveva affidato. E per i
meriti di lui nostro Signore concedeva loro di uscire dal peccato, come si
legge di molti santi, il che si vide nel caso già detto ed in altri che
avvennero, dei quali ne dirò uno che si è saputo da persone degne di fede.
Nel suo
ospedale vi era una donna malata, la quale, stando in piena coscienza, gridava
senza darsi posa e diceva che la trascinassero per piazza Bibarrambla.
Una notte,
Giovanni di Dio, sentendola gridare, salì dall’inferma e le disse: «Perché
gridi?».
Quella
rispose: «Perché voglio che mi trascinino».
Ed egli le
disse: «Caccia il demonio dal tuo cuore, e subito smetterai di chiedere che ti
trascinino: perché so bene che da dieci anni vivi in concubinato».
La donna
rispose che era vero e che da oltre dieci anni non confessava la verità.
Giovanni di
Dio, allora, la esortò con parole molto caritatevoli, animandola a chiedere
perdono a Dio e a confessare i suoi peccati. Ed essa lo fece e morì
cristianamente.
Trovandosi
un’altra volta malato in una infermeria dell’ospedale, Giovanni di Dio chiamò
un infermiere e gli disse di andare nella sala di sopra e mettere una candela
nella mano di un fanciullo che stava morendo.
L’infermiere
vi andò e trovò che era così, rimanendo sbalordito che Giovanni lo sapesse,
perché neppure sapeva che vi era quel fanciullo malato. Gli mise la candela
nella mano e dopo un’ora il fanciullo spirò.
Una persona
che gli era devota narrava che Giovanni di Dio alcune volte le diceva che
sarebbe morto tra il venerdì e il sabato; e fu così, perché morì mezz’ora dopo
la mezzanotte. E, similmente, che vi sarebbero stati molti del suo abito nel
ministero dei poveri per tutto il mondo; e così si sta avverando, come si vedrà
a suo luogo.
* --- *
Capitolo 19
DELL’ARDENTE ZELO CHE AVEVA PER L’ONORE DI DIO E PER LA SALVEZZA DEL SUO PROSSIMO
Dal grande
amore che Giovanni di Dio aveva per nostro Signore derivava il ferventissimo
desiderio di vederlo onorato in tutte le sue creature. E perciò, in tutte le
opere che faceva, si prefiggeva come fine principale che ne risultasse gloria
ed onore a nostro Signore, sì che la
cura del corpo fosse un mezzo per la salvezza dell’anima. Mai, infatti, egli
apportò aiuto temporale ad alcuno, senza procurare allo stesso tempo di
arrecargli, se ne avesse bisogno, rimedio all’anima, con santi e fervidi
ammonimenti, nel miglior modo che gli era possibile, avviando tutti sul cammino
della salvezza e predicando, più con opere vive che a parole, a disprezzare il
mondo e la vanità dei suoi inganni, e a prendere la propria croce e seguire
Gesù Cristo. Tutto ciò appare chiaramente da quanto abbiamo già detto narrando
la sua vita.
Dallo stesso amore derivava la grande pazienza di
Giovanni nel soffrire qualunque offesa ed ingiuria, pur di riportarne (come
buon mercante) qualche guadagno che risultasse ad onore di Dio, che era la
mercanzia da lui trattata. E benché su questo si potrebbero narrare molti casi
che gli accaddero, ne dirò uno solo che ho sentito da persone degne di fede, e
cioè:
Si trovava a Granata una donna, di bellissimo aspetto ma povera, venuta
da fuori per seguire una causa giudiziaria.
Essendo
Giovanni di Dio entrato in casa di un avvocato, vi trovò quella donna e,
considerando i suoi modi e ciò che essa trattava, gli sembrò di vederla andare
incontro a manifesto pericolo di offendere nostro Signore. Perciò la chiamò e
le chiese della sua vita. Essa gliela raccontò e gli parlò anche delle proprie
necessità.
Giovanni,
allora, le disse: “Vi prego, signora, per amor di Dio, di fare ciò che io vi
dirò, e così provvederete sia alle vostre necessità, che al migliore svolgimento
della vostra causa; e cioè, vi accompagnerò in una casa di alcune donne che
vivono ritirate, dove starete in loro compagnia e in una stanza a parte, stando
a vostro agio, conforme alla vostra condizione. Io vi darò da mangiare e
solleciterò la vostra causa, affinché voi ve ne stiate ritirata e non andiate
fuori, per non mettere in pericolo il vostro onore”.
La donna accettò ben volentieri la proposta, ed egli
la mise, come aveva detto, in una casa onorata, le dava il necessario e
sollecitava la sua causa, ed alcune volte andava a vederla per portarle
provviste e darle notizie del processo; e sempre la esortava in ginocchio e con
lacrime a non uscire di casa, a pensare al suo onore e a non offendere Dio,
perché a darle da mangiare e a trattare la causa ci pensava lui.
Avvenne che
una sera un po’ tardi, andando in cerca di elemosina e passando da quella casa,
vi entrò e la trovò sola nella sua stanza e tutta agghindata. Egli, perciò,
cominciò a riprenderla aspramente per quel suo abbigliamento e perché stava
sola a quell’ora, dicendole tali cose che la fecero piangere. Poi, ammonendola
su quello che doveva fare, le diede ciò che era solito darle, e se ne andò.
E si trovò che
quella donna, con poco timore di nostro Signore, teneva un giovane nascosto dietro
il letto per peccare con lui, il quale sentì tutto ciò che accadeva.
Fecero tanta
impressione al giovane le parole di Giovanni di Dio e la grande carità con la
quale procurava l’onore di Dio e il bene di quell’anima, che il fuoco di tanta
carità estinse in lui completamente il fuoco della concupiscenza, dalla quale
era stato preso.
Uscito dal
nascondiglio piangente e convertito, cominciò ad esortare la donna ad essere
casta e a non ripagare così male Dio e quel santo, il quale, nel nome di Lui,
la provvedeva del sostentamento, le insegnava la verità e le consigliava ciò
che era conveniente per essa. Ed in quello stesso momento usci da quella casa e
fece il fermissimo proposito di non offendere mai più nostro Signore, ma bensì
di servirlo. E lo mantenne realmente, poiché d’allora in poi cambiò in meglio
la propria vita, e morì con molta esemplarità e pietà cristiana.
Da ciò si vede
bene come nostro Signore, nella sua grande bontà e magnanimità non permise che
rimanesse senza frutto l’opera svolta dal suo servo per amor suo; giacché, dato
che quella donna non volle approfittare del gran bene che le veniva offerto
(come fanno la maggior parte di simili donne), la divina Maestà dispose che vi
fosse chi ricevesse quella grazia; avendo, infatti, detto per mezzo del suo
profeta Isaia, cap. 55: “La parola, che esce dalla mia bocca, non tornerà a me
vuota, ma opererà tutto quello che voglio, e prospererà in coloro per i quali
l’ho mandata”.
* --- *
Capitolo 20
DELLA MORTE DI GIOVANNI DI DIO
Erano tanti i
travagli, che Giovanni di Dio sosteneva per rimediare alle sofferenze di tutti
gli altri, sia per la strada che faceva nei viaggi, patendo in essi molto
freddo, sia per il lavoro ordinario che svolgeva in città, che ne rimase
distrutto. E siccome egli curava poco la propria salute, per questo soffriva
fortissimi dolori, che dissimulava per quanto poteva perché i suoi poveri non
se ne accorgessero e non si affliggessero vedendolo star male. Ma ormai era
tanto fiacco, debilitato e privo di forze, che non poteva più dissimularlo.
Ed avvenne,
frattanto, che quell’anno, per le grandi piogge cadute, il fiume Genil
crebbe di molto; e dissero a Giovanni di Dio che il fiume in piena trascinava
molta legna e ceppi. E poiché l’inverno era molto rigido per la neve e il freddo,
decise di andare a raccogliere la legna, con l’aiuto delle persone sane della
casa, perché i poveri potessero aver fuoco e riscaldarsi.
Per essere
egli entrato nel fiume in tal tempo, infermo com’era, prese tanto freddo che
gli si accrebbero maggiormente i dolori abituali e cadde molto malato.
Il motivo, per
cui entrò tanto nelle acque del fiume, fu perché un ragazzo, che si trovava tra
la gente povera venuta a raccogliere legna, spintosi incautamente nel fiume più
di quanto era possibile, fu travolto dalla corrente e veniva portato via. Per
soccorrerlo, Giovanni di Dio si spinse molto nell’acqua, ma alla fine quello
affogò, senza che egli potesse salvarlo. Questo fatto gli arrecò tanta pena,
che la sua malattia andò aggravandosi ogni giorno di più.
Essendo ormai
giunto il tempo che nostro Signore aveva stabilito per dare al suo servo il
premio e la ricompensa delle sue fatiche, avvenne che, stando egli infermo a
letto, alcune persone, con zelo indiscreto e con molta superficialità, non
comprendendo il modo spontaneo con cui procedeva Giovanni di Dio, si recarono
dall’arcivescovo di Granata, allora don Pietro Guerrero,
e gli riferirono che nell’ospedale di Giovanni di Dio si trovavano uomini di
ogni sorta, e che alcuni potevano lavorare, i quali, se non fossero ivi
alloggiati, andrebbero a lavorare e a guadagnarsi la vita; e che, similmente,
vi erano donne di cattiva fama, le quali recavano disonore a Giovanni di Dio,
senza avere riguardo del bene che ricevevano. Ordinasse, pertanto, di porre
rimedio a ciò, perché spettava a lui.
Udito ciò,
l’arcivescovo (da buon pastore e prelato qual era, molto zelante per la
salvezza del suo gregge), mandò a chiamare Giovanni di Dio, non sapendo che
stava male.
Appena questi
fu avvertito, si alzò come poté e si recò subito dall’arcivescovo con molta
premura. Giunto che fu alla sua presenza, gli baciò la mano e, ricevuta la sua
benedizione, gli disse: «Che cosa comanda, buon padre e mio prelato?».
L’arcivescovo
gli disse: «Fratello Giovanni di Dio, ho saputo che nel vostro ospedale vengono
ospitati uomini e donne di cattivo esempio che sono nocivi, e che la loro mala
creanza reca difficoltà anche a voi personalmente. Perciò licenziateli subito e
ripulite l’ospedale di simili persone, affinché i poveri che vi rimangono possano
vivere in pace e tranquilli, e voi non siate più così afflitto e maltrattato da
quelli».
Giovanni di
Dio ascoltò con molta attenzione tutto quello che il suo prelato gli diceva, e
con molta umiltà e mitezza gli rispose: «Padre mio e buon prelato, io solo sono
il cattivo, l’incorreggibile ed inutile, che merito di essere scacciato dalla
casa di Dio. I poveri che stanno nell’ospedale sono buoni, e di nessuno di essi
io conosco alcun vizio. E poi, giacché Dio tollera i cattivi e i buoni, ed ogni
giorno fa sorgere sopra di tutti il suo sole, non è ragionevole scacciare gli
abbandonati e gli afflitti dalla loro propria casa».
La risposta di
Giovanni di Dio fu tanto gradita all’arcivescovo, che, vedendo l’amore così
paterno e il tenero affetto che egli portava ai suoi poveri, fino a scusarli e
addossarsi lui tutte le mancanze ad essi imputate, da uomo saggio e spirituale,
lo comprese bene e, sembrandogli che a un tal uomo si sarebbe potuto affidare
molto di più, gli diede la sua benedizione e gli disse: «Fratello Giovanni di
Dio, andate in pace, benedetto da Dio, e nell’ospedale fate come nella vostra
propria casa, perché io ve ne do la facoltà».
Con questo,
Giovanni di Dio si parti da lui e se ne tornò nel suo ospedale.
Vedendo che il
male gli si andava aggravando (giacché di li a poco fu colto da brividi e
febbre, e sospettò di che poteva trattarsi), si sforzò quanto poté, dandogli
nostro Signore a ciò le forze, e prese un quaderno in bianco con l’occorrente
per scrivere e un uomo che scrivesse, e andò per la città di casa in casa
presso coloro ai quali doveva dare qualcosa, facendone l’elenco e segnando
l’ammontare del debito con la relativa motivazione: vi erano alcuni debiti, dei
quali gli stessi creditori non si ricordavano più. E così mise in ordine tutto
quello che doveva dare e lo riportò in un altro quaderno, in modo che ce ne
fossero due: uno se lo mise in petto, l’altro dispose che venisse conservato
nell’ospedale, affinché, se Dio lo chiamasse a sé e si perdesse l’uno, vi fosse
l’altro ivi in deposito, e venisse pagato quanto si doveva, essendovi segnato
tutto con chiarezza. E questo fu il suo testamento.
Terminato di
far ciò, tornò nella sua cella così tanto affaticato, che non si reggeva più e
si coricò.
Non potendo
egli alzarsi dal letto, procurava di soccorrere i poveri che a lui ricorrevano,
mediante l’invio di biglietti. E nostro Signore provvedeva il necessario con
tanta abbondanza, come se fosse andato, com’era solito, lui stesso a chiedere
personalmente; poiché tutti i signori e i cittadini, avendo saputo che era
malato, davano largamente ed animavano il suo compagno Antón Martin a supplire
Giovanni di Dio in tutto quello che egli non poteva fare.
Donna Anna
Ossorio, moglie del Ventiquattro
Gardia de Pisa, signora di molta pietà ed esemplarità (alla quale il fratello
Giovanni di Dio voleva molto bene per questo motivo), avendo saputo della sua
infermità, andò a fargli visita e, vedendo la sua sofferenza e il poco sollievo
che ivi riceveva, e i tanti poveri che gli stavano attorno e non gli davano possibilità
di riposare un poco (senza che lui li contraddicesse in nulla), lo pregò con
molta istanza di acconsentire che lo portassero a casa sua per curarlo, dove
gli avrebbero preparato un letto e dato ciò che era necessario, perché fino
allora stava solo gettato su tavole, con la sporta per capezzale.
Benché egli se
ne scusasse per quanto poteva, dicendo che non lo portassero via dai suoi
poveri perché voleva morire ed essere sepolto in mezzo a loro, tuttavia alla
fine la signora lo fece arrendere, dicendogli che, avendo egli predicato a
tutti l’ubbidienza, ora ubbidisse a quanto con molta ragionevolezza gli veniva
chiesto per amor di Dio.
E così presero
una seggiola per portarlo via. Quando vi fu adagiato sopra, avendo i poveri
saputo che lo volevano portar via, tutti quelli che potevano alzarsi, si
alzarono e lo circondarono, ed avrebbero voluto opporvisi per il grande amore
che gli portavano, ma, essendo gente che alle proprie sciagure e sofferenze non
sa reagire se non con gemiti e lacrime, cominciarono tutti, uomini e donne, ad
emettere sì alti gridi e gemiti, che qualunque cuore, per quanto duro, si
sarebbe sciolto in lacrime.
Egli,
sentendoli piangere e vedendoli afflitti, alzò sospirando gli occhi al cielo e
disse loro: «Fratelli miei, lo sa Dio che vorrei morire in mezzo a voi. Ma
poiché Dio vuole che io muoia senza vedervi, sia fatta la sua volontà». Poi,
dando la sua benedizione a ciascuno singolarmente, disse: «Rimanete in pace,
figli miei, e, se non ci vedremo più, pregate nostro Signore per me».
A queste
parole, i poveri ripresero a dar gridi e a far lamenti in tal modo che
penetrarono sì profondamente
nell’animo di Giovanni di Dio (e bastava anche di meno, perché egli li amava),
che rimase svenuto sulla seggiola.
Tornato in sé,
per non prolungargli di più la pena, lo condussero a casa di quella signora.
E poiché aveva cominciato a ubbidire e fatto proposito di ubbidire, quantunque
fino allora, per quanto malato fosse, non si era mai cambiato l’abito, benché
ruvido e povero, per dare esempio di ubbidienza si lasciò fare tutto quello che
gli veniva ordinato. E così gli misero una camicia e lo adagiarono in un letto,
e lo curarono con molta carità e diligenza, procurandogli sia medici e
medicine, come ogni altra cosa necessaria.
Qui vennero a
visitarlo molte distinte persone e signori, e tutti facevano a gara nel lodarlo
più che potevano. Ma egli non gradiva tutto questo, eccetto la carità dalla
quale li vedeva a ciò mossi, poiché gli avevano impedito di vedere i poveri, e,
all’ingresso, avevano messo un portiere che non li facesse entrare, giacché
vedendoli, egli piangeva e si affliggeva.
Allorché
l’arcivescovo seppe quanto Giovanni di Dio fosse vicino alla fine, andò a
visitarlo e lo confortò con sante parole, animandolo all’estremo passo. Poi gli
disse che, se avesse qualcosa che gli dava pena, gliela dicesse, perché,
potendo, vi avrebbe rimediato.
Egli rispose: «Padre mio e buon prelato, tre cose
mi danno preoccupazione. La prima, quanto poco ho servito nostro Signore,
avendo ricevuto tanto da lui. La seconda, i poveri che ho a carico, le persone
che sono uscite dal peccato e dalla cattiva vita, e i poveri vergognosi. La
terza, questi debiti che debbo pagare e che ho fatto per amore di Gesù Cristo».
E gli pose nelle mani il quaderno, nel quale erano segnati.
L’arcivescovo
gli rispose: «Fratello mio, in quanto a quel che dite di non aver servito
nostro Signore, abbiate fiducia nella sua misericordia, perché egli, con i
meriti della sua passione, supplirà a quanto è mancato in voi. In quanto ai
poveri, io li ricevo e li prendo a carico mio, com’è mio dovere. In quanto,
poi, ai debiti che dovete pagare, fin da ora me li assumo io e m’incarico di
pagarli. E vi prometto di far tutto ciò come se lo faceste voi stesso. State
perciò tranquillo e non datevi altro pensiero che di attendere alla vostra
salvezza e di raccomandarvi a nostro Signore».
Grande
consolazione riportò Giovanni di Dio dalla visita del suo prelato e da quanto
gli promise.
Altre parole
di grande conforto gli disse l’arcivescovo, il quale, dopo che Giovanni di Dio
gli ebbe baciato la mano, lo benedì e se ne andò, recandosi direttamente a
visitare l’ospedale.
Essendosi aggravata di più la malattia, Giovanni
di Dio ricevette il sacramento della confessione (quantunque lo ricevesse
sempre molto spesso) e, dopo che gli fu portato nostro Signore per adorarlo, poiché l’infermità non gli permetteva di
riceverlo, chiamò il suo compagno Antòn Martin e gli raccomandò molto i poveri,
gli orfani e i vergognosi, e lo esortò con parole molto sante a ciò che avrebbe
dovuto fare.
Poiché sentiva
in sé che si avvicinava la sua dipartita, si alzò dal letto e si mise in
ginocchio sul pavimento, abbracciando un crocifisso, stette un po’ in silenzio
e poi disse: «Gesù, Gesù, nelle tue mani mi affido». E, detto questo con voce
forte e ben chiara, rese l’anima al suo Creatore, all’età di 55 anni, dodici
dei quali spesi al servizio dei poveri nell’ospedale.
Ed accadde una
cosa assai degna di ammirazione e che non sappiamo si legga di alcun altro
santo, se non di san Paolo primo eremita, cioè, che dopo la morte il suo corpo
rimase in ginocchio per lo spazio di un quarto d’ora senza cadere, e sarebbe
rimasto fino ad oggi in quella posizione, se non fosse stato per l’ingenuità
dei presenti, i quali, vedendolo così, per poterlo vestire non credettero
opportuno farlo raffreddare.
E perciò lo presero e con difficoltà lo distesero
per vestirlo, e gli fecero perdere la posizione inginocchiata.
Alla sua morte
erano presenti molte distinte signore e quattro sacerdoti, e tutti rimasero
meravigliati e rendevano grazie a nostro Signore di come avvenne quella morte e
quanto bene essa fosse in consonanza con quella vita. La quale morte avvenne
all’inizio del sabato, mezz’ora dopo il Mattutino, l’8 marzo del 1550.
*
--- *
Capitolo 21
DELLA
SEPOLTURA E DELLE ESEQUIE
DI GIOVANNI DI DIO
Alla morte di Giovanni di Dio si adempì bene
quanto disse Cristo nostro Redentore nel suo vangelo, secondo san Matteo cap.
23, e cioè: colui che si umilia sarà esaltato. Egli, infatti, tutto il tempo
che servì nostro Signore lo passò nell’annientare e disprezzare se stesso e
mettersi al posto più basso ed umile in ogni forma e maniera che gli fu
possibile, come appare chiaramente dalla narrazione della sua vita.
Ed è per
questo che nostro Signore, adempiendo pienamente la sua parola, si compiacque
di elevarlo ed onorarlo tanto, in vita e in morte, che ben si può dire che alle
sue spoglie furono fatti tali grandiosi funerali e resi tali onori, che non
ebbero mai principe, imperatore o monarca del mondo. Poiché, quantunque ai
funerali di alcuni principi ci sia andata tanta e tanto nobile gente, ed anche
di più, tuttavia il sentimento dell’animo degli uni e degli altri, col quale si
dimostra il vero onore, è molto diverso.
Ai funerali di costoro, infatti, si accorre per
ossequio e per far piacere al successore, ed alcune volte per forza (come sono
tutti gli ossequi del mondo). Per lui, invece, non fu così, perché, essendo
egli tanto povero e dispregiato e non possedendo nulla sulla terra, non si può
sospettare che in coloro che accorsero ad onorarlo vi fosse alcuna delle tre
cose che, come dice san Giovanni, abbagliano gli uomini del mondo.
Fattosi
pertanto giorno e saputosi che Giovanni di Dio era morto, fu tanta la gente di
ogni ceto che accorse, senza che alcuno fosse stato chiamato, che fu cosa da
destare meraviglia.
Vestirono il
corpo e lo posero sopra un sontuoso letto ben adornato in una grande sala,
nella quale furono eretti tre altari, e poi venne celebrato un gran numero di
messe da tutti quei frati e sacerdoti della città, ai quali fu possibile,
d’allora fino a quando lo portarono a seppellire. E tutti andavano a recitare
il proprio Responsorio sul corpo.
Alle nove del
mattino era tanta la gente accorsa per il seppellimento, che né la casa e
nemmeno le strade potevano contenerla.
Intanto cominciarono a muoversi, e presero il
corpo sulle loro spalle il marchese di Tarifa e il marchese di Cerralbo,
don Pietro de Bobadilla e don Giovanni de Guevara, e lo portarono abbasso fino
alla strada, dove avvenne qualche discussione su chi avrebbe dovuto portarlo. E
si presentò un padre venerando e di molta santità, dell’Ordine dei Minori,
chiamato Cárcamo, con altri della sua religione, e disse: «Questo corpo deve
essere portato da noi, perché Giovanni di Dio in vita imitò molto il nostro
Padre san Francesco nella povertà, nella penitenza e nello spogliamento di se
stesso». E così lo lasciarono portare ad essi per un buon tratto, e poi
subentrarono i religiosi di tutti gli Ordini, i quali a turno, gli uni dopo gli
altri, lo portavano per un breve tratto, finché giunsero a Nostra Signora della
Vittoria.
L’Alcade
e i ministri di giustizia mettevano ordine tra la folla: e ve n’era ben di
bisogno, data la moltitudine che vi era.
Il corteo si
svolgeva nel modo seguente.
Davanti
andavano i poveri del suo ospedale e la maggior parte delle donne che aveva
accasate, le giovani povere e le vedove, ciascuna con la propria candela in
mano, piangendo amaramente e narrando a voce alta i benefici e le elemosine che
avevano ricevuti.
Seguivano
quindi tutte le confraternite della città, che sono molte, per ordine, con i
ceri, le croci e i rispettivi stendardi. Poi tutto il clero della città e i
frati di tutti gli Ordini, con le loro candele. Subito dopo, la croce della
parrocchia col suo clero, ed infine il Capitolo, i canonici e i dignitari della
Chiesa con la propria croce, l’arcivescovo, i cappellani della Cappella Reale,
e poi il corpo.
Dietro
venivano i Ventiquattro e i Giurati della città e, con essi, cavalieri e
signori. Poi tutti gli officiali e gli avvocati dell’Udienza Reale ed una
infinità di altra gente, che rimpiangeva la sua dipartita. E non solo i vecchi
cristiani, ma anche i moreschi
piangevano e nel loro linguaggio proclamavano il bene e le elemosine ed il buon
esempio che aveva dato a tutti, e gli inviavano mille benedizioni.
Tutte le
campane della chiesa maggiore e tutte le campane delle parrocchie e dei
monasteri suonavano con tanto clamore, che sembrava avessero la ragione e
manifestassero il proprio cordoglio in modo diverso da quello abituale.
Giunti nella
piazzetta, che sta davanti alla porta di Nostra Signora della Vittoria, si
fermarono con il corpo, perché era tanta la ressa della molta gente accorsa per
entrare nella chiesa, che fu necessario sostare un lungo spazio di tempo, non
essendo possibile entrarvi.
E la folla, per la gran devozione che aveva per
lui, considerando che non lo avrebbe più visto in questa vita, si accalcava,
senza poter essere contenuta, per vedere e toccare il corpo e prendere qualche
sua reliquia. Alcuni lo toccavano con rosari ed altri con libretti di preghiere
o con altre cose, per proprio conforto.
Ed era tanta
la gente che si ammassò e tanti i gridi che, piangendo, emetteva sopra il
corpo, che in nessun modo, né con preghiere né con la forza, poteva esserne
staccata. E, se non avesse provveduto Dio a farla staccare, per avere qualche
reliquia avrebbero fatto a pezzi anche la bara, come avevano già cominciato, e
non avrebbero dato la possibilità di seppellirlo.
Finalmente,
essendo stato possibile, portarono il corpo in chiesa e lo posero sopra un
ricco tumulo, che era stato già preparato.
A riceverlo
uscirono i frati che erano rimasti in casa, ed andarono a prenderlo insieme al
loro Generale (che allora si trovava a Granata), il quale celebrò l’officio e
disse la messa, ed un
frate del medesimo Ordine predicò molto egregiamente, trattando della umiltà e
del disprezzo del mondo e del come, per questa via, nostro Signore innalza i
suoi.
Quel giorno si
dissero molte messe, con gran copia di torce e ceri, e lo seppellirono in un
sepolcreto della cappella di García de Pisa, che era di quella signora nella
cui casa morì.
E nei due
giorni seguenti, che erano domenica e lunedì, fu celebrata la messa nello
stesso modo, con la medesima solennità di messa e predica, e con altre messe e
molto concorso di popolo.
Per più di un
anno, a Granata non vi fu predica in cui non si parlasse di Giovanni di Dio e
della sua vita, a conferma di ciò che si diceva e ad esempio del popolo.
Dopo venti
anni da quel giorno, alcuni cavalieri, che avevano desiderio di vederlo,
entrarono nel sepolcro e lo trovarono integro, senza avere altro corroso che la
punta del naso. Del che rimasero meravigliati, poiché al suo corpo non era
stato fatto alcun trattamento d’imbalsamazione, come ad altri, perché non si
decomponesse.
Si può,
pertanto, piamente credere che Giovanni di Dio, per le sue opere e per la
grande bontà e misericordia di nostro Signore, stia già godendo della divina
Maestà in quella gloria che, secondo la sua parola, è riservata a simili
uomini. Alla quale voglia Iddio guidare i nostri passi, con una vita e con
opere tali, da poter meritare anche noi di vivere per sempre con lui. Amen.
* --- *
Capitolo 22
DI CIÒ CHE
AVVENNE DOPO LA MORTE
DI GIOVANNI DI DIO
Come si è già
detto, Giovanni di Dio, prima che passasse da questa vita, lasciò affidato
l’ospedale al suo compagno Antón Martín
perché lo dirigesse e ne avesse cura come faceva lui.
Come colui che
era stato bene istruito dal suo maestro nella carità e nella cura dei poveri,
egli stette alcuni giorni nell’ospedale esercitando il proprio ufficio con
molta diligenza, e poi, spinto dalle necessità che vedeva aver la casa, decise
di recarsi alla Corte per chiedere elemosine ai signori e ai grandi, come
faceva Giovanni di Dio, e potere con esse compiere e portare avanti l’opera
cominciata.
Là alcune pie
ed eminenti persone lo consigliarono di fondare a Madrid un ospedale del suo
istituto e ordine, che era molto necessario perché gli infermi e i poveri
venissero assistiti con carità e diligenza; e a tale scopo gli avrebbero dato
molti aiuti per poterlo fare. Egli accettò il consiglio, e si cominciò a farlo,
e fu fatto dov’è attualmente: viene chiamato l’ospedale di Antón Martín ed è
tanto grande ed importante come tutti sanno. In esso vengono assistiti molti
poveri e vi sono molti fratelli del medesimo ordine e istituto di Granata, con
la differenza che il colore del bigello che indossano è un po’ più scuro di
quello di Granata, e che portano le sporte al braccio e non sulla spalla,
perché dicevano che accadeva loro di urtare con esse i cavalieri e le persone
distinte, con le quali trattavano, poiché là ve ne sono tanti.
Iniziata
l’opera di Madrid e condotta a buon punto, Antón Martín tornò a Granata,
portando molte coperte, tela, roba e altre elemosine in danaro per l’ospedale,
e rese conto all’arcivescovo don Pietro Guerrero dello stato dell’ospedale che
aveva iniziato a Madrid. Chiesto ed avuto il suo permesso tornò a Madrid, dove
visse esercitandosi in opere molto sante, sia di ospitalità che di penitenza,
perché fu estremamente penitente, di grande esempio e di buona vita fino alla
morte.
E siccome la
sua vita aveva sparso fra tutti buon odore di virtù, al suo seppellimento
intervennero tutti i signori e i grandi della Corte, riuscendo così molto
solenne. Venne quindi sepolto in una cappella principale del monastero di san
Francesco della città di Madrid, dove riposa nel Signore.
Ma torniamo
ora alla nostra storia.
Allorché Antón
Martín lasciò Granata, nell’ospedale rimasero altri fratelli, dei quali in
seguito farò menzione più in particolare, perché, come discepoli d’un tanto
santo, fecero tale riuscita che la loro vita, insieme a ciò che poi fecero, è
ben degna di essere conosciuta.
Essi
governarono e amministrarono l’ospedale secondo il sistema del loro maestro,
essendovi sempre un fratello maggiore, il quale, come superiore, ordinava tutto
quello che riguardava la casa, e gli altri gli ubbidivano.
Accadeva
intanto che, essendo tanti i poveri, affetti da ogni infermità, che venivano
all’ospedale, ai quali non si rifiutava mai l’entrata, come fu sempre ed è
ancora abitudine in questo ospedale, non vi era assolutamente più posto per
tutti. I locali erano molto angusti, e grande perciò la necessità di cercare un
altro luogo più capace che li potesse contenere tutti comodamente.
Per questa
necessità, si rivolsero all’arcivescovo don Pietro, al quale bastava poco per
muoversi subito a soccorrere con tutte le sue forze simili necessità.
Egli,
resosi conto di che si trattava, si affrettò a portarvi rimedio. E perciò,
riflettendo su dove si sarebbe potuto trovare un luogo adatto con spazio
sufficiente a tale scopo, comodo per tutti, sia nei dintorni che fuori a motivo
dell’aria, alla fine gli sembrò non esservi altro luogo migliore di quello dove
sta ora l’ospedale, che era un terreno appartenente alla città, attiguo ad un
altro che era dei frati di san Girolamo, nel quale dicevano che si trovava il
vecchio monastero di san Girolamo.
Intraprese,
quindi, trattative con la città e con i frati, perché, trattandosi di un’opera
pubblica e così necessaria come questa, dessero ciascuno la parte del terreno
di loro proprietà, dove edificare l’ospedale, e lui avrebbe aiutato l’opera. Il
resto si farebbe con elemosine dei fedeli, che si sarebbero raccolte per questo
scopo. Ed anche i frati vi spendessero certa elemosina, che un vescovo di
Guadix, chiamato don Antonio de Guevara e Avellaneda, alla sua morte aveva
lasciato loro perché l’adoperassero a favore dei poveri e delle opere pie di questa
città, poiché non essendovi altra opera più pia di questa, qui sarebbe bene
impiegata.
Essendosi
messi tutti d’accordo, si diede inizio all’opera, e l’arcivescovo aiutò subito
con 1600 ducati, mentre il padre Avila, che allora si trovava qui, cominciò a
far conoscere l’opera dai pulpiti e raccomandarla a tutti, perché l’aiutassero
con le loro elemosine. Era tanto l’ascendente di quest’uomo ed era tanto
accetto al popolo, che in breve tempo tutti corsero, come anticamente per Mosé
alla costruzione e all’ornamento del Tabernacolo di Dio.
Alcuni,
infatti, portavano somme di danaro, altri materiale ed operai, altri roba, e le
donne davano i loro braccialetti, orecchini, anelli ed ogni altra sorta di
gioielli, con tanto fervore e con tanta devozione, che in poco tempo fu
raccolta molta elemosina e l’opera andava crescendo.
Vennero
ultimate così le tre parti ora esistenti, e l’arcivescovo diede danaro perché
si facessero con sollecitudine finestre e corridoi, e venissero trasferiti i
poveri, come lo furono, nelle sale nuove, dove stanno ora, benché l’opera non
sia stata ancora completata.
Ed il motivo è stato perché il demonio, che non dorme mai ed è seminatore di
zizzania, vedendo che prosperava così bene nel servizio di nostro Signore,
volle mettervi le sue mani e, mediante i mezzi a lui abituali, fece sorgere
controversie tra i frati e i fratelli,
che durano fino a oggi, senza essere state ancora definite. Di questo non è mio
intento trattare, perché son cose che vanno alla lunga per via di giudizio,
che, se potessero esser viste nel giudizio di Dio, sarebbero presto risolte. Ed
è per questo che spesso molte opere buone vengono a cessare. Ma lasciamo a Lui,
e torniamo a parlare dell’ordine dei fratelli.
* --- *
Capitolo 23
DELL'ORDINE
CHE OSSERVANO I FRATELLI DELL'OSPEDALE DI GIOVANNI DI DIO E DEL FRUTTO
CHE HANNO PRODOTTO IN OGNI PARTE
Fu così grande
l'esempio di vita lasciato da Giovanni di Dio e piacque tanto a tutti, che
molti si sentirono e si sentono mossi ad imitarlo e a seguire il suo cammino,
servendo nostro Signore nei suoi poveri ed esercitando l'ufficio
dell'ospitalità solo per Dio, in cui non occorrono lettere e studio, bensì
molto disprezzo del mondo e di se stessi, molta carità e molto amor di Dio. Ed
è per questo che si sentirono e si sentono animate ad abbracciare la loro vita
persone di ogni età e condizione, le quali non sarebbero utili in altri Ordini
perché non sanno di lettere.
La norma che
seguono per accettarli nell'ospedale è questa.
Vengono
esaminati circa la loro retta intenzione di servire nostro Signore. Se risulta
tale, li accettano e, vestiti d'un modesto abito di color bigio, li occupano
nel servire i poveri e nell'ufficio che viene loro assegnato, per qualche
tempo: alcuni per due, tre o sei anni, secondo che sembra ne abbiano bisogno,
provandoli bene nell'umiltà e nella modestia. Se danno buona prova, dopo averlo
chiesto con molta umiltà al fratello maggiore e al rettore,
si dà loro l'abito. E rimangono così ancora per molti anni, fino a quando
vengono ritenuti meritevoli di essere ammessi alla professione.
Tutto ciò,
insieme al loro modo di vivere e di procedere, appare dalle costituzioni
dell'Ordine, le quali saranno riportate più avanti, e per questo qui non ne
parlo.
In questa casa
di Granata ordinariamente vi sono da diciotto a venti fratelli. Alcuni di essi
lavorano nelle infermerie assistendo i poveri, altri nei vari uffici della
casa. Altri, invece, vanno a chiedere elemosina per la città, ripartita in
parrocchie, chiedendo ciascuno nella propria. Altri vanno fuori per le campagne
e i paesi a chiedere grano, orzo, formaggio, olio, uva passa, e le altre cose
necessarie alla vita.
In questo modo
si raccoglie elemosina sufficiente per il mantenimento dell'ospedale e, con la
poca rendita che ha, nostro Signore lo provvede, sì che ordinariamente si
mantengono 120 letti e 30 inservienti oltre i fratelli. Alcune volte, in tempo
di necessità, vi sono da tre a quattrocento letti. E tutti vengono mantenuti ed
assistiti mediante la provvidenza di nostro Signore, non senza giusta e generale
meraviglia.
Quest'ospedale,
infatti, ebbe ed ha sempre, fin dall'inizio, una cosa ereditata dal beato
Giovanni, ed è che non si rifiuta mai povero che viene, e non vi è limite di
letti, ma si ricevono tutti quelli che vengono. Anche se non c'è letto, i
fratelli preferiscono metterli a giacere sopra una stuoia, fino a che ve ne sia
uno libero, nutrirli e dar loro i sacramenti, anziché, senza nulla di questo,
lasciarli morire per strada.
Tutti quelli
che entrano qui per servire, servono con carità e per amore di Dio, senza che
nessuno riceva salario. E così la casa è servita meglio che qualsiasi altra
casa del mondo, perché tutti vi entrano per salvare la propria anima
esercitandosi nella carità, e ciascuno fa più che può, senza che sia necessaria
alcuna riprensione.
Non solo qui è
stato prodotto il frutto di cui abbiamo parlato, ma da questa casa, come dalla
sorgente, sono usciti fratelli molto esemplari, che hanno fondato ospedali in
molte altre parti, nei quali si fanno molte buone opere, germogliate da quel
piccolo chicco che nostro Signore seminò in Giovanni di Dio, del quale essi
imitano l'esempio.
Da qui,
infatti, usci Marino di Dio,
il quale fondò l'ospedale che i fratelli hanno nella città di Cordova, che
prima era l'ospedale di san Lazzaro
e che il Re diede a questo fratello, nel quale costruì un magnifico edificio,
che ha molti letti e una buona rendita sia di grano che di danaro. Questo
fratello condusse una vita molto santa, fu gran penitente, camminava sempre
scalzo, e morì santamente.
Nella città di
Lucena in Andalusia, che è del duca di Segorbe, un fratello di questa casa,
chiamato Frutto di San Pietro, fondò un ospedale, nel quale si assistono i
poveri che vi accorrono da quelle parti.
Nella città di
Siviglia, il fratello Pietro Peccatore, che era di questa casa, fondò
l'ospedale delle Tavole, chiamato così perché all'inizio egli si era prefisso
di accogliere durante la notte i pellegrini e gli abbandonati, e perciò erano
state collocate alcune tavole per lungo, dove dormiva molta gente con i panni
che aveva. Ma poi vi fece una infermeria, dove venivano assistiti quanti erano
ammalati tra quelli che ivi accoglieva. Quest'ospedale venne in seguito
trasferito nella piazzetta di San Salvatore, dove sta ora: viene chiamato
ospedale di Nostra Signora della Pace ed ha sessanta letti, tutti per
incurabili. L'ospedale delle Tavole rimase, com'è tuttora, solo per accogliere
i pellegrini durante la notte, e ne hanno cura i fratelli di quest'altro
ospedale, i quali sono in dodici e vivono con molto ordine e pietà religiosa.
Siccome della vita di questo fratello faremo capitolo a parte, essendo egli
degno di memoria ed è passato da questa vita, qui non dico di più.
Anche a Roma e
a Napoli vi sono ospedali di quest'Ordine. E la loro origine è questa.
Essendo i
fratelli di questa casa di Granata andati là, quand'era in vita il Sommo
Pontefice Pio V, di felice memoria, per difendere la causa che avevano con i
frati di san Girolamo, e non essendo il loro ufficio aver liti, bensì
esercitare l'ospitalità, vedendo che stavano in ozio, il fratello Sebastiano
Arias cominciò a fondare un ospedale nella città di Roma, col favore del Sommo
Pontefice, il quale si compiacque del suo istituto, ammirando con quanta carità
i fratelli attendevano all'assistenza e alla cura dei poveri, e li favorì
tanto, che non solo diede caloroso impulso perché quest'opera si facesse, sì
che in cinque mesi si misero su sessanta letti, ma, elargendo loro altri
benefici, volle altresì elevare i fratelli ad ordine religioso. E perché fossero
veri religiosi concesse loro una Bolla molto favorevole, in cui fra l'altro
dispose che militassero sotto la Regola dell'Ordine di sant'Agostino, e così
professassero. Essi accettarono e così professano, come si vedrà dalla Bolla,
che riporterò letteralmente più avanti.
Il nostro
Santo Padre Gregorio XIII, che oggi felicemente governa la Chiesa Romana, è
stato ed è molto benevolo con essi ed ha loro concesso per protettore il
reverendissimo cardinale Savelli, suo Vicario, perché li difenda e li protegga
in ogni loro necessità, come fa con grande carità e benevolenza.
Anche in altre
parti di Spagna sono stati fondati ospedali di quest'Ordine, che tralascio di
menzionare per non essere prolisso.
Dico solo che
saranno pochi giorni che la fama di Giovanni di Dio e della grande utilità del
suo Ordine nel ministero dell'ospitalità, è volata fino alle Indie Occidentali.
Sono state, infatti, inviate a questa casa di Granata lettere dal Perù, Panamà
e Nome di Dio da parte di
ospedali ivi fondati, i cui capi chiedono di mettersi e assoggettarsi
all'obbedienza e dipendenza di questa casa e al suo ordine ed istituto; e
chiedono con molta istanza che vengano loro inviati il suo regolamento di vita
e le costituzioni dei fratelli insieme alla Bolla che hanno ottenuto, perché
vorrebbero introdurre anche là il loro Ordine, affinché i poveri vengano
assistiti con la dovuta carità. E fu, perciò, loro inviato quanto chiedevano
nello scorso anno 1581.
Mi sembra,
pertanto, che sarebbe cosa molto ragionevole che tutti i principi cristiani
favorissero i fratelli, ne procurassero l'incremento e aiutassero le loro case
con le elemosine, poiché è un grande bene comune e universale, ed arreca molta
utilità ai loro regni, avere un Ordine, il quale, con la carità dovuta e senza
alcun interesse umano, pratica l'assistenza e la cura ai poveri, sopportando il
fetore e il sudiciume che tale opera necessariamente reca con sé. Per nessun
guadagno, infatti, si potrebbero trovare persone disposte a compiere tale opera
come si deve, perché ad ognuno naturalmente fa orrore; e se questo non si vince
con la carità, non vi è altra arma per superarlo.
Avendo,
perciò, nostro Signore suscitato un Ordine che, con grande misericordia, si
prefigge quest'unico fine e lo attua solo per amor suo con la dovuta carità, è
giusto che gli siano rese fervide grazie per questo, e che tutti coloro che ne
vengono a conoscenza e desiderano la sua gloria ed il bene comune aiutino i
fratelli e li proteggano, ciascuno più che può. Poiché, oltre a ciò, i fratelli
sono persone molto virtuose e di grande esempio, e tra loro vi sono stati
uomini grandi per santità di vita.
E perché si
possa comprendere qualcosa di ciò, farò qui una breve menzione della vita di
uno di loro che ha lasciato già questo mondo. Benché, poi, potrebbe farsi
menzione anche di altri, non lo farò, non essendo ancora tempo, perché alcuni
sono tuttora viventi, mentre di quelli che sono già morti, il ricordo è ancora
vivo, e tutti li hanno conosciuti, e perciò non mi è sembrato necessario ora
prolungarmi nella narrazione.
* --- *
Capitolo 24
DELLA VITA DI PIETRO PECCATORE
Ben si vede
quanto sia differente la prudenza e la sapienza dei figli di Dio da quella dei
figli di questo secolo, poiché questi, pieni d’ipocrisia, cercano nomi e titoli
a loro parere onorevoli e illustri, che sono stimati in questo mondo, per
coprire con essi i loro difetti e quanto manca loro di virtù, e sembrare così
diversi da quello che sono. Gli altri al contrario, benché lo meritino
veramente e si addica loro ogni buon nome, tuttavia cercano i nomi più umili e
spregiati, perché sembrando tali possano nascondere il tesoro che hanno
ricevuto dal Signore e rendergli onore, confessando in tal modo la sua grande
clemenza, poiché, essendo egli quello che è, elargisce a simili uomini favori e
grazie.
E questa fu la
causa per cui questo santo uomo credette bene di assumere il nome di Pietro
Peccatore. Infatti, essendo egli veramente molto fondato nel convincimento di
sé e nel concetto che aveva di Dio, per la luce che la divina Maestà si compiacque
comunicargli, quando più saliva la bilancia della conoscenza di Dio, tanto più
scendeva quella del conoscimento della propria miseria e della propria
pochezza. E quindi per sì ardua impresa nessun’arma più nobile gli sembrò poter
prendere per essere riconosciuto, che assumere il nome di Pietro Peccatore. E
fece ben conoscere così a quale scuola si era formato e come la sua vita si
rassomigliasse a quella degli uomini insigni, a molti dei quali nostro Signore,
volendoli rendere tali, cambiava in altro il nome che prima avevano.
Costui fu tale che, secondo i molti indizi. che ne
abbiamo, di lui si potrebbe assai meritatamente scrivere un libro a parte per
narrare la sua vita e lodare le sue grandi virtù, la sua gran penitenza, il suo
amore perfettissimo di Dio e del prossimo, e la vita eremitica che condusse per
molti anni nella solitudine di una montagna.
E fu questa la
cagione per cui si è saputo poco della sua vita, perché con molta difficoltà e
solo per amore di Dio egli poteva essere indotto a vivere nell’abitato, come si
vedrà da quel che diremo di lui, il che in definitiva è ciò che abbiamo potuto
sapere, ed è quanto segue.
Pietro
Peccatore fu nativo di questa nostra Andalusia, ma di qual luogo in particolare
non si sa. Né sappiamo altresì in qual modo sia avvenuta la sua conversione ed
abbia seguito con tanto fervore la via di nostro Signore. Sappiamo solo che
quand’era ancora ragazzo, e da principio nella città di Jaén, si esercitava a
lavorare con le proprie mani, e così viveva.
E continuò a
far sempre in tal modo, come l’apostolo san Paolo, il quale volle vivere sempre
del proprio lavoro e nulla chiedeva a nessuno, dovunque si trovasse.
Portava acqua
per le strade con due secchi pendenti dalle spalle, procurandosi così da
mangiare.
Ciò che
avanzava dal suo assai parco e limitato cibo, lo dava ai poveri. Poi subito si
ritirava nel suo cantuccio e si dava all’orazione, non essendogli a ciò
d’impedimento la delicata cena, né il morbido letto, poiché questo era la dura
terra, ed il vestito fu sempre molto ruvido e della medesima forma di quello
degli altri allorché si recava nell’abitato.
Andò sempre scalzo per molti anni, finché, per la
sua avanzata età e per ubbidienza, lo indussero a calzarsi.
Da Jaén si
ritirò in un eremitaggio che si trovava in un aspro e solitario monte del
territorio di Malaga, dove rimase molti anni menando vita angelica. E viveva
con il lavoro delle proprie mani, come si è già detto, facendo cucchiai,
cestelli ed altre cose di legno, che poi vendeva per sostentarsi.
C’è da supporre
che ivi gli accadessero molte cose degne di essere conosciute e delle quali non
abbiamo notizia, perché era uomo estremamente silenzioso e non diceva parola se
non mosso dalla gloria di nostro Signore e per il vantaggio del prossimo. Il
che, però, si lascia intravedere dagli effetti che si vedevano, perché da lì
usciva così infiammato d’amore di nostro Signore, che lo si comprendeva bene
dal frutto che produceva quando andava nelle città vicine, come si dirà subito.
Stando lì, gli
venne il desiderio di andare a visitare i luoghi santi di Roma e le reliquie
degli apostoli san Pietro e san Paolo. E lo mise in esecuzione, con grandissimi
travagli, che patì all’andata e al ritorno, di fame, di freddo e di caldo,
perché andava poco riparato, scalzo e senza nulla in testa.
Giunto che fu
là, visitò con gran devozione e molte lacrime quei luoghi che tanto aveva
desiderato, baciando la terra e le pietre bagnate dal sangue di tanti martiri.
Ed essendo sempre sua abitudine, avendone
occasione, di procurare il bene e il profitto di tutti, ed indirizzare le
creature al loro Creatore, oltre agli altri con i quali parlò, un giorno gli
capitò d’incontrarsi con un ebreo, che gli piacque, sembrandogli un giovane
modesto, di buon garbo e d’intelligenza acuta. Cominciò perciò a parlargli
della sua salvezza e dell’errore in cui si trovava, di volere cioè continuare a
seguire quella legge che era cessata con la venuta del Messia, dicendogli che
colui che Dio aveva promesso, per mezzo di tutti i profeti, era veramente
venuto, mentre loro scioccamente lo attendevano ancora. E seppe dirgli tali
cose che, con l’aiuto datogli da nostro Signore e la luce concessa all’ebreo,
lo convertì e gli fece confessare la verità. Il giovane, quindi, chiese il
battesimo, e gli venne amministrato con gran festa in Roma. Per toglierlo, poi,
dall’occasione che, incontrando gli altri ebrei e conversando con essi, lo
pervertissero, gli consigliò di andarsene con lui in Spagna. Ed avendo quello
accettato, se ne tornò in Spagna insieme con lui.
Tornato da Roma,
se ne andò direttamente a Siviglia ed aveva le armi così bene affilate che
quasi ignudo, scalzo e cinto d’una corda, percorreva le vie della città,
facendo pubblica penitenza e gridando a tutti di farla anch’essi; e lo diceva
con tali esortazioni e con parole sì vive,
che trapassava i cuori di quanti lo sentivano. E ben si vedeva che gli uscivano
accese dal fuoco dello Spirito Santo, perché fece gran frutto in molti, i quali
lasciando il mondo seguirono Cristo nostro Redentore per diverse vie: alcuni entrando
nella vita religiosa, altri facendo quello che faceva lui, come si vedrà.
Il suo modo di
dire era tale da sembrare che non fosse lui a parlare, ma che un altro gli
movesse la lingua, perché andava così assorto ed estasiato che, camminando per
le piazze, sembrava che non vedesse né sentisse alcuno, e che andasse da solo
come nella montagna.
Le sue parole
erano poche, ma dette con tale e tanta vivezza, che fino ad oggi non vi è
alcuno di quelli che l’udirono, per quanto dimentico delle cose di Dio, che le
abbia dimenticate e non le ricordi ancora con ammirazione.
In questo
atteggiamento e in questo modo, percorse tutto il territorio di Siviglia, dove,
insieme con i fratelli che si erano uniti a lui, fondò l’ospedale delle Tavole
nel modo già detto, ed ivi si esercitò molti giorni ad assistere e servire i
poveri, e ad andare per le vie, ma invece di questuare annunziava le verità
cristiane, e senza che egli chiedesse tutti gli davano elemosina per i poveri.
E perché non sembrasse che egli facesse tutto per
gli altri e dimenticasse il proprio profitto e la sua antica vita sul monte e
la preghiera, di quando in quando radunava i fratelli e teneva loro un
discorso, esortandoli sulla necessità di attendere alla preghiera per
rinforzare le fondamenta delle virtù e tornare poi ad aver cura dei fratelli
con rinnovata energia, cosa che in mezzo al frastuono di Siviglia non poteva
farsi come si doveva.
E perciò,
lasciato un fratello nell’ospedale, si recava insieme agli altri sui monti di
Ronda, nel luogo più aspro, si ritirava in una grotta e vi passava molti giorni
nella preghiera e nella meditazione, e, come maestro che vi si era esercitato
per molti anni, istruiva i suoi sul modo di farle.
E, similmente,
insegnava loro a lavorare con le proprie mani per evitare l’ozio e procurarsi
il sostentamento necessario.
Da qui, dopo
alquanti giorni, talvolta dopo un anno e più, tornava in città. E così
alimentava l’una e l’altra vita, e formava fratelli di grande virtù, esempio e
santità, e di molta penitenza, perché egli dava loro tale esempio che da solo
era ammonimento sufficiente per renderli tali, essendo molto rigoroso con sé
stesso e molto astinente.
E poiché
andava scalzo ed inciampava nei sassi, accadeva che gli si producevano delle
ferite ai piedi così vaste che, non avendo altro rimedio, forava con una lesina
i duri calli che aveva e ricuciva così le spaccature col filo che si adopera
per cucire le scarpe.
Avvenne un
giorno che, trovandosi sul monte con un solo compagno, il quale vive ancora,
andarono insieme a raccogliere legna nella selva per fare cucchiai e zeppe, e,
tornando senza aver mangiato, durante il cammino andavano dicendo come nella
grotta non vi era nulla da mangiare: ed erano estenuati. Giunti alla grotta,
Pietro Peccatore vide sopra un sedile di pietra un grosso pane bianco con
accanto un vasetto pieno di olio, e rivolgendosi al compagno gli disse versando
molte lacrime: «Guarda, fratello, come il Signore pietosissimo ha avuto cura di
provvederci, senza averlo noi meritato». E, inginocchiatisi tutti e due, resero
grazie per lunghissimo tempo a nostro Signore, che aveva riempito di devozione
le loro anime alla vista di quella provvidenza e nutrito i loro corpi del cibo
necessario.
* --- *
Capitolo 25
DELLA VENUTA
DI PIETRO IL PECCATORE
ALL’OSPEDALE DI GIOVANNI DI DIO
E DELLA SUA MORTE
Benché il buon Pietro Peccatore desiderasse di tanto in tanto
esercitarsi a servire Gesù Cristo nei suoi poveri, tuttavia il suo principale
desiderio e la sua gioia erano la solitudine e la quiete. E perciò alcune volte
andava all’ospedale e poi se ne tornava sul monte.
Sembrandogli che a Siviglia fosse ormai molto conosciuto e quando lo
vedevano gli rendessero maggiore onore di quanto la sua grande umiltà e il suo
disprezzo del mondo potessero sopportare, decise di non tornarvi più. Affidato,
pertanto, l’ospedale a un fratello chiamato Pietro Peccatore il piccolo, uomo
di grande virtù e santità e di gran talento, il quale a Siviglia era molto
stimato ed amato da tutto il popolo, si recò a Granata nell’ospedale di Giovanni
di Dio, dove faceva quello che gli comandavano ed andava per le vie come a
Siviglia, facendo le sue abituali esortazioni, scalzo e a capo scoperto, con i
capelli lunghi, vestito di un semplice sacco di ruvido panno lungo fino ai
piedi, e con un crocifisso in mano, sì che al solo vederlo compungeva e faceva
riflettere ognuno, pronunziando le medesime parole e producendo lo stesso
frutto, come aveva fatto in tutte le altre parti.
E da qui se ne andava alla montagna, come soleva fare, finché alcune
persone da lui conosciute, esortandolo, gli consigliarono di stabilirsi del
tutto nell’ospedale di Giovanni e prendervi l’abito, e ciò per la sua avanzata
età, perché era molto vecchio, di quasi settant’anni, e non poteva più
sopportare i rigori del monte, sia per il frutto che nella città apportava a
tutti, poveri e ricchi.
E siccome non
aveva volontà propria, egli ubbidì sembrandogli che non era poi un cattivo
coronamento della vita eremitica, seguita fino allora, morire avendo emesso la
professione e sotto l’ubbidienza. E perciò venne, prese l’abito e dopo alcuni
giorni professò.
Alla casa
giovò molto la sua buona vita, il suo esempio e quanto raccoglieva per i
poveri, praticando egli i suoi abituali esercizi e procurando che in tutto
venisse maggiormente onorato Dio.
Radunava nella
piazza la gente oziosa e sbandata, e teneva loro alcuni discorsi così elevati e
con tale spirito, che avrebbero avuto di che imparare anche persone di grande
intelligenza e con molti anni di studio.
Aveva anche
l’abitudine di alzarsi ogni giorno presto al mattino ed andare nelle piazze,
nelle quali si radunavano i lavoratori dei campi per trovare lavoro, dove
saliva sopra una tavola e, messosi in ginocchio, recitava loro tutta la
dottrina cristiana con grande devozione, perché comprendeva bene che molti di
quelli che vi si radunavano non la sapevano, e che, sentendola abitualmente,
l’avrebbero appresa; e ne faceva perciò ripetere loro le formule.
Ordinariamente,
per le piazze portava in mano una statua di Gesù bambino, molto bene adornata.
Ed era sorprendente vedere con quanta riverenza e devozione la portava, non
distogliendone gli occhi, né per la stanchezza, né per il prolungarsi del
tempo, neppure per un momento. E, pur essendo grandetta e abbastanza pesante,
non si stancava di portarla tutto il giorno nella stessa mano, senza passarla
nell’altra, malgrado che egli fosse molto vecchio, sì da far meravigliare
coloro che lo vedevano.
Tutti i
venerdì portava una croce grande, in cui era dipinto Gesù crocifisso, del quale
era molto devoto, e diceva molte belle cose in sua lode, tanto che, quando
stava ancora sul monte, teneva una grande croce prima che si giungesse alla
grotta, e quando vi si recava, dovendo passare sempre per dove stava la croce,
vi si inginocchiava davanti e le rivolgeva molte affettuose parole e dolci
espressioni, e si rallegrava con essa, come sant’Andrea quando venne portato ad
essere crocifisso.
All’ospedale,
si alzava a mezzanotte e andava in chiesa, si metteva in ginocchio e vi
rimaneva fino al mattino in preghiera e in sacri canti dinanzi al Santissimo
Sacramento, con gran devozione e santa semplicità, dicendo: «Chi mi separerà
dal Crocifisso? Né il demonio, né quanto vi è nel creato», e cantando al
Signore le sue strofe e il proprio amore. E, continuando a cantare, si alzava e
ballava, e poi tornava a pregare. In questo modo passava la maggior parte delle
notti nella dolce melodia della sua anima.
Lo stesso
faceva in alcune feste principali, come a Pasqua e in altre di alcuni santi. Si
alzava molto presto e si recava in chiesa, dove danzava davanti all’altare,
cantando alcune strofe in lode della festa; poi si metteva in ginocchio e
pregava e tornava a danzare con tanto fervore che commoveva i cuori di coloro
che riuscivano a vederlo. Perché, come si è detto, faceva tutto questo con
molto raccoglimento e senza badare a nessuno, come se si trovasse solo al mondo
e non tra gli uomini: e perciò non mi meraviglio.
Il continuo
trattare con Dio, infatti, gli aveva fatto acquistare tanta riverenza ed amore
che, camminando sempre soltanto alla sua presenza, modesto e attento a quanto
era dovuto al suo servizio, aveva perduto il senso di trovarsi tra gli uomini,
e, perché non gli fossero di alcun impedimento a trattare con Dio, non teneva
di essi più conto che delle pietre inanimate.
Anche nella
piazza operava e pregava nello stesso modo, come se si trovasse chiuso nella
propria cella.
Questa, certo,
era cosa degna di molta considerazione e di molta ammirazione in lui, sì che
quanti l’osservavano ne rimanevano meravigliati e lodavano il Signore per
avergli concesso tale grazia e tal modo di vita edificante.
Era
devotissimo del Santissimo Sacramento e, similmente, di nostra Signora.
Nei giorni del
Corpus Domini, quando si trovava a Granata, messasi qualcosa sopra l’abito e in
testa, usciva e andava davanti a nostro Signore, danzando e cantando durante
tutta la processione. E, pur essendo così vecchio, non si stancava. Non
sapendo, poi, in nessun modo ballare, era tanta la grazia e lo spirito con cui
lo faceva, che la gente tralasciava tutte le altre manifestazioni festive e
andava a vedere danzare Pietro Peccatore; e vi erano delle persone spirituali
che dicevano di andare a vedere Pietro Peccatore per saziarsi di lacrime di
devozione. Ed accadeva loro così perché faceva tanti salti davanti a nostro
Signore e all’immagine di sua Madre, e diceva tali parole, che molto facilmente
faceva prorompere in lacrime.
Giunto il
tempo stabilito da nostro Signore per dare riposo al suo servo e premiarlo dei
suoi servigi e delle sue fatiche, affinché si adempisse bene il consiglio che
quelli gli avevano dato, cioè che era cosa buona finire i suoi giorni
nell’ubbidienza, gli venne comandato di mettersi in cammino e andare a Madrid
per trattare col Re di certi affari riguardanti la casa.
Egli ubbidì senza
dir parola, benché gli recasse abbastanza disagio, sia perché era malato,
poiché la vecchiaia da sola è una infermità, sia perché era assai nemico del
frastuono e della Corte, per quanto gli fosse possibile. Ma, chinando il capo,
si mise in cammino con un asinello, che il fratello maggiore gli comandò di
portarsi. Però, per quanto poi si seppe, egli poco vi montò sopra, non avendone
l’abitudine ed avendo camminato a piedi per tutta la sua vita. Anche nel
mangiare, durante il viaggio, si trattò molto aspramente.
Arrivato a
Madrid, perciò, andò a stare nell’ospedale dei suoi fratelli ed ivi, come
forestiero, non volle prendere il cibo nel refettorio dei fratelli, ma
consumava in un cantuccio alcuni pezzi di pane duro, che portava nella sporta,
e con questo si sostentava.
Cominciò a
trattare gli affari, ma venne colto da una febbre che gli durò alcuni giorni e
lo affaticò.
Conoscendo che
quella era la sua ultima malattia, lasciò la Corte e si recò a Mondéjar, che è
vicino.
Qui si
trovavano il conte e la contessa di Tendilla, i quali ora sono marchesi di
Mondéjar, e tanto essi come i loro genitori e nonni sono stati sempre molto pii
e buoni cristiani, e hanno avuto grande devozione per questa casa di Giovanni
di Dio, beneficandola nel passato e al presente assai largamente con le loro
elemosine. Essendo
stati essi per lungo tempo Capitani Generali di questo Regno di Granata, e
attualmente sono Governatori di questa insigne fortezza dell’Alhambra, e
vissuti sempre qui, conoscevano molto bene il buon Pietro Peccatore. Questi
perciò si ritirò da loro per morirvi. Entrando in casa, si presentò ai
marchesi, i quali si rallegrarono molto nel vederlo. Ed entrando disse loro:
«Qui vengo a morire».
Aggravandosi
il male, essi lo fecero mettere in un buon letto e si presero cura di lui con
grande carità in tutto quello che era necessario, come delle loro stesse
persone.
Egli, invece
di far lamenti come fanno gli altri infermi, se fino a quel giorno cantava e
diceva canzoni amorose a Dio, allora cominciò a farlo con maggiore dolcezza e
amore, come il cigno che quando muore canta più dolcemente, e come colui che
già vedeva con gli occhi l’adempimento del suoi desideri e giungere il giorno
in cui avrebbe visto il suo amato Gesù.
Ricevuti i
santi sacramenti con molte lacrime e devozione, la notte in cui morì rimasero
soli con lui il marchese e la marchesa, per godere ancora, in quel poco tempo
che rimaneva, della sua angelica conversazione e delle sue sante parole.
Egli cominciò
a cantare ed esultare, battendo le dita com’era solito fare, cantando sante
strofe, e subito dopo a dire molte volte: «Cogliete quei fiori, cogliete quei
fiori», come colui che già vedeva i fiori, che la Sposa, nel Cantico dei
Cantici, diceva essere apparsi nella nostra terra e che presto avrebbero dato i
frutti, di cui godere nella beatitudine eterna. E dicendo queste parole, spirò
e rese l’anima al suo Creatore.
Rimasero tutti
tanto consolati nel vedere una simile morte, preceduta da una tal vita - il che
è quello che più conta in quel momento - che ne rendevano molte grazie a nostro
Signore.
Appena se ne
diffuse la notizia tra la popolazione, molta gente accorse a vederlo ed
onorarlo come santo e uomo di Dio. Anche i marchesi lo venerarono come tale e
gli fecero fare le esequie con molta cura e molto onorevolmente.
Dopo averlo
tenuto esposto per alcuni giorni nella chiesa, dove tutti potessero vederlo, il
marchese dispose che si facesse una cassa di legno foderata di cuoio nero, e vi
si mettesse il corpo.
E non volendo
egli, per il grande amore che porta a questa casa e ai fratelli, privarli del
corpo di questo santo uomo, ordinò ai suoi servitori di portarlo in questa
casa, sopra una mula ben bardata a tale scopo.
E così lo
portarono a Granata. E, benché si fosse nella stagione calda e vi fossero settanta
leghe di cammino, giunse senza il minimo cattivo odore ed integro come quando
morì: eppure era morto da quindici giorni.
Vi giunse a mezzanotte, e il fratello maggiore
narrò che, quando quelli che lo portavano arrivarono all’ospedale, stando egli
ancora sveglio nella sua cella, prima che essi bussassero alla porta, sentì un
colpo così forte nel tetto della sua cella, che credette che stesse per
crollare l’appartamento e la stanza. Uscito dalla cella per vedere che cosa
potesse essere, non sentì nulla, e tutti stavano dormendo tranquillamente.
Improvvisamente
senti bussare in gran fretta alla porta. Mandato qualcuno a vedere di che si
trattasse, gli dissero che era arrivato il corpo di Pietro Peccatore, per cui
conobbe che quel colpo poteva essere stato un preavviso di quanto stava per
accadere nella casa.
Si alzarono
subito, perciò, tutti quelli di casa e, con candele bianche, andarono a
riceverlo e lo posero nella chiesa, con grande gioia.
Volendo essi
fargli le esequie che si meritava una tale persona, l’arcivescovo non lo
permise, per motivi da lui ritenuti giusti, ed ordinò che lo seppellissero
subito.
Tuttavia,
non poté farsi così segretamente senza che vi accorresse molta gente; e venne
seppellito con gran devozione di tutti, poiché, vedendolo ancora integro dopo
tanti giorni che era morto, davano lode a nostro Signore, il quale è
glorificato nei suoi santi e vive in eterno. Amen.