Carta d'Identità dell'Ordine

L'assistenza ai malati e ai bisognosi secondo lo stile di S. Giovanni di Dio

   
Carta d’identità dell’Ordine Ospedaliero

 

Carta d’identità dell’Ordine Ospedaliero

 

L'assistenza ai malati e ai bisognosi

secondo lo stile di San Giovanni di Dio

 

 

Roma, 8 marzo 2000

 

 

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PRESENTAZIONE

 

 

Ho l’onore e il piacere di presentarvi il documento “LaCarta d’Identità dell’Ordine”. Abbiamo voluto che fosse un documento capace diaffrontare tutti i punti necessari per illuminare l’ospitalità che siamochiamati a realizzare oggi come Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio inprospettiva del Terzo Millennio per continuare ad incarnare il profetismo diSan Giovanni di Dio.

Il documento era previsto dalPiano del Governo Generale per il Sessennio. Per la sua elaborazione sono statinominati tre diversi gruppi di lavoro che si sono riuniti in due occasioni aRoma e che a loro volta hanno nominato al loro interno una commissioneristretta che ha elaborato in diversi passaggi con i suggerimenti e le propostedei tre gruppi il testo che ora tenete nelle vostre mani.

Il Piano del Governo Generale peril Sessennio prevedeva una serie di attività di accompagnamento alla “Cartad’Identità” che tuttavia non si sono potute realizzare perché non è statopossibile elaborare il testo nei tempi previsti.

Il Consiglio Generale ha ritenutoopportuno che, invece di realizzare un nuovo documento apposito per il CapitoloGenerale, le Comunità e gruppi scelti di collaboratori studiassero nel corso1999-2000, sulla base degli orientamenti dati dalla Commissione Preparatoriadel Capitolo, la Carta d’Identità. Le conclusioni di questo studio dovrebberoservire per preparare il programma da discutere ed approvare nel LXV CapitoloGenerale per il prossimo sessennio.

Questa idea è stata condivisa siadai membri della Commissione che ha elaborato il testo, sia dai SuperioriMaggiori dell’Ordine nella riunione svoltasi a Roma dal 30 novembre al 4dicembre 1998.

Il documento affronta diversicapitoli importanti per la nostra missione:

-        il tema dell’ospitalità che viene sviluppato in un quadrofilosofico e teologico-biblico per illuminare i tratti fondamentali di San Giovannidi Dio e della tradizione dell’Ordine giungendo a delineare i principi con iquali desideriamo realizzare la nostra ospitalità oggi;

-        la dimensione etica dell’essere umano e dell’assistenza. Aquesto proposito vengono descritti i principi generali su cui si fonda lanostra etica e le situazioni concrete a cui, trasformandoci in ospitalitàvissuta, siamo chiamati a rispondere nello stile di San Giovanni di Dio;

-        il tema della cultura dell’ospitalità che ci richiama conforza all’importanza della formazione e della ricerca per rispondere alle sfidedel terzo Millennio;

-        la necessità di realizzare nelle nostre strutture una gestionecarismatica. Dobbiamo applicare le regole del moderno management, ma dobbiamofarlo in maniera carismatica, vale a dire con i valori qualificanti che ilseguimento di Cristo e di Giovanni di Dio apportano alla gestione, ancoratialla dottrina sociale della Chiesa.

Procedendo in questa maniera pensiamo di uscire dalCapitolo Generale con un programma pratico che ci aiuterà a vivere nel prossimosessennio rispondendo alle esigenze del nostro carisma nel XXI secolo.

Diamo a conoscere questodocumento ufficialmente nel giorno di San Giovanni di Dio, nell’Anno Giubilare,nel giorno della riconciliazione per sottolineare la sua importanza per vivereoggi l’ospitalità.

Che San Giovanni di Dio ci aiutia riconciliare il nostro essere affinché siamo capaci di trasmettere lariconciliazione con il nostro essere ospitalità.

 

Fra Pascual Piles

Priore Generale

 

 

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1. PRINCIPI, CARISMA E MISSIONE

DELL'ORDINE OSPEDALIERO DI SAN GIOVANNI DIDIO

 

 

1.1. Progettando il futuro sulla base dei nostri principi

L’umanità si affaccia al XXIsecolo piena di timori e di speranze. Abbiamo raggiunto progressiimpressionanti nella comprensione e nel controllo del nostro mondo che oggiappare ai nostri occhi come un grande villaggio – il “villaggio globale”. Nellostesso tempo persistono o si intensificano sofferenze individuali e collettiveprovocate dalle guerre, dall’egoismo di classe o di gruppo e dalla limitazionedella natura umana che ci rimanda alla presenza permanente del dolore,dell’infermità e della morte.

 

L’OrdineOspedaliero di San Giovanni di Dio fa parte di questo “villaggio globale”.Siamo 1.500 Confratelli, 40.000 collaboratori, tra impiegati e volontari, ecirca 300.000 benefattori-sostenitori. Siamo presenti nei cinque continenti in46 nazioni, con 21 Provincie religiose, 1 Viceprovincia, 6 Delegazioni Generalie 5 Delegazioni Provinciali, e realizziamo il nostro apostolato a favore degliinfermi, dei poveri e di coloro che soffrono in 293 opere. Pur essendo membridello stesso corpo – l’Ordine – viviamo realtà molto diverse. C’è chi vive incentri e società altamente tecnicizzate e chi in centri e società in via disviluppo; c’è chi vive in nazioni immerse in un clima di pace e chi invece inpaesi lacerati dalla guerra e dalla violenza o che vengono da un passatocaratterizzato dalla violenza; c’è chi si può esprimere in piena libertà nellasocietà in cui vive, e chi vede invece la sua libertà e i suoi dirittifondamentali pesantemente limitati; c'è chisi dedica all'apostolato propriamente ospedaliero e chi invece si trovaimpegnato in temi sociali e settori dell'emarginazione; c'è chi ha comemissione quella di aiutare a vivere la persona e chi invece quella di garantirealla persona di morire con dignità; a prescindere dal fatto che il lavoro dinoi tutti si ispira al progetto di un'assistenza integrale, ci sono sfumatureche ci orientano di volta in volta verso la salute fisica, la salute mentale,il miglioramento delle condizioni di vita ecc.; infine c'è chi di noi vive nelNord e chi nel Sud, chi nell'Ovest e chi nell'Est. (1)

 

Alle sogliedel terzo millennio, uomini e donne di tutte le latitudini si interrogano sulfuturo della nostra società, delle nostre istituzioni, di noi stessi.Analogamente tutti noi che rendiamo possibile l’opera dell’Ordine Ospedalierodi San Giovanni di Dio nel mondo, ci interroghiamo sul futuro che l’Ordine saràcapace di costruire nel prossimo millennio al servizio dell’uomo che soffre,dell’uomo che si trova in una condizione di bisogno e che chiede il nostroaiuto per ricostruire il suo progetto personale.

 

In alcunicasi, nel momento in cui si progetta il futuro si può commettere l'errore dimettere da parte il passato, non per cattiva volontà, semplicemente perdimenticanza, per scarsa considerazione, per il desiderio di incarnare nuoverealtà. In altri casi, la necessità di profondo rinnovamento e di affrontaresituazioni di rottura, esige di mettere da parte impostazioni del passatopoiché i tempi nuovi esigono risposte nuove e si ritiene giusto liberarsi delpassato come di una zavorra per avere più libertà di costruire il futuro.

 

Bisognaprogettare il futuro fin da adesso tenendo conto di tutto il positivo delpassato: pensiamo sia questa la situazione in cui si trova l'Ordine Ospedalieroche vuole progettare il suo futuro da una riflessione attualizzata dei suoiprincipi e valori.

 

Probabilmentevi saranno luoghi e forme di attuazione da parte dell'Ordine che esigono uncambiamento e può essere che in alcune realtà questo mutamento debba essereradicale se vogliamo essere presenti nel terzo millennio offrendo un servizioalla popolazione e trasmettendo un messaggio che sia attuale. Per cui non vi é dubbioalcuno che tutto l'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio dovrà fondarsi suquei valori che hanno caratterizzato la nostra istituzione.

 

Questi valoridovranno essere inculturati, attualizzati nel loro linguaggio, realizzati inarmonia con la diversità delle parti del mondo, poiché solo in questo modopotranno essere conosciuti e accettati dalle persone che entrano in contattocon le nostre opere.

 

Di seguito riportiamo il numero43 degli Statuti Generali dell’Ordine nel quale sono specificati i seguentiprincipi:

 

Iprincipi fondamentali che come conseguenza della loro identità confessionalecattolica orientano e caratterizzano l'assistenza nelle nostre opere, sono:

 

·       avere come centro di interesse di quanti viviamo e lavoriamo nell'ospedale o in qualsiasialtra opera assistenziale, la persona assistita;

·       promuovere e difendere i diritti del malato e delbisognoso, tenendo conto della loro dignità personale;

·       impegnarsi decisamente nella difesa e nella promozionedella vita umana;

·       riconoscere il diritto della  persona  assistita  a essere convenientemente informata del suo stato di salute;

·       osservare le esigenze del segreto professionale,facendo in modo che siano rispettate anche da quanti avvicinano gli ammalati ebisognosi;

·       difendere il diritto di morire con dignità nel rispettoe nell’attenzione ai desideri giusti e alle necessità spirituali di coloro chesono in punto di morte, coscienti che la vita umana ha un termine temporale edè chiamata alla sua pienezza in Cristo;

·       rispettare la libertà di coscienza delle persone cheassistiamo e dei nostri collaboratori, fermi nell'esigere che si accetti e sirispetti l'identità dei nostri centri ospedalieri;

·       valorizzare e promuovere le qualità e laprofessionalità dei nostri collaboratori, stimolandoli a partecipareattivamente alla missione assistenziale e apostolica dell’Ordine; renderlipartecipi del processo decisionale nelle nostre opere in funzione delle lorocapacità ed ambiti di responsabilità;

·         rifiutare la ricerca di lucro, osservando edesigendo che non si ledano le norme economiche giuste. (2)

 

Riteniamo che noi confratelli ecollaboratori siamo il "capitale" più importante dell’Ordine per larealizzazione della sua missione. Per questo, nelle nostre relazioni, ciimpegniamo a rispettare e a promuovere i principi della giustizia sociale. Noiconfratelli desideriamo condividere il nostro carisma con quanti si sentonoispirati dallo spirito di San Giovanni di Dio.

 

Sempre che siano rispettati inostri principi, siamo aperti e promuoviamo la collaborazione con organismi siadella Chiesa sia della società nel campo della nostra missione conun’attenzione preferenziale per i settori sociali più abbandonati. (3)

 

Questiprincipi sono radicati nel nostro Fondatore e si sono strutturati nel corsodegli anni con la riflessione e il bene fatto dai suoi successori. Nello stessomodo anche noi, tenendo conto della tradizione, dobbiamo riflettere sulladefinizione della missione dell'Ordine Ospedaliero.

 

Il principiochiave che guida l’opera di Giovanni di Dio è il suo desiderio di “fare ilbene, facendolo bene; vale a dire non limitarsi alla semplice assistenza,dimenticando la qualità, ma coniugare la giustizia con la carità cristiana peroffrire ai malati e ai bisognosi un servizio efficiente e qualificato, sia alivello scientifico che tecnico”. (4)

 

1.2. Il carisma dell’Ordine

Giovanni di Dio era un uomo carismatico: il suo modo di agire attiròl’attenzione di quanti lo conobbero e la sua influenza si espanse da Granada aivillaggi e alle città dell’Andalusia e della Castiglia. Questo suo “carisma”trascendeva la sua persona: non si trattava solo di atteggiamenti e gesti umaniche, esprimendosi in amore verso i malati e i bisognosi, suscitavanoammirazione e spingevano a collaborare con la sua opera.

 

In senso teologico, carisma èogni forma di presenza dello Spirito che arricchisce il credente e lo rendecapace di un servizio a favore degli altri. Il religioso si consacra a vivereun carisma particolare, come dono ricevuto dallo Spirito, mediante lacoltivazione della grazia, l’incontro vitale con Dio e l’apertura e il servizioall’umanità.

 

Il carisma dell’ospitalità, conil quale Giovanni di Dio fu arricchito dallo Spirito Santo, s’incarnò in luicome germe che ha continuato a vivere in uomini e donne che nell’arco dellastoria hanno prolungato la presenza misericordiosa di Gesù di Nazaret, servendocoloro che soffrono, secondo il suo stile.

 

Le Costituzioni del nostro Ordinedefiniscono il Carisma così:

 

“In virtù di questo dono, siamoconsacrati dall’azione dello Spirito Santo, che ci rende partecipi, in modosingolare, dell’amore misericordioso del Padre. Questa esperienza ci comunicaatteggiamenti di benevolenza e di donazione, ci rende capaci di compiere lamissione di annunciare e di realizzare il Regno tra i poveri e gli ammalati;essa trasforma la nostra esistenza e fa sì che attraverso la nostra vita sirenda manifesto l’amore speciale del Padre verso i più deboli, che noicerchiamo di salvare secondo lo stile di Gesù”. (5)

 

Il Fatebenefratello si consacra evive in comunione con altri la chiamata ad esprimere lo stesso carisma. Mal’amore verso l’interno (comunione) deve esprimersi verso l’esternonell’esigenza di una missione che si intende come aiuto liberatorio a favoredei restanti membri della Chiesa e, in generale, di tutte le persone bisognose.

 

Partecipano direttamente alcarisma di Giovanni di Dio, i Fatebenefratelli, consacrati nell’ospitalità; e amodo di “irradiazione” dello stesso, sono partecipi del carisma anche icollaboratori: “Coloro che conoscono Giovanni di Dio (...) sperimentano chenella loro vita prende corpo una specie di luce che fa nascere in loro ildesiderio di vivere l’ospitalità, imitando l’esempio di Giovanni o dei suoiConfratelli (...) I fedeli laici che si sentono chiamati a vivere l’ospitalità,partecipano del carisma di Giovanni di Dio aprendosi alla spiritualità e allamissione dei suoi confratelli e integrandola nella propria vocazione personale.

 

I livelli di questapartecipazione sono ovviamente vari: così ci sono persone che si sentonoparticolarmente legati all’Ordine attraverso la sua spiritualità; altri invecevivono la partecipazione tramite il disimpegno della stessa missione. Ma quelche conta è che il dono dell’ospitalità ricevuto da Giovanni di Dio instauri traconfratelli e collaboratori un legame di comunicazione che sia per ambedueimpulso e stimolo a sviluppare la loro vocazione e a essere per il povero e ilbisognoso segno visibile dell’amore misericordioso di Dio verso gli uomini”. (6)

 

1.3. La missione dell’Ordine

Nel testodelle Costituzioni dell'Ordine Ospedaliero, la missione viene definita così:

 

"Incoraggiati dal dono ricevuto ciconsacriamo a Dio e ci dedichiamo al servizio della Chiesa nell'assistenza agliammalati e ai bisognosi, con preferenza per i più poveri". (7)

 

Questaimpostazione generale, valida per tutto l'Ordine, deve poi concretizzarsi inogni sua opera.  Partendo dallaconsiderazione che ogni opera é specifica e cerca di dare risposta ai bisognidi alcune persone, in un luogo e in un tempo concreto e se vogliamo che lanostra missione sia EVANGELIZZARE IL MONDO DEL DOLORE E DELLA SOFFERENZAATTRAVERSO LA PROMOZIONE DELLE OPERE E DEGLI ORGANISMI SANITARI E/O SOCIALI CHEPRESTANO UN'ASSISTENZA INTEGRALE ALLA PERSONA, ne consegue che in ogni concretarealtà si dia risposta ai seguenti interrogativi:

 

·     Perché questo Centro?

·     A chi va diretto il nostro servizio?

·     Chi siamo quelli che lo realizziamo?

·     Quali sono le strutture più idonee?

 

Questo saràil cammino per poter concretizzare i principi che vogliamo promuovere e lamissione che vogliamo realizzare nella società.

 

Soltantoquando incarniamo questi principi, cioè quando il nostro servizio all'uomomalato e bisognoso in ogni regione di questo mondo verrà illuminato da questivalori che stiamo indicando, soltanto allora avremo realizzato un'operadell'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio.

 

Per questo un altro passo moltoimportante sarà quello di descrivere in ogni Centro chi dovrà usufruirne,l'uomo malato e bisognoso che stiamo curando. Oltre a dedicare la nostraattenzione all’utente interno, dovremo includere nelle nostre riflessioni anchel’utente esterno: non solo il malato, ma anche i suoi parenti e familiari.

 

Altrettanto si dovrà fare nei confronti della società edell'ambiente in cui ci troviamo, delle persone e delle strutture cheintrattengono rapporti col Centro.

 

I servizi cheil Centro presta devono costituire una realtà dinamica e in evoluzione, poichécosì é la nostra società e in continuo mutamento é l'uomo di cui abbiamo cura.

 

Per la riflessione:

 

Nei Centri e nelle Comunità:

1)      Descrivisegni che evidenzino come si sta vivendo il carisma, la missione e i principifondamentali dell’Ordine.

2)      Descriviciò che sta rendendo difficile od offuscando la messa in pratica del carisma, dellamissione e dei principi fondamentali dell’Ordine.

3)      Indicale linee d’azione che possano garantire la messa in pratica del carisma, dellamissione e dei principi fondamentali dell’Ordine.

4)      Segnalai segni che evidenzino i legami di comunione nell’ospitalità tra confratelli ecollaboratori.

5)      Checosa è necessario fare per promuovere la crescita di questi legami di comunionenell’ospitalità?

 

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NOTE DEL PRIMO CAPITOLO

 

(1) Cfr. PILES FERRANDO, Pascual,Superiore Generale dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, Lettera Circolare per il Sessennio1994-2000, Roma, 1994, N. 1.

(2) ORDINE OSPEDALIERO DI SANGIOVANNI DI DIO, Statuti Generali,Roma, 1997, N° 43.

(3) Cfr. LXIII CAPITOLO GENERALE,La Nuova Evangelizzazione e la NuovaOspitalità alle soglie del terzo millennio, Bogotá, 1994, # 5.6.3.

(4) ORDINE OSPEDALIERO - CURIAGENERALIZIA,  Fatebenefratelli e Collaboratori insieme per servire e promuoverela vita, Roma, 1992, # 13

(5) Costituzioni, Roma, 1984, 2b.

(6)  Fatebenefratelli eCollaboratori insieme…, Op. Cit., Nn. 115-116

(7) Costituzioni, Roma, 1984, 3

 

 

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2.

FONDAMENTI BIBLICO-TEOLOGICI DELL'OSPITALITA'

 

 

2.1.             L'approcciofilosofico e religioso alla sofferenza

 

2.1.1. L'uomo di fronte aldolore

“Cos’èl’uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte che malgradoogni progresso continuano a sussistere? (...) Cosa ci sarà dopo questa vita?” (1)

 

La realtàdella sofferenza umana ha costituito un interrogativo fondamentale a cui i varisistemi filosofici e le fedi religiose hanno cercato di rispondere con variemodalità senza però riuscire mai a sollevare del tutto il velo di mistero chela avvolge.

 

Complessivamentepossiamo sintetizzare in cinque prospettive le risposte fondamentali a taleinquietante domanda.

 

Una prima équella, per così dire magica o misterica che fa riferimento allaradicale ineluttabilità e incomprensibilità del dolore. Spesso questo vienefatto risalire a un mito di carattere "punitivo" da parte delladivinità o al sopravvento di divinità malefiche su altre benefiche. In ognicaso tutto viene proiettato in una dimensione soprannaturale per cuialtrettanto soprannaturali possono essere i rimedi in grado di liberare l'uomodalla sofferenza (stregoni, sciamani, riti esorcistici, ecc.). Tale concezioneancora persistente in alcune cosiddette "popolazioni primitive"rimane tuttavia come substrato ancestrale in molte altre concezioni religiose.

 

Una secondarisposta, che dall'antica filosofia epicurea ha attraversato la storia fino adarrivare all'edonismo individualista di questo secolo, potremmo chiamarla di negazione. Tutte le realtà dolorosedella vita costituiscono un limite alla conquista del piacere e pertanto é benenon preoccuparsene, cercando di godere il tempo presente finché questo épossibile. Si tratta di una vera e propria "rimozione" del dolore edell'angoscia che la sua presenza crea. In tale substrato culturale, peraltro,affondano le loro radici tante forme di "disperazione" contemporaneache, negando la realtà dolorosa arrivano poi a negare la stessa vita quando nonsi riesce a sostenerne il peso esistenziale.

 

Un altroatteggiamento, opposto a questo é quello che riscontriamo nella eroica accettazione del dolore. E' statosistematizzato filosoficamente dallo stoicismo tanto che l'aggettivo"stoico" é diventato sinonimo di chi accetta, senza lamentarsi,sofferenze di notevole entità. Tale coraggiosa accettazione subì unaparticolare attrattiva per il cristianesimo, nella cui elaborazione teologicaintrodusse elementi di derivazione stoica che ben sembravano integrarsi conl'accettazione della Croce da parte di Gesù e con l'atteggiamento dei martiri.In realtà tale contaminazione non fu del tutto positiva divenendo una dellematrici di quella esaltazione pseudo-cristiana della sofferenza a cui é statodato il nome di "dolorismo" e da cui ancora stentiamo a liberarci.

 

Una quartamodalità di approccio al dolore consiste nel suo annullamento mediante un cammino interiore che portaprogressivamente all'abbandono di ogni passione e di ogni sofferenza sia fisicache psichica. Portato alla sua massima espressione dal Buddismo, esso siriscontra in altre filosofie e religioni orientali che oggi esercitano il lorofascino anche sul mondo occidentale. L'attenzione ai sofferenti éparticolarmente accentuata nella religione buddista che fa della"compassione" uno dei sentimenti universali che avvicinano l'uomoalla divinità anche se l'aiuto che al sofferente viene dato consiste nelsuperare i desideri che ne sono all'origine più che nella "soluzione"dei problemi, anche materiali, che possono esserne causa.

 

L'ultimamodalità, di cui parliamo più estesamente al paragrafo successivo, é quella cheriscontriamo nella sua più alta espressione nel Cristianesimo e che possiamo definiredella valorizzazione. Senza svelarnedel tutto il mistero e senza volerlo trasformare in una realtà di per sépositiva, il Cristianesimo offre delle "ragioni" al doloretrasformandone l'assurdità in possibile strumento di bene per sé e per glialtri. Una tale processo é possibile riscontrarlo anche come semplicesublimazione psicologica dell'individuo qualora questi trovi unarazionalizzazione all'esperienza dolorosa o, addirittura, alcune compensazionicomportamentali.

 

In ogni casoe al di là di queste interpretazioni non possiamo trascurare una dimensione assolutamente personale della sofferenzail cui significato sfugge a ogni generalizzazione avendo senso solonell'universo esistenziale di ogni singolo individuo. In questa prospettiva lasofferenza diventa un elemento biografico il cui più profondo mistero non potràessere mai svelato né ricondotto a una desiderata razionalità.

 

2.1.2. La sofferenza e i sofferenti nelCristianesimo

Nella visioneebraico-cristiana il dolore, così come il male di cui é espressione, nonappartiene al progetto originario della Creazione, cioè in altri termini nonproviene da Dio. Quindi, a differenza di altre religioni, non vi è una divinitàdel male alla sua origine. Il dolore, e il male di cui questo é espressione, appartienealla condizione umana ma al tempo stesso esprime il mistero di una realtà cheDio non vuole, di cui non gode e che attende solo di essere redenta. Realtànegativa, "assenza" più che presenza, come già intuiva S. Agostino.

 

Per far questo la Sacra Scrittura ricorre all'immaginemitica di una condizione umana esente da ogni sofferenza e in cui il doloreentra perché l’uomo trasgredisce un comando di Dio, cioè in realtà ci siallontana dal suo amore. L'immagine del serpente si fa simbolo dell'idolatriacioè del non "fidarsi di Dio" per preferirgli una realtà creatafacendone la propria divinità.

 

Per moltisecoli questa connessione "ontologica" tra colpa e sofferenza comesua punizione venne intesa da Israele in senso "personale", vedendoin ogni singolo dolore la punizione per un peccato (mentalità spessopersistente ancor oggi). Non solo ma, evidenziando il paradosso della"felicità dell'empio" e della "sofferenza del giusto" isapienti di Israele ritennero che l'empio sarebbe stato punito nella suadiscendenza e il giusto stesse espiando colpe dei suoi padri.

Il primodrammatico grido contro questa visione del problema é contenuto nel libro diGiobbe. Con una sensibilità che ancor oggi sorprende per la sua modernità,Giobbe si ribella contro una tale concezione del dolore e chiede conto a Diodel perché un "giusto" come lui debba soffrire in modo sproporzionatoalle sue possibili colpe. La risposta di Dio, tuttavia, non é esplicita ma sirealizza fondamentalmente nell'invito ad accogliere il mistero senza pretenderedi volerlo spiegare e senza rinunziare alla fede in un Dio che vuole solo ilbene dei suoi figli.

 

Questa grandetipologia del "giusto sofferente" si ripresenta solennemente nellafigura del "servo sofferente di Jhwh", un personaggio in cui lasuccessiva tradizione ha identificato l'immagine di Cristo che si"addossa" le sofferenze del popolo liberandolo così dalle stesse.Tale "espiazione vicaria" densamente identificata da Paolo in Rm 3,25 più che come "punizione" di un uomo solo al posto di tutto ilpopolo, va intesa nel senso degli antichi sacrifici di espiazione mediante cuil'olocausto della vittima diventava strumento del perdono di Dio. Il sacrificiodi Cristo e, in virtù del suo corpo mistico, il dolore dei credenti (ma secondola prospettiva di Rm 8, 19 ed Ef 1, 7-10, anche del mondo intero) diventa cosìstrumento del perdono di Dio.

 

2.1.3 Il messaggio di liberazione evangelico

La dimensionesoggettiva di liberazione, per cui Gesù Cristo nella sua carne libera l'uomodal peccato e, quindi, da ogni sua conseguenza, acquista anche un risvoltopratico nelle opere da lui praticate. Le guarigioni dei malati, l'accoglienzaall'emarginato, la difesa del povero costituiscono parte essenziale della suamissione. Anzi la sua azione in favore dei poveri e degli ultimi é persinosegno specifico della sua messianicità (cfr. Mt 11, 3-5). Viene così pienamenterecuperata la forza dell'integrale liberazione dell'uomo da parte di Dio di cuil'Esodo era già stata esperienza storica e testimonianza simbolica.

 

L'atteggiamentodi Gesù nei confronti del malato é non solo significativo ma per noi ancheesemplare. Egli partecipa profondamente alla vicenda esistenziale sua o deisuoi familiari ( Cf. Mt 14,14; 15, 32; Lc 7, 13; Gv 11, 36); non contesta né criticané biasima la sua volontà di guarire; spesso prende per primo l'iniziativa (Cf.Mc 10, 49; Lc 8, 49; Gv 5,6); nega qualunque connessione tra peccatoindividuale e malattia attuale (Cf. Gv 9, 1-3); sana tutto l'uomo malato (Cf.Mt 9, 1-7). La sua opera cioè non si limita a un semplice gesto taumaturgico maha di mira il bene integrale dell'uomo, la sua  salus e non solo la sanitas.

 

La cura delbisognoso si carica così di molteplici significati divenendo innanzitutto unnuovo segno dell'alleanza tra l'uomo e Dio. Il patto tra il Creatore e ilCreato viene ad essere riproposto dall'amore di Dio "ri-sanante" ilpovero, il malato, l'escluso che investito da tale amore torna a vivere.Nell'affidare ai christifideles lacontinuità di tale cura troviamo così il fondamento "carismatico"dell'ospitalità sulle cui radici biblico-teologiche é opportuna una piùorganica riflessione.

 

2.2.             L'ospitalitànell'Antico Testamento

 

2.2.1.   IlDio Ospitalità  

Oggi,parlando di ospitalità, siamo soliti riferirci all’accoglienza che offriamo aun'altra persona nella nostra casa. Ma volendo risalire al più profondo sensoteologico di tale atteggiamento umano si deve innanzitutto cogliere ladimensione ontologica dell'ospitalità.

 

Non dovrebberitenersi ardito vedere nella stessa realtà trinitaria la più profonda radicedi una vita divina che si fa ospitalità. Ospitalità del Padre che "faspazio" nella sua essenza, fin dall'eternità, per generare il Figlio maanche ospitalità del Figlio che in sé accoglie il dono generazionale del Padre.Infine ospitalità dello Spirito che si fa reciprocità del dono paterno-filialee quindi identità personale di un amore accogliente.

 

Taledimensione trinitaria dell'ospitalità non riguarda solo l'essenza divina maanche la sua inabitazione nell'uomo che diventa soggetto ospitante la divinità(cfr. Gv 13, 20). La stessa partecipazione eucaristica, nell'antico canonelatino, veniva assimilata all'ospitare Gesù sotto il proprio tetto mentrel'esser "ospite dell'anima" diventa addirittura appellativo delloSpirito. (2)

 

Sul pianoimmanente, poi, la stessa Creazione si rivela quale frutto di questaprimordiale Ospitalità divina che nella sua essenza genera e al tempo stessoaccoglie un progetto che realizza al di fuori di sé. E' Ospitalità che, nel suoporsi, intrappola l'eternità calandola nella dimensione storica e quindi fa deltempo, ancor prima che dell'uomo, il suo ospite. Tuttavia é nella creazionedell'uomo che Dio manifesta più compiutamente il suo essere Ospitalità facendolargo nella sua creazione alla presenza e al dominio dell'uomo, anzi primaancora che nella sua creazione ospitandolo nella sua mente creatrice di cuireca l'impronta.

 

E allaCreazione fa seguito l'Alleanza, nelle sue molteplici espressioni variamentesimbolizzate dal racconto biblico. Proprio in quanto incontro tra Dio e l'uomol'alleanza di cui la Sacra Scrittura ci parla diventa incontro tra Dio e il suoospite ma anche tra l'uomo e il suo ospite divino. Se pur espressa da realtàontologicamente diverse, nell'alleanza l'ospitalità si fa reciprocità, donovicendevole. E tutte le volte che nella storia individuale o collettiva talealleanza viene infranta, il perdono divino e la conseguente riconciliazione conl'uomo testimonia l'inesauribile risorsa di una accoglienza sempre nuova.   

 

2.2.2.   Ilconcetto di ospitalità

Il contestoculturale sottostante all'Antico Testamento é quello del mondo semitico segnatoda una tensione tra l'accoglienza dell'ospite e, al tempo stesso, un certosospetto nei suoi confronti come elemento di "minaccia" perl'identità del popolo. Ciò che, in ogni caso, unifica l'atteggiamento diIsraele nei confronti dell'altro é il considerarlo come straniero. A tal riguardo vi sono almeno tre termini chesottintendono distinti atteggiamenti. Il primo é zar e indica colui che appartiene a un'altra stirpe o tribù, chi éestraneo al proprio paese, a volte anche il nemico (Dt 25, 5; Gb 15,19; Is61,5; 25, 2.5). Il secondo ger cheindica lo straniero residente nel paese (gli Israeliti in Egitto o i Cananei inIsraele); il terzo é tosab chedesigna lo straniero momentaneamente residente in un altro paese (Gn 23,4; Dt14, 21). Tale molteplicità terminologica testimonia la diversità diatteggiamento nei confronti dello straniero in rapporto alla specifica condizionein cui questi veniva a trovarsi. In sintesi possiamo dire che Israeledistingueva tra popoli stranieri, stranieri insediati nel paese e stranierisingoli di passaggio. Proprio nei confronti di questi ultimi veniva esercitatal'ospitalità nella sua più alta forma. Basti pensare all'episodio narrato in Gn19, 1-8 in cui Lot é disposto ad offrire le sue figlie agli uomini della città,purché questi non tocchino gli ospiti. In realtà all'origine di questadisparità di comportamento vi era forse una stessa finalità: quella di superarela minaccia che lo straniero costitutiva per la propria comunità e la propriaidentità, sia osteggiandolo e considerandolo nemico, sia circondandolo diattenzione. D'altra parte troviamo una traccia di tale ambivalenza nelle tardiveriletture latine di tale concetto, con la comune radice del termine hospes (ospite) ed hostis (nemico).

 

Naturalmentese questa era la più specifica e pertinente visione dell'ospitalità in seno adIsraele non dobbiamo dimenticare quanto lo stesso Israele viveva e praticavanei confronti dei suoi stessi concittadini. A rigor di termini quel"prossimo" (il cui concetto verrà stravolto da Gesù) era proprio ilconnazionale, il correligionario. Praticare l'ospitalità nei suoi confronti eraun dovere fondamentale proprio in quanto membro di quel popolo la cui identitàera non solo etnica ma anche e soprattutto religiosa. Nella comune elezioneIsraele scopriva le esigenze di ospitalità nei confronti di tutte quellecategorie di persone (basti pensare agli orfani e alle vedove) che ne avevanobisogno.

 

2.2.3. Le motivazioni dell'ospitalità

L'ospitalitànel contesto vetero-testamentario, così come in tutte le culture antiche, nonva intesa nei moderni termini di una semplice accoglienza all'ospite, cioè nelfornirgli vitto e alloggio quanto piuttosto in una radicale"inclusione" dell'ospite nell'ambito della propria cerchia diinteressi, nella sua tutela contro i nemici, nella sua protezione, nel suoprofondo rispetto esistenziale, nell'accudire alla sua persona per tutte lepossibili necessità.

 

Le ragioni diuna tale attenzione (in aggiunta a quelle per i connazionali sopra evidenziate)sono varie. Innanzitutto ve n'è una di ordine culturale che Israele condivide con i popoli vicini. Si trattadell'idea che sotto le vesti dello straniero in cerca di ospitalità possanascondersi una divinità. Nella rielaborazione monoteistica le divinità sitrasformano in angeli. Ne é chiaro indizio Eb 13, 2: "non dimenticate l'ospitalità; alcuni nel praticarla hanno accoltogli angeli senza saperlo".

 

Una secondamotivazione é più specifica e fa chiaro riferimento alla storia di Israele. L' "arameo errante" che fu Abramo,padre del popolo eletto visse da straniero e da straniero visse Israele interra d'Egitto. Dello straniero quindi Israele comprende benissimo lacondizione e sa quanto questi necessiti di ospitalità. Anzi qualora fossetentato di disprezzarlo, l'ammonimento della Sacra Scrittura é chiarissimo: "Il forestiero dimorante tra di voi lotratterete come colui che é nato fra di voi; tu l'amerai come te stesso perchéanche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto" (Lv 19, 34; cfr.pure  Es 22,20; 23, 9). 

Infine vi éuna motivazione religiosa (che verràpoi sviluppata nel Nuovo Testamento) cioè l'esemplarità divina. E' DioOspitalità, in primo luogo, ad accogliere lo straniero a chiedere di essereospitali con lui (cfr. Dt 10, 18), a volere che gli siano dati parte dei beni alui consacrati (cfr. Dt 26, 12).Il fatto che anche Israele si comporti così noné che l'attuazione di una volontà di Dio, una delle vie di fedeltà alla Legge(cfr. Lv 16, 29; 18, 26; 19, 10. 33).

 

2.2.4. I principali riferimenti

Tra gliepisodi più significativi ricordiamo la visita dei tre uomini ad Abramo pressole querce di Mamre. E’ da notare come Abramo riconosca nell'ospite il suo"Signore". Ancor prima di conoscere i motivi di tale visita e purnella molteplicità degli interlocutori egli coglie la "visita" diDio. Tutti i suoi gesti sono conseguenti e possono essere letti senz'altro inuna chiave apertamente teologica: si prostra a terra (culto), preparapersonalmente il vitello e il latte (offerta), crede alle parole dei tre uomini(fede), li supplica di non distruggere Sodoma (orazione). Detto in altritermini: l'ospitalità diventa occasione di incontro con Dio.

 

Esemplare epedagogico, negli intenti dell'autore sacro, é l'episodio della vedova diZarepta che non viene meno ai suoi doveri di ospitalità nei confronti di Eliacondividendo con lui l'ultimo boccone che rimaneva per sé e per il figlio. Nonsolo ma proprio in virtù di tale ospitalità questi viene guarito dal profeta(cfr. 1 Re 17, 20).Una situazione per certi versi analoga possiamo riscontrarenel racconto relativo alla prostituta Raab che nasconde gli esploratori inviatida Giosuè a Gerico ricevendone in cambio l'incolumità per sé e per la suafamiglia (cfr.  Gs 2, 1-12).Un rapporto tra vita della persona ospitante evita delle persone ospitate é possibile vedere anche nel libro di Tobia cheriferisce di aver dato la decima dei suoi averi agli orfani, alle vedove e aglistranieri (cfr. Tb 1, 8): l'ospitalità, che é gesto di accoglienza per la vitadell'altro, viene ricompensata col dono stesso della vita.

 

All'ospitalitànei confronti di tutte le categorie di bisognosi invita poeticamente il librodel Siracide: "Sii come un padre pergli orfani e come un marito per la loro madre e sarai come un figliodell'Altissimo, ed egli ti amerà più di tua madre" (Sir 4,10).L'ospitalità a cui la Sacra Scrittura ci chiama ci rende in qualche modo"familiari" della persona ospitata e, al tempo stesso ci fasperimentare la tenerezza materna diDio. Non dimentichiamo la forte carica di femminilità insita nel concetto dimisericordia. Il termine ebraico rachamîn,infatti, si ricollega etimologicamente alle viscere materne che si dilatano peraccogliere la nuova vita. Ospitalità e misericordia si trovano così unite in unbinomio che diventa icona del Dio misericordioso, "amante della vita"(cfr.  Sap 11, 26).

 

Proprio intale prospettiva si colloca l'ospitalità del malato cioè l'atteggiamento e i concreti gesti di accoglienza nei suoiconfronti. E' esemplare a tal riguardo la figura dell'arcangelo Raffaele cheproprio in quanto "medicina di Dio" é presenza accogliente oltre chesanante. La sua figura diventa così metafora non solo della "risoluzionemedica" del problema, se così possiamo definirla, ma anchedell'accompagnare il malato, l'emarginato, il moribondo, il povero la cui unicamedicina, a volte, é solo quella di una presenza amica.

Destinatariodi tale attitudine ospitale é persino il morto, come evidenzia il libro diTobia ponendola in stretta connessione con l'ospitalità tradizionalmente intesa(Tb 2, 1-4). Tobi, infatti, invia il figlio a cercare un povero da invitare apranzo. Ma questi trova solo un connazionale morto, abbandonato sulla piazza.Allora non ha esitazioni: lascia il suo pasto e va a seppellirlo. In un certosenso questa diventa la sua condivisione conviviale col povero.  

 

Infine non vasottovalutato un racconto che include la dimensione dell'ospitalità addiritturanell'ascendenza storica del Messia. E' la storia di Ruth, donna straniera cheaccompagna la suocera Noemi nella sua terra d'origine finendo con lo sposareBooz, nel cui campo di grano andrà a spigolare. Da questa unione nascerà ilnonno di David. Ad essere "premiati", divenendo antenati di Gesù,saranno entrambi i coniugi perché reciproca é stata la loro ospitalità:accoglienza di Booz alla donna straniera ma anche accoglienza di Ruth al paesestraniero per il quale lascia il proprio: l'ospitalità, quale dono di reciprocaaccoglienza abbandona le proprie certezze per trovare nella novitàdell'incontro una nuova sicurezza.

 

2.2.5. L'ospitalità istituzionale

Una realtà diparticolare interesse é costituita dalla scelta di sei città "che serviranno di rifugio agliIsraeliti, al forestiero e all'ospite che soggiornerà in mezzo a voi, perché visi rifugi chiunque abbia ucciso qualcuno involontariamente" (Nm 35,15). L'istituzione di tali città-rifugiocostituisce il momento in cui l'ospitalità da individuale e/o comunitaria si fastrutturale. Non é più la personachiamata ad essere ospitalità né il popolo con gesti individuali ma l'interacomunità che si fa "istituzione ospitante". La città diventa quasiun'icona di ogni futuro organismo dedito interamente ad accogliere l'altro incondizione di bisogno e dargli tuttociò di cui necessita, non solo un'ospitalità momentanea ma una"città", cioè un intero sistema di coordinate biografiche in cuipossa tornare a vivere.    

 

2.3.            L'ospitalitànel Nuovo Testamento

 

2.3.1. La prospettiva evangelica

Prima diesaminare i concreti gesti di ospitalità da parte di Gesù si dovrebberiflettere sull'evento "ospitale" che sta alla base della stessa fedecristiana cioè l'Incarnazione. Maria diventa la grande "ospite diDio" accogliendolo nel suo grembo mentre l'Emmanuele in quanto"Dio-fra-noi" diventa il grande Ospite dell'intera umanità. Non acaso dall'accoglienza di Maria, poeticamente espressa nell'Annunciazione,scaturirà immediatamente un gesto squisitamente ospitale come la visita aElisabetta e la conseguente accoglienza alla madre di Gesù.

 

Ai contenutie alle motivazioni dell'ospitalità riscontrati nell'Antico Testamento il NuovoTestamento aggiunge l'innovativo apporto del messaggio e delle opere di Gesù.L'accoglienza all'altro, soprattutto se bisognoso, acquista alla luce delVangelo una triplice prospettiva .

 

La prima lederiva dall'identificazione di Cristostesso col povero (cfr. Mt 25, 31-45). Nell'accogliere il povero siaccoglie Cristo, per amare Cristo si deve amare il povero, ciò che viene fatto(o non fatto) al povero viene fatto (o non fatto) a Cristo. E' una vera epropria trasfigurazione del poveroin Cristo, non meno emblematica di quella che ci ricorda il celebre episodiodella vita di S. Giovanni di Dio. (3)

 

La secondaprospettiva é quella del giudizioescatologico. Esclusivamente basato sulla carità (e non sulla formaleosservanza dei comandamenti) questo trova nella ospitalità propriamente intesauno dei parametri di valutazione. Non solo ma, in una più ampia accezione deltermine, possiamo dire che l'ospitalità cioè l'accoglienza all'altro, il farneoggetto delle proprie cure, sia l'anima di tutto il messaggio escatologico.

 

Infine il DioOspitalità dell'Antico Testamento che difendeva il forestiero, l'orfano e lavedova, si fa visibile in Cristo lacui vita viene interamente spesa a servizio degli altri. Le sue parole così nonsono semplice esortazione ma prendono corpo nella sua stessa attività, chediviene riferimento esemplare per tutti i cristiani.  Sarebbe impossibile voler sintetizzare i gesti di ospitalità,cioè di accoglienza all'altro da parte di Cristo. Ci limitiamo a ricordareinnanzitutto l'atteggiamento di benevolenza con cui incontra ogni malato, nonlimitandosi a guarirne l'infermità ma abbracciandone l'intero universoesistenziale. Tocca il lebbroso infrangendo il muro di segregazione che loemarginava, ridà la vista al cieco aprendo gli occhi a tutti sull'erroneacredenza circa un rapporto tra colpa individuale e malattia, resuscita ilfiglio della vedova di Naim toccato dalla situazione di questa donna. E poiancora accoglie le prostitute e con esse le critiche dei benpensanti, si faospite dei pubblicani condividendone la mensa, accetta l'ostilità del suopopolo, il gesto dei suoi  carnefici chenon esita a scusare, il tradimento o la pavidità dei suoi amici, l'abiezionedella Croce. 

 

Cristo, insostanza, é il "grande ospitante della storia" e con lui sonochiamati a confrontarsi tutti coloro che vogliono incamminarsi sulle viedell'ospitalità.

 

2.3.2 La philoxenìa

Lavariabilità terminologica dell'Antico Testamento, anche se tradotta conappropriati e diversificati vocaboli nel Nuovo, viene in qualche modo"superata" da un termine specifico che designa in modo propriol'ospitalità: philoxenìa, cioè amoreper l'estraneo. Questo decisivo legame tra ospitalità e carità (philoxenìa e agàpe) é la specifica caratteristica che contraddistinguel'ospitalità neotestamentaria.

 

Possiamodire, pertanto, che la philoxenìacostituisca quasi un termine "tecnico" entrato nel vocabolariocristiano per indicare una particolare attitudine di accoglienza nei confrontidei fratelli in genere e di quelli più bisognosi in particolare. Non a casoessa viene inclusa nelle "esemplificazioni" matteane della carità perciò che riguarda il già citato giudizio escatologico (Mt 25, 35); Paolo la ponetra le esortazioni conseguenti all'esercizio della carità (Rm 12, 13); Pietrofa lo stesso sottolineando il dovere della reciprocità (1Pt 4, 9); la letteraagli Ebrei la ritiene inseparabile dalla philadelphìa,cioè dall'amore per i fratelli. Tutti sono tenuti a praticarla ma al tempostesso é particolare prerogativa del vescovo (1Tm 3,2; 5,10; Tt 1,8).

 

In sostanzala Sacra Scrittura lascia trasparire come quella che é una generica esigenzadella carità possa diventare specifica espressione carismatica da parte dialcune persone a questo chiamate.

 

2.3.3. Ospitalità ed evangelizzazione

A partequesta dimensione che correla strettamente ospitalità e carità vi é un'altrapeculiare motivazione  neotestamentariaper valorizzare questa virtù, cioè le esigenze dell'evangelizzazione. Nelmessaggio evangelico queste non sono mai scisse dal comando di curare: "curate i malati che vi si trovano edite loro: si é avvicinato a voi il regno di Dio" (Lc 10,9; cfr. Mt10, 7-8). Un po' come nelle moderne "missioni popolari" le case deicristiani diventavano dei veri e propri "centri di ascolto". Taledovere di accoglienza é specificamente indicato in 3Gv 7-8: "poiché sono partiti nel nome diCristo, senza accettare nulla dai pagani noi abbiamo il dovere di accoglieretali persone per cooperare alla diffusione della verità". Su taleprassi abbiamo varie testimonianze neotestamentarie (Rm 16,4.23; Fil 22) e invirtù di questa strategia di evangelizzazione si convertivano spesso interefamiglie (cfr. At 16). L'ospitalità così si fa strumento di evangelizzazione,sia nella prospettiva della testimonianza che della parola e le strutture diospitalità diventano per la comunità segno e luogo dell'annunzio di integraleliberazione evangelica.

 

2.3.4. Il Buon Samaritano

Grandeparabola dell'ospitalità é quella del "BuonSamaritano" in cui la successiva tradizione ecclesiale ha identificatoCristo stesso e l'ideale del cristiano(4). E' significativoinnanzitutto il motivo da cui scaturisce tale racconto, cioè una richiestafatta a Gesù su cosa debba intendersi per prossimo. Nella concezione ebraica del tempo,infatti era ritenuto "prossimo" e quindi meritevole dell'amore diIsraele, solo il connazionale o la persona legata da particolari vincoli (disangue, di amicizia, ecc.). Gesù con un paradosso inaudito per indicare chi sia"prossimo", cioè il più vicino, sceglie "il più lontano",l'odiato nemico samaritano.

 

La parabola éinteressante anche perché offre spunti per una sorta di metodologia dell'ospitalità che può essere per noi di esemplareattualità. Il samaritano innanzitutto antepone l'accoglienza nei confronti delferito al di sopra dei suoi personali interessi (si trovava in viaggio, siferma, ritarda i suoi impegni) e lo fa non conformandosi al comportamento deglialtri (non solo il sacerdote e il levita ma anche gli stessi samaritani). Cioècompie quello che ritiene il suo dovere senza rifiutarsi di farlo perché"tutti fanno così".

 

Poi cerca diutilizzare al meglio le risorse di cui dispone. Fascia le ferite con bende improvvisate, le deterge e le medicacon gli unici rimedi che ha con sé, carica il ferito sul suo cavallo e cercaper lui una più adeguata sistemazione.

 

Infine predispone una struttura assistenziale e, nel farquesto, coinvolge la comunità. L'albergatore diventa così prototipo di ognirealtà sociale che, opportunamente sollecitata da chi ha ricevuto il carismadell'ospitalità si fa istituzione accogliente. Così il samaritano con sanopragmatismo si preoccupa anche di reperire i fondi per l'assistenzaall'infermo, che sono poi i suoi soldi, cioè si fa tramite di una vera epropria solidarietà sociale. La conclusione della parabola é il perenne invitoche si é fatto storia nella vita di S. Giovanni di Dio e di tutti coloro chehanno ricevuto in dono il carisma dell'ospitalità: va’ e anche tu fa lo stesso.

 

Per la riflessione:

 

1)      Illustracon esempi gli approcci più comuni che vediamo tra noi (confratelli,collaboratori ed assistiti) di fronte al dolore umano (cfr. 2.1.1).

2)      Segnalal’evoluzione progressiva dell’ospitalità tra Antico e Nuovo Testamento(differenze, affinità, superamento di concetti ecc.).

 

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NOTE DEL SECONDO CAPITOLO

 

(1) CONCILIO VATICANO II Costituzione Pastorale Gaudium et Spes,n. 10, 1964.

(2) Cfr. Veni Sancte Spiritus.

(3) Tradizione che si riferisceall’episodio in cui Giovanni di Dio lavò i piedi a un povero e questi sitrasfigurò nella persona di Gesù.

(4) Cfr.GIOVANNI PAOLO II, Salvifici Doloris,1984, Capitolo VII

 

 

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3.

IL CARISMA DELL'OSPITALITÀ

IN S. GIOVANNI DI DIO E NELL'ORDINE OSPEDALIERO

 

 

3.1. Il carisma dell'ospitalità in SanGiovanni di Dio

 

Carismadell'ospitalità viene inteso qui nel senso di un dono dato dallo Spirito inordine a una missione ecclesiale in favore dei poveri, malati ebisognosi.Questo carisma e la relativa missione sono stati vissuti dal nostrofondatore con uno stile proprio e così caratteristico che ha iniziato una"cultura" ospedaliera originale e di grande vitalità. La"cultura" ospedaliera juandediana costituisce un originale valoreprofetico di rinnovamento nella Chiesa e nella società(1).

 

Per lafamiglia Ospedaliera deve continuare ad essere un lievito rivitalizzante deiservizi dell'Ordine in tutto il mondo. Ne diamo le principali caratteristiche.

 

3.1.1. Ospitalità misericordiosa

L'ospitalitàjuandediana é scaturita dall'esperienza cristiana della misericordia di Dioverso il nostro fondatore che gli ha rivelato la sua condizione di peccatore ela grande misericordia e amore di Dio che perdona gratuitamente e fa comunionedi vita con tutti i suoi figli. Questa esperienza costituisce la caratteristicafondamentale e la sorgente da cui scaturì la ricchezza dell'ospitalità di SanGiovanni di Dio: "Se considerassimoquanto é grande la misericordia di Dio non cesseremmo di fare il bene mentrepossiamo farlo". (2)

 

Siamo tentatidi considerare San Giovanni di Dio fondamentalmente misericordioso,compassionevole, capace di comprendere, perdonare e aiutare e abbiamo ragione.Però questa é una conseguenza della sua consapevolezza e del suo permanentevissuto riguardo alla misericordia e al perdono di Dio e di Cristo verso dilui. Egli vedeva la vita e le cose della vita come doni divini gratuiti dellamisericordia divina:"Gesù Cristo usacon noi tanta misericordia dandoci da mangiare, da bere, da vestire e tutte lealtre cose senza che le meritiamo".  (3)

 

Il bene piùdesiderato e chiesto dal nostro Fondatore durante la sua conversione é stato ilperdono e la misericordia divina come possiamo leggere nei capitoli VII, VIII eIX del Castro. Ha sospirato e chiesto misericordia al Signore e ricevutala sene é fatto intermediario verso tutti i bisognosi.

 

L'ospitalitàmisericordiosa di San Giovanni di Dio é senza dubbio ciò che colpisce di più illettore, attento alle sue straordinarie azioni in favore di tutte le categoriedi bisognosi e sofferenti.

 

Possiamoaffermare in modo assoluto che l'esperienza profonda dell'ospitalitàmisericordiosa di Dio verso di lui lo ha trasformato in ospedalieromisericordioso verso tutti senza eccezione e quasi, possiamo dire, senzalimiti. Nelle sue azioni non conosciamo limite di bisognosi né di sofferentiche non abbia soccorso. La lista dei bisognosi di Granada e dei dintornisoccorsi da San Giovanni di Dio che Castro riporta nel capitolo XII e quelladata dallo stesso Santo nella seconda lettera a Gutierre Lasso coincidono ecoprono quasi tutte le categorie esistenti nella Granada del suo tempo.

 

3.1.2. Ospitalità solidale

Questaesperienza e rivelazione della misericordia di Dio verso di lui ha provocatodue risposte: una di kénosis (annichilimento)(4) o umiliazione penitenziale ben visibile nelle fonti, e successivamenteuna risposta di ospitalità misericordiosa verso tutti i bisognosi, sofferenti epeccatori (5). F. de Castro ci racconta come Giovanni di Dio nelgiorno della sua conversione, da povero libraio si sia distaccato da tutto ciòche aveva per farsi seguace di Gesù Cristo. Dice inoltre:

 

Andava sempre scalzo, sia in città che intutti i suoi viaggi, col scoperto e la barba e capelli tagliati col rasoio,senza camicia, né altro vestito che un cappotto di ruvido panno cenerino ecalzoni di tela di lana. Camminava sempre a piedi, senza mai servirsi di alcunacavalcatura, anche nei viaggi, per quanto stanco fosse e malconci avesse ipiedi. Né, per quanto imperversassero intemperie di pioggia o neve, si coprì lalesta dal giorno in cui cominciò a servire nostre Signore fino a quando lochiamò a sé. Eppure sentiva compassione delle più lievi sofferenze dei suoisimili, e procurava di aiutarli, come se egli vivesse in molta agiatezza (6).   

 

La sua prima casa ha avuto inizi molto poveri peraccogliere altri poveri come lui. Castro lo racconta in poche parole:

 

Deciso di procurare realmente il conforto eil rimedio ai poveri, Giovanni di Dio parlò con alcune pie persone che durantei suoi travagli  l’avevano confortato e,con il loro aiuto e il suo fervore, prese in affitto una casa alla pescheriadella città, perché era nei pressi di piazza Bibarrambla, da dove e da altreparti raccoglieva i poveri abbandonati, infermi e storpi, che trovava; e compròalcune stuoie di giunco ed alcune coperte vecchie in cui potessero dormire, nonavendo ancora né danaro per far di più, né altra cura de prestar loro(7).

 

Possiamo affermare che San Giovanni di Dio si è incarnatonei poveri e negli infermi accogliendoli e curando i loro bisogni come uno diloro. Li ha guariti pur nei suoi limiti con la ricchezze del carismad’ospitalità datogli da Dio. Mai ricusava di aiutare un bisognoso con tutto ciòdi cui poteva disporre nelle sua povertà.

 

3.1.3.. Ospitalità di comunione

Intermediariotra ricchi e poveri, tra categorie di benestanti e bisognosi, tra potenti edisprezzati, San Giovanni di Dio ha praticato l'ospitalità di comunione.

 

Con SanGiovanni di Dio la questua delle elemosine é diventata un patrimonio e unaricchezza spirituale dell'Ordine di cui non si può fare a meno nonostante sidebbano adattare i suoi metodi ad ogni epoca e cultura. Bisogna considerarlacome circolazione di beni per la costruzione solidale e spirituale dellasocietà.

 

Quandogridava di notte per le vie: "fatebene fratelli a voi stessi per amore di Dio" voleva inquietare eprovocare le coscienze a non dormire sopra le miserie dei propri fratelli,chiedeva e dava in una dinamica di reciprocità.

 

Quandoscriveva lettere ringraziando per i doni ricevuti e raccontando il suo doloreper le sofferenze dei miserabili che non poteva assistere da solo e quandoricorreva a prestiti continui che faceva fatica a pagare, voleva costruire unacomunità di comunione in cui tutti si sentissero fratelli, amati, aiutati eperdonati da Dio come lui stesso si sentiva. Sapeva che se tutti avesserovissuto un'esperienza profonda della misericordia di Dio, come lui la viveva,la Chiesa e la società sarebbero diventate veramente la famiglia dei figli diDio abitati dalla vita e dalla comunione divina superando le necessità dei bisognosi.

 

3.1.4. Ospitalità creativa

In una cittàcon quasi una decina di ospedali e case di poveri, diventa incredibile come lasensibilità di Giovanni di Dio abbia scoperto tanti bisognosi e malatiabbandonati. E diventa anche sorprendente come sia riuscito ad aprirsi unospazio nuovo nel modo di praticare l'ospitalità. Egli ha anticipato quantiavevano la responsabilità di camminare davanti a lui per risolvere i problemidei malati, dei poveri e dei bisognosi.

 

La suaospitalità era risposta a quelli che non la trovavano (abbandonati) e aibisogni nuovi a cui altri non erano ancora sensibilizzati (sofferenti a causadi colpe, odio o vendette). San Giovanni di Dio vedeva ogni sofferenza, sia delcorpo che dello spirito(8).

 

3.1.5. Ospitalità integrale (olistica)

Possiamoaffermare che uno dei valori più caratteristici dell'ospitalità juandediana sial'integralità di cura diretta a tutta la persona sofferente, Per lui il malatoe il bisognoso non era solo un corpo ed un'anima, peccatore o peccatrice, unvendicativo, un bugiardo o un indegno. Tutti erano persone, suoi fratelli esorelle, tutti degni di essere aiutati e perdonati da lui e dai suoicollaboratori. E perché? Perché altrettanto fa Dio provvedendo ogni giorno aibisogni di tutti (9), perdonando e salvando (10). Eperché vederli soffrire senza aiuto gli "spezzava il cuore"  (11).

 

L'ospitalitàdi San Giovanni di Dio, diremmo oggi, era nello stesso tempo preventiva  e di emergenza, curativa e riabilitativa, guariva i curabili e accompagnava gli incurabili.Era ancora pedagogica e formativa pergli orfani, per i bambini esposti e per le prostitute che aiutava a liberarsidalla colpa, a costruire e portare avanti un progetto di formazione e diinserimento sociale. Nel suo ospedale offriva letto e cibo, legna e locali peraccogliere i pellegrini; medicine, infermieri, medici, cappellani e aiutispirituali per i malati. (12).  

 

La praticaospedaliera di San Giovanni di Dio ci fa vedere che la storia cinese del pescee della canna é una falsa questione quando si interpreta come dilemma esclusivo(o...o...). L'ospitalità per soccorrere i sofferenti e i bisognosi deve esseresempre e....e....secondo le circostanze di luogo, di tempo e di persona.

 

3.1.6. Ospitalità riconciliante

San Giovannidi Dio era comprensivo e trattava tutti, peccatori, oppressori e oppressi, comeDio trattava lui: perdonava e aiutava, assisteva e guariva le ferite fisiche emorali. Tante volte quelle morali e spirituali prima e come condizione perottenere l'armonia e la guarigione delle malattie del corpo.

 

In un mondocosì diviso e lacerato da tante ideologie, fondamentalismi, discriminazionietniche che generano odio, risentimento e desiderio di vendetta, la capacità diSan Giovanni di Dio di perdonare, riconciliare e costruire ponti di fraternitàmerita di essere studiata e vissuta da tutti noi nella Famiglia Ospedaliera.Tra tutti, tra i suoi assistiti e i suoi collaboratori, egli era un profondoguaritore di ferite, tensioni e conflitti.

 

Come Cristo,anch'egli guariva con le sue piaghe. I suoi biografi fanno notare come fossestato ferito dalla separazione dai suoi genitori, dalla solitudine, dallefrustrazioni della vita militare ma principalmente dalle sue colpe, dalleingiurie subite, e dalla sofferenza per i tanti debiti fatti per aiutare ipoveri e i malati, suoi fratelli. Queste esperienze di ferite esistenziali nefacevano anche un ospedaliero specializzato nel sanare e riconciliare i nemicitra loro e farli suoi collaboratori come avvenne con Antón Martín e tantialtri.

 

Alla suabenefattrice, Duchessa di Sessa, diceva come si curasse con le ferite di Cristocrocifisso e la consigliava a fare altrettanto:

 

"Quando mi trovo afflitto non trovorimedio o consolazione migliore che guardare Gesù Crocifisso (13).

 

"Ricorrete alla passione di Gesù Cristonostro Signore e...sentirete grande consolazione" (14). 

 

Fu così cheriuscì a portare Antón Martín a perdonare e riconciliarsi con Pedro Velasco econquistarli ambedue a divenire collaboratori diretti della sua ospitalità,come primi fratelli.

Ed era con lapassione di Cristo, i venerdì, che guariva le ferite della prostituzione atante donne distrutte da quel genere di vita. Per il suo carisma di ospitalitàmisericordiosa perdonò alla donna strappata da lui alla prostituzione che loingiuriava: "Prima o poi ti devoperdonarti, perciò ti perdono subito (15). Così la convertì unaseconda volta come lei stessa testimonia ai funerali del santo.

 

Quando loaccusano all'arcivescovo di accogliere persone indegne nella sua "Casa diDio", si dichiara l'unico indegno e che "come Dio tollera i cattivi e i buoni ed ogni giorno fa sorgere sopra ditutti il suo sole, non é ragionevole scacciare gli abbandonati e gli afflittidalla propria casa" (16).

 

3.1.7. Ospitalità generatrice di volontariato e collaboratori  

L'amoremisericordioso senza frontiere di San Giovanni di Dio aveva una vitalità cosìforte che generava amore, carità cristiana e collaborazione; era ospitalitàirradiante, carisma sempre più partecipato.

 

Questa forzacarismatica ricevuta da Dio a cui San Giovanni di Dio é stato radicalmentefedele ha fatto del Santo un fuoco di irradiazione ospedaliera a vari livellidi solidarietà e collaborazione con lui nell'aiuto ai poveri e ai malati.

 

Possiamodistinguere vari livelli di collaboratori: da quelli che aiutavano con azioni oelemosine saltuarie a quelli diventati collaboratori permanenti come Angulo etanti altri citati nelle sue lettere, da Castro e dal documento del Processo contro i Gerolimini. Alcuni hanno abbracciato il volontariatojuandediano fino all'appartenenza pienanell'identificazione con il suo carisma.

 

Tra i piùdiretti collaboratori si contano i primi compagni o fratelli di abito, ibenefattori più identificati con il suo carisma che hanno sentito l'opera diSan Giovanni di Dio come propria. E questo sentimento di appartenenzaall'ospedale e all'opera juandediana generava a sua volta una forte dinamica disolidarietà. Questa identificazione nel carisma, portava tanti dei suoicollaboratori a promuoverlo e a difendere la sua originalità con beni epersone. (17). Questa identità di appartenenza alla Famiglia di SanGiovanni di Dio resta un modello valido per il presente e il futuro.

 

 3.1.8.  Ospitalitàprofetica

Una dellenote più originali dell'Ospitalità di San Giovanni di Dio é stata la profezia.Senza mezzi, straniero immigrante con fama di pazzo, dandosi totalmente a GesùCristo e ai sofferenti ha aperto cammini nuovi nella Chiesa e nella Società.

 

I suoi atteggiamenti ospedalieri furono sorprendenti,sconcertanti, ma funzionarono come fari per indicare nuove vie di assistenza eumanità verso i poveri e i malati. Ha creato da niente un modello alternativoper essere cittadino, cristiano, ospedaliero a favore dei più abbandonati.Questa ospitalità profetica é stata un lievito di rinnovamento nell'assistenzae nella Chiesa. Il modello juandediano ha funzionato anche come coscienzacritica e guida sensibilizzatrice per nuovi atteggiamenti e pratiche di aiutoverso i poveri e gli emarginati.

 

 3.2.            L’ospitalitànell’arco della storia    

 

3.2.1. L’ospitalità juandediana nei primi compagni eattraverso i secoli

I primifratelli (18), compagni di San Giovanni di Dio, parteciparono delsuo carisma ospedaliero, lo praticarono e lo diffusero. L'atto di fondazionedell'ospedale di Antón Martín di Madrid parla dello stato di bisogno di"malati con piaghe contagiose". Lo stesso, nel suo testamento affermache Giovanni di Dio lo lasciò alla guida del suo ospedale, al posto suo, comese stesso. (19)

 

I suoicompagni sono ricordati dai testimoni come ospedalieri molto vicini nel servizio ai poveri e ai malati che assistono. Lasua persona, umile, povera, e abbassata in un annichilimento (kénosis)volontario in cui si distacca da ogni grandezza per portarsi a livello deipoveri e servirli continua ad essere l’esempio dei suoi compagni ecollaboratori.

 

Testimoni diquesta prima tappa dell’Ordine sono unanimi nel dichiarare che "i fratelli ricevevano con molta caritàe liberalità tutti i poveri senza eccezione, qualunque persona sia straniera onativa, curabili e incurabili, pazzi o sani di mente, bambini piccoli edorfani. E questo lo facevano ad imitazione di Giovanni di Dio, il lorofondatore. Ricevevano tutti, tanto moriscos come vecchi cristiani. (20)

 

Dopo questaprima tappa dell’Ordine Ospedaliero si sono succeduti attraverso quasi cinquesecoli di storia fino ai giorni nostri, confratelli e collaboratorijuandediani, alcuni di grande fama, altri rimasti nell’anonimato, che hannodato una preziosa testimonianza di fedeltà al carisma dell’ospitalità. (21)

 

D'altraparte, dai primi albori dell’Ordine, l'assistenzanei campi di battaglia, nelle armate e tra i militari anche in tempo dipace, diventarono una costante dei servizi ospedalieri dell'Ordine nellaSpagna, l’Italia, il Portogallo e la Francia.

 

L'azionedell'Ordine si é articolata con altre due espressioni: il servizio di emergenza nelle epidemie e gli ospedali in territori dimissione alcuni dei quali sono diventati i cosiddetti"ospedali-dottrina".(22)

 

Un'altraespressione che si é sviluppata in parecchi paesi sono state le scuole di medicina e chirurgia e i corsi perinfermieri per preparare i membri e i collaboratori dell'Ordine.

 

Nei secoli XIX e XX, con la psichiatria diventata semprepiù un ramo specializzato della medicina, l'Ordine si é sensibilizzato nelfondare e gestire centri specifici per malati di mente. In Francia questosviluppo é stato notevole per iniziativa di Paul de Magallon nel secolo XIX,con la restaurazione dell'Ordine dopo la sua estinzione dalla Rivoluzione del1789. Così pure in Spagna, Portogallo e Sudamerica per opera di BenedettoMenni.

 

Altre Provincie, dalle diverse restaurazioni europee delsec. XIX (tedesca, polacca, austriaca e italiana) hanno fondato opere esclusiveper malati di mente e handicappati mentali, bambini, giovani e adulti. LeProvincie d’Irlanda, Inghilterra e Australasia si specializzarononell’organizzazione di servizi per disabili psichici dando un importantecontributo a questo settore nel distinguerli dalle persone diagnosticate comemalati mentali e cambiando la terminologia utilizzata per gli stessi al fine dimettere in risalto la loro dignità e i loro diritti come persone.

 

L'assistenza ai bambini e ai giovanihandicappati fisici fu una risposta di Benedetto Menni in Spagna, tantourgente fino a pochi anni fa e che oggi trova espressioni in alcuni ospedaligenerali pediatrici anche di avanguardia e centri di ortopedia eriabilitazione.

 

Unaespressione del carisma di San Giovanni di Dio sviluppatasi molto negli ultimidecenni sono stati i ricoveri notturni  per i senzatetto e le case per anziani nonché i centriper persone con difficoltà di apprendimento ossia disabili psichici.

 

Una delledimensioni che l’Ordine ha sempre più sviluppato è stata quella missionaria. Si può dire che l’espansione missionariadell’Ordine risalga alla sua stessa nascita. La fondazione in Cartagena(Colombia) in 1596, è stata la prima di una lunga serie che sono state createin America, in Africa e Asia fino al secolo scorso.

 

Dopo un periodo di estinzione, le fondazioni missionariefurono riprese in America, Africa, Asia e Oceania. L’Ordine vuole continuareoggi l’evangelizzazione del mondo della salute proprio come San Giovanni di Dioha fatto e Gesù Cristo ci ha comandato

 

3.2.2. Presenza attuale

Le esigenzedella Nuova Evangelizzazione poste dalla Chiesa all’inizio del terzo millennio,hanno portato l’Ordine a rispondere con il progetto di una Nuova Ospitalità. La"nuova ospitalità" si deve esprimere in due sensi: in opereinnovatrici nella comunità; e in nuove risposte alle lacune esistenti.

 

Dal Capitologenerale del 1976 e più ancora da quello straordinario del 1979, l'Ordine hafatto uno sforzo considerevole per aggiornare l'assistenza. Sono stateparecchie le aree che hanno preso sviluppo. Vale la pena di ricordare leprincipali.

 

L'umanizzazione e la pastorale hanno conosciuto in questi ultimi venti anni unarivitalizzazione tanto necessaria per complementare i grandi sviluppi tecnicidegli ospedali e adeguarsi alle sofferenze concrete dei malati e dei lorofamiliari. L'assistenza juandediana é stata sempre integrale, olistica, per cuinon può esser priva della cura pastorale e spirituale aggiornata.

 

La dimensioneumanizzante e pastorale unitamente alla necessaria formazione permanente deiconfratelli e dei collaboratori, se portata avanti, può rinnovare la presenzadell'Ordine nei centri tradizionali. Se ben attuate sono mezzi per unarinnovata presenza assistenziale dell'Ordine, per una nuova ospitalità e unanuova evangelizzazione.

 

Negli ultimianni si ha completato l'umanizzazione con la formazione in bioetica e in etica della salute e la sua applicazione al serviziodei malati.

 

L’adeguamento delle strutture a nuovibisogni e ad esigenze tecniche ed umane, insieme a nuovi criteri di gestione con l’attribuzione prioritaria dellerisorse secondo programmi ben definiti hanno contribuito a rinnovare molti deinostri ospedali e centri.

L’evoluzioneche hanno subìto i nostri centri tradizionali ha investito tutte le loroaree.  Le innovazioni tecnologichenell’ambito delle scienze della salute si è riflessa nei continui cambiamentiche hanno avuto i nostri centri. La loro struttura materiale ha subìto unnotevole mutamento per l’incorporazione delle équipes tecniche, per il cambiodelle tecniche assistenziali, per i nuovi metodi di lavoro con una particolaremenzione per l’introduzione del lavoro in équipes multidisciplinari. Il tuttosempre orientato a una migliore e più completa attenzione al malato comepersona.

 

Il mutamento più significativo si è avutonell’integrazione dei collaboratori. Fino a non molti anni fa la comunità deifrati, con l’appoggio di alcuni laici, rendeva possibile il servizio ai malati.Oggi sono i collaboratori gli attoriprincipali nelle opere e non vi sono aree precluse a tale presenza, datoche anche la direzione e la gestione sono state assunte dai collaboratori.

 

Accanto aicollaboratori dipendenti anche un numero crescente di volontari si va integrando nei nostri centri assumendo compiti diumanizzazione e di servizio pastorale.

 

Questapresenza rinnovata e aggiornata nei centri tradizionali sta dando ottimirisultati grazie anche all’opera diformazione a livello locale, provinciale e internazionale.

 

In questamaniera, il futuro delle opere passa, in parte, attraverso il mantenere sempreattuali gli strumenti tecnici, i metodi di lavoro e i processi direttivi egestionali, con particolare riferimento ai mezzi tecnici correlati allacomunicazione e ai processi informatici. Si va pure sviluppando l’area della ricerca scientifica con programmi chealle volte vengono svolti in collaborazione con i competenti dipartimentiuniversitari.

 

I confratellidevono essere guida etico-morale, coscienza critica, anticipazione creatrice einnovativa e segno profetico di buone nuove ai poveri, ai malati e ai bisognosidi oggi, di ogni cultura e religione.

 

3.2.3. Nuove forme di presenza

Da parecchianni le espressioni innovatrici nell'Ordine derivano dalla sensibilizzazionealle nuove necessità della società e dalle nuove risposte che ci sforziamo didare a partire dal nostro carisma alle necessità esistenti. In alcuni casi  vengono riprese espressioni già presentinella pratica di San Giovanni di Dio. Ci riferiamo ad una maggiore aperturaalla comunità sociale, alle famiglie e ai loro bisogni.

 

La nostraospitalità sta uscendo sempre più dagli ospedali e dai Centri assistenzialiestendendosi alla prevenzione ededucazione alla salute, alla riabilitazione e al reinserimento sociale e allasalute comunitaria. San Giovanni di Dio si occupava con premura degliorfani, della loro educazione e formazione, del reinserimento delle prostitute,ecc.

 

Così oggil'Ordine sta estendendo il suo campo d’azione ai day-hospital, all'assistenzadomiciliare, ai poliambulatori. Promuove anche la creazione di risposteassistenziali  di aiuto ai nuovisofferenti delle moderne patologie: tossicodipendenti, malati di AIDS, malaticronici terminali, ecc.

Le sofferenzedella solitudine, dell'abbandono della disperazione e del vuoto esistenzialestanno trovando risposte con i telefoni della speranza, con la pubblicazione dibollettini e depliant di messaggi umani e cristiani, con riviste su temi diriflessione, di formazione etica ed ospedaliera.

 

Uno degliindirizzi in cui l'Ordine cerca di rispondere ai nuovi bisogni della societàé   l’integrazione di confratelli ecollaboratori in opere, progetti e iniziative della Chiesa e di altri organisminazionali e internazionali in campo sanitario, di ricerca e di assistenza.Queste realizzazioni si stanno attuando tra gruppi di una o parecchieprovincie, le loro fondazioni o associazioni in collaborazione con organisminon governativi, con governi di altri paesi, soprattutto in via di sviluppo.

 

Il carisma diSan Giovanni di Dio é così ricco e ha tanta vitalità che quando l'Ordine, iconfratelli e i collaboratori si lasciano condurre dallo Spirito di Dio e sisensibilizzano ai bisogni emergenti della società, i frutti dell'ospitalitàjuandediana si moltiplicano anche se le risorse appaiono insufficienti.

 

 

Per la riflessione:

 

Come sta ricreando l’Ordine(confratelli e collaboratori) le caratteristiche principali dell’ospitalità?

 

                        PUNTI FORTI                        PUNTIDEBOLI                        SUGGERIMENTI

 

1)      Ospitalitàmisericordiosa

2)      Ospitalitàsolidale

3)      Ospitalitàdi comunione

4)      Ospitalitàcreativa

5)      Ospitalitàintegrale

6)      Ospitalitàriconciliante

7)      Ospitalitàgeneratrice

      di volontariato e collaboratori

8)      Ospitalitàprofetica

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NOTE DEL TERZOCAPITOLO

 

(1) L'OrdineOspedaliero dispone oggi di una ricca documentazione per studiare eapprofondire le linee di forza e di vitalità del carisma ospedaliero. Le fontidocumentarie diventano così mezzi per arrivare alla sorgente del carismaospedaliero di San Giovanni di Dio e alle sue caratteristiche.

Cronologicamentee in ordine di importanza disponiamo di sei Letteredi San Giovanni di Dio, più tre di San Giovanni di Avila a lui. Questelettere sono disponibili in edizioni critiche e ci danno un ritratto di primagrandezza di San Giovanni di Dio. Ci fanno vedere e innamorare di unpersonaggio, un membro vivo seguace del primo Ospedaliero della storia, GesùCristo. Ci fanno intravedere la sua passione per l'uomo bisognoso esofferente,  per la Chiesa sua madre eper tutti i suoi figli.

La secondafonte in ordine di importanza é senza dubbio la Biografia del Santo scritta da Francesco de Castro e pubblicata nel1585. Con grande fondatezza storica, costituisce un rendiconto profondo delpercorso umano-spirituale del Santo in cui é messa in rilievo l'ospitalitàdivina verso di lui come sorgente della sua ospitalità senza frontiere versotutti i poveri e i malati.

Dal 1995 la Famiglia Ospedalieradispone di una nuova e preziosa fonte della vita e ospitalità di San Giovannidi Dio. E' la Documentazione provenientedall’Archivio della Deputazione Provinciale di Granada che formò parte dellacausa tra i Fratelli dell’Ospedale di Giovanni di Dio e i Fratelli delMonastero di San Girolamo". Questa documentazione data del 12.03.1570(il processo iniziò però soltanto nel 1572) e consiste di 171 fogli manoscrittiche furono trascritti da José SÁNCHEZ MARTINEZ nel suo libro: Kénosis y Diakonía en el itinerarioespiritual de San Juan de Dios, Madrid 1995. Dei 17 testimoni che risposeroalle 26 domande, 10 avevano conosciuto San Giovanni di Dio. Questadocumentazione ed altri documenti che Sánchez ha utilizzato in un altro lavorosullo stesso processo, costituiscono la terza fonte in ordine di importanza perstudiare l’ospitalità di San Giovanni di Dio.

In più disponiamo delleprime Costituzioni dell’Ospedale di Granada e di tre Bolle fondamentali:

                                    1. Licet ex debitodi Pio V (1 gennaio 1572)

                                    2. Etsi pro debito di Sisto V (1 ottobre 1586)

            3. Piorum Virorum, Breve diPaolo V (12 aprile 1608)

Questi documenti hanno unvalore decisivo perché ci avvicinano a San Giovanni di Dio e ai principiteologici e giuridici della nostra ospitalità. Inoltre bisogna aggiungere lepetizioni dei Superiori Generali di grazie ed approvazioni che diedero luogoalle succitate bolle. Entrambi vanno considerate fonti della nostra ospitalità.

Delle prime Costituzioniricordiamo:

Regla yCostituciones para el Hospital de Ioan de Dios, desta ciudad de Granada...1585;

Constituciones hechas enel primer Capitulo General hecho en Roma año de 1587;

Costitutioni et ordini daosservarsi dagli Frati dell'Ordine di Giovanni di Dio... 1589;

Costitutionidel devoto Giovanni di Dio -  d'Italia,1596

Regla del BienaventuradoPadre San Agustín y Constituciones de la Orden de Iuan de Dios, Madrid 1612

La documentazione modernaè abbondante, ma, per non esagerare, vogliamo ricordare solamente alcunititoli, i più significativi che sono stati pubblicati a partire dal CapitoloGenerale del 1976, citati in ordine cronologico.

· P.Marchesi, Le basi del rinnovamento(1978).

· P.Marchesi, L’Umanizzazione (1981).

· La Dimensione Apostolica dell’Ordine di SanGiovanni di Dio (1982).

· Costituzioni dell’Ordine Ospedaliero di SanGiovanni di Dio (1984).

· P.Marchesi, L’Ospitalità deiFatebenefratelli verso il 2000  (1986).

· Dichiarazioni del LXII Capitolo Generale (1988).

· B.O’Donnell, Servo e Profeta (1990).

· Giovanni di Dio continua a vivere nel tempo(1991)

· Fatebenefratelli e Collaboratori insieme perservire e promuovere la vita, (1992).

· La nuova Evangelizzazione e la nuovaOspitalità alle soglie del terzo millennio (1994).

· P.Piles, La forza della carità (1995)

· P.Piles, Giovanni di Dio: chiamata allanuova ospitalità (1996)

· P.Piles, Lasciatevi guidare dallo Spirito(1996)

· La Dimensione Missionaria dell’OrdineOspedaliero. Profeti nel mondo della  salute(1997)

Gli studi ericerche critiche compiuti nel corso dei secoli e di recente, sulla vita,spiritualità e ospitalità di San Giovanni di Dio sono ulteriori inestimabilicontributi per approfondire il tema trattato in questa “Carta di identità”. Pernon appesantirla rimandiamo alla bibliografia finale per alcuni dei titoli piùsignificativi.

(2) 1a Lettera di SanGiovanni di Dio alla Duchessa di Sessa (1DS), 13. Vedi anche GAMEIRO, A.  Koinonía,filoxenía y martyrion em S. João de Deus e na sua Orden nascente, tesi didottorato, Roma 1996, in corso di pubblicazione.

(3) 2a Lettera di SanGiovanni di Dio alla Duchessa di Sessa (2DS), 18.

(4) Cfr. SÁNCHEZ MARTINEZ, José.  Kénosis y Diakonía en el itinerario espiritual de San Juan de Dios,Madrid 1995.

(5) Cfr. 2a Lettera diSan Giovanni di Dio a Gutierre Lasso (2 GL), 5. Questo elenco non è completo.Castro, nel capitolo XVI, aggiunge altri bisognosi. Il Santo ha assistitopersone colpite da mali morali molto acuti. Conosciamo la sua sollecitudine emisericordia verso le prostitute, i carcerati, gli emarginati, i mori eprobabilmente anche verso i "cristiani nuovi" di provenienza ebraica,gli schiavi ed altri esclusi sociali come i malati incurabili.

(6) CASTRO, Op. Cit., CapitoloXVII.

(7) Ibid., Capitolo XII.

(8) Cfr. 2 GL, 8.

(9) 1a Lettera di SanGiovanni di Dio a Gutierre Lasso (1 GL), 2.

(10) Lettera di San Giovanni diDio a Luis Bautista (LB), 19.

(11) 1 DS, 15.

(12) A partire dal Capitolo XIIal XX del suo libro, Castro illustra bene queste distinte dimensionidell’ospitalità juandediana.

(13) 2 DS, 9.

(14) 1 DS, 9.

(15) CASTRO, Ibid., Capitolo XV

(16) Ibidem., Capitolo XX.

(17) Questa solidarietàidentificativa appare chiaramente nelle lettere a Gutierre Lasso e allaDuchessa di Sessa, nella biografia di Castro e nelle testimonianze del processoe si riferisce a decine di collaboratori.

(18) Nel Processo contro i Girolamini (Cf. SANCHEZ, Op. Cit.), anteriorealla biografia di Castro, si parla abbondantemente degli atteggiamentiospedalieri dei fratelli d’abito di San Giovanni di Dio. Giovanni d’Avila(Angulo) cita i loro nomi: Antón Martín, Pedro Pecador, Alonso Retigano eDomingo Benedicto.

(19) ORTEGA LÁZARO, L., o.h.,Antón Martín.... pp. 17-18 e 31

(20) Dichiarazioni tratte dallacausa tra i fratelli dell’“ospitale di Giovanni di Dio” e “i frati delmonastero di san Girolamo”, 1572-73. En: SANCHEZ MARTINEZ, José  Op.Cit., pp. 181-188 e 285 ss.

 

(21)Consideriamo importante per delineare l’identità e originalità dell’Ordine,conoscere, seppure solo molto parzialmente, alcune figure di confratelliparticolarmente degni di considerazione per come abbiano vissuto i valoridell’ospitalità. I santi, beati evenerabili meritano di essere ricordati per primi: San Giovanni Grande, SanRiccardo Pampuri, Beato Benedetto Menni e i numerosi Beati Martiri. Tra ivenerabili e quelli di cui si sta introducendo la causa de Beatificazioneabbiamo Francesco Camacho, Antón Martín, José Olallo Valdès, Eustachio Kugler eun altro gruppo di martiri, senza dimenticare anche tanti altri che nellastoria dell’Ordine hanno sofferto il martirio o la persecuzione per Cristo eper l’ospitalità in Brasile, Colombia, Cile, Polonia, Filippine, Francia,Spagna e, di recente, anche in altri paesi.

Tanticonfratelli “fondatori” e “rifondatori”di comunità e opere dell’Ordine meriterebbero di essere più conosciuti comeespressioni vive della vitalità e dei valori del nostro carisma. Così ifratelli Giovanni Bonelli (Francia); Gabriele Ferrara e Giovanni BattistaCassinetti (Italia e Germania), Francisco Hernandez (America). In tempi più recenti è giusto ricordarePadre Giovani Maria Alfieri (Italia), Paul de Magallon (Francia), Eberhard Hacke e Magnobon Markmiller(Germania), il Beato Benedetto Menni (Spagna, Portogallo e Messico).

Nel campodella ricerca storica dell’Ordineacquistano speciale rilievo alcuni confratelli, che con amore per l’Ordine espirito scientifico ci permettono oggi di conoscere il percorso del nostrocarisma.

Un’altraschiera di confratelli illustri si sono distinti come medici, chirurghi,farmacisti, botanici, dentisti, che sarebbe lungo nominare. Ne menzioneremoalcuni nel sesto capitolo, nota 11, di questo documento dedicato al tema dellaformazione e della ricerca nell’Ordine.

 Dopo questi nomi di confratelli chi sonostati profeti di Ospitalità, bisognerebbe forse aggiungere, alcuni nomi dicollaboratori che per il loro amore all’Ordine e ai suoi valori meritano diessere ricordati.

(22) ANTIA, Juan Grande, in Labor Hospitalario-Misionera de la Orden deSan Juan de Dios en el mundo, fuera de Europa, AA.VV., Madrid, 1929.

“I religiosi ospedalieri furono,da Filippo II a Ferdinando VII, gli incaricati della Sanità militare, specialmente nelle spedizioni nelle Indie e intempo di guerra e di epidemie.

Oltre ai quasi cento Ospedali-Dottrina che avevano inAmerica, nei quali curavano spagnoli, militari e indigeni e gestivano unanumerosa e ben frequentata scuola di fedeper gli indios, avevano anche farmacie e cliniche ossia dispensari di soccorso e rimedio per tutti.Nei loro Ospedali-Dottrina gli indiosperciò non trovavano solo la salute per il corpo, ma anche per l’anima; è cosìche i fervidi Figli di San Giovanni di Dio rimasero sempre fedeli all’assiomaereditato dal loro Padre e dai loro Superiori: Dal corpo all’anima, assioma sempre valido per ogni buonospedaliero”.

 

* - - - *

 

4.

PRINCIPI CHE ILLUMINANO LA NOSTRA OSPITALITA’

 

Accettando la chiamata della Chiesa ad essere sempre piùcoscienti della missione evangelizzatrice di ogni gruppo ed opera ecclesiale, l’Ordine,nel progettare la Nuova Ospitalità, si sente impegnato a sviluppare chiaramentela sua identità alla luce di ciò che chiamiamo la “cultura dell’Ordine”.Radicati in questa cultura ospedaliera siamo chiamati tutti, religiosi ecollaboratori, ad incarnare nel nostro agire i principi che illuminano lanostra ospitalità. In seguito vogliamo illustrare uno ad uno questi principi.

 

 4.1.Dignità della persona umana

 

4.1.1. Il rispetto della dignità della persona umana come caratteristicaessenziale di un atteggiamento autenticamente cristiano. La creazionedell'uomo e della donna a immagine di Dio (Gen 1, 27) conferisce loro unadignità indiscutibile. Tra tutti gli esseri viventi l'essere umano é l'unico asomiglianza di Dio, chiamato alla comunicazione con Dio, in grado di ascoltaree rispondere a Dio. La dignità di ogni essere umano dinanzi a Dio é ilfondamento della sua dignità dinanzi agli uomini e a se stesso. E' la ragioneultima della fondamentale uguaglianza e fraternità tra gli uomini, indipendentementedalla razza, dal popolo, dal sesso, dalle origini, dalla cultura  e dalla classe sociale. E' il motivo per cuiun essere umano non può usare di un altro essere umano come di una cosa. Alcontrario deve trattarlo come essere autonomo e responsabile di se stessomostrandogli rispetto.

 

Dalla dignitàdell'essere umano dinanzi a Dio consegue pure il diritto e il doveredell'autostima e dell'amore verso se stessi. Di conseguenza dobbiamoconsiderarci un valore per noi stessi e assumere responsabilmente la cura dellanostra salute. Dalla dignità di ogni essere umano dinanzi a Dio consegue pureche dobbiamo amare il prossimo come noi stessi e che la vita dell'essere umanoé sacra e inviolabile, principalmente perché nel volto di ogni essere umano vié un raggio della gloria di Dio (Gen 9, 6).

 

4.1.2. Il rispetto deve essere universale. Ilrispetto della dignità della persona umana, creata a immagine di Dio esige checiascuno, senza alcuna eccezione, deve considerare il prossimo come "altrosé" curandosi in primo luogo della sua vita e dei mezzi necessari perpoterla vivere degnamente. (1) Bisogna affermare che la dignità diogni essere umano é tale quali che siano le anomalie da cui può essere affetto,le limitazioni che può presentare o l'emarginazione sociale a cui può vedersiridotto.

 

Il rispettodella dignità della persona umana creata a immagine di Dio é latente nellafilosofia e nelle crescente coscienza internazionale sull'ampia gamma deidiritti umani.

 

Il carattereuniversale del rispetto della dignità umana si esplicita nell'affermazione diKant per cui le persone sono assolutamente preziose, fini in sé, dotate didignità e non  commutabili con unprezzo. Il corollario etico sarà che in quanto persone, tutti gli uomini sonouguali e meritano uguale considerazione e rispetto. La dignità é inerenteall'essere umano per essere soggetto di diritti e di doveri(2).

 

 4.1.3. Atteggiamento interiore ed efficace modalità di accoglienzaai malati e ai bisognosi. Dato che il valore e la dignità umana  nel dolore, nella disabilità e nellamorte  sono più frequentemente oggettodi interrogativi e rischiano di essere eclissati, l'Ordine Ospedaliero nelprendersi cura del malato e dei bisognosi annunzia a tutti gli uomini lameravigliosa eredità di fede e di speranza che ha ricevuto dal Vangelo.

 

L'atteggiamentodi Gesù in favore dei più deboli e degli emarginati sociali, è per l'OrdineOspedaliero, secondo l'esempio di S. Giovanni di Dio, una chiamata a impegnarsinella difesa e promozione dei diritti fondamentali, fondato sul rispetto delladignità umana.

 

Tenendo contodelle varie forme attraverso le quali l'Ordine oggi esprime il carisma, cisembra che esistano alcuni campi in cui, nella prospettiva della NuovaOspitalità, sono segni evangelici particolarmente significativi:

 

·     i senzatetto:come espressione della dimensione di gratuità, che nella nostra societàdell'efficienza e della produttività è quasi negata;

·     i malatiterminali: per segnalare il valore della vita nel momento del morire;

·     i malati di AIDS:per contrastare paure e pregiudizi irrazionali;

·     itossicodipendenti: amare l'uomo che non si sa amare;

·     gli immigrati:accogliere Gesù straniero come genuina espressione di ospitalità;

·     gli anziani; peraffermare il valore della vita nella sua globalità;

·     le persone incondizioni di infermità e limitazioni croniche: come espressione del valoree dignità della persona umana.

 

Ogni luogo incui vi sia povertà, malattia, sofferenza, è un luogo privilegiato in cui noi,religiosi di S. Giovanni di Dio, esercitiamo e viviamo il Vangelo dellamisericordia(3).

 

4.2. Rispetto della vita umana

 

4.2.1. La vita come bene fondamentale dellapersona e condizione previa per godere degli altri beni. La vita, benefondamentale della persona e condizione previa per godere degli altri beni, nonsolo non può vedersi subordinata a nessun altro bene ma rispetto ad essa ognipersona deve essere riconosciuta come avente pari diritto nei confronti di ognialtro uomo.

 

Il dovere direalizzarsi, proprio di ogni uomo -percepiamo l'esistenza come dono ma anche come impegno da attuare-presuppone di conservare il bene fondamentale della vita come condizione"sine qua non" per poter compiere il dovere di custodire la missionericevuta con la stessa esistenza. Comunque venga formulato sussiste il principioetico: conseguire il fine per cui fummo creati, tendere alla propria perfezioneo alla realizzazione di se stessi inseriti nella società[i].

 

La vita umanache per il credente é dono di Dio, deve essere rispettata dal suo inizio sinoalla fine naturale. Essendo il diritto alla vita inviolabile e costituisce ilfondamento più forte del diritto alla salute come degli altri diritti dellapersona, nessuna considerazione giustifica il ricorso all'aborto oall'eutanasia attiva.  

 

4.2.2. Protezione speciale dei pazienti conminorazioni fisiche, mentali e psicologiche. In ogni individuo minoratofisicamente o psichicamente dobbiamo vedere un membro della comunità umana, unessere che soffre e che, più di qualsiasi altro, necessita del nostroappoggio  e dei nostri segni di rispettoche lo aiutino a credere nel suo valore di persona. Questo é molto importanteai nostri giorni per il fatto che la nostra società si mostra sempre piùintollerante nei confronti dei portatoridi handicap, dei disabili, dei minorati. (4)

 

L'OrdineOspedaliero deve distinguersi per la disponibilità e il servizio ad attuare,nella misura del possibile, la realizzazione pratica ed effettiva dei principidi integrazione, normalizzazione e personalizzazione. Il principio di integrazione si oppone alla tendenza a isolare,segregare o trascurare i disabili. Il principiodi normalizzazione comporta l'impegno per la riabilitazione delle personeimpedite creando un ambiente il più normale possibile. Il principio di personalizzazione sottolinea che nell'attenzione aidisabili occupano il primo posto la dignità, il benessere e lo sviluppo dellapersona dovendosi proteggere e promuovere le sue facoltà fisiche, psichiche,spirituali e morali.

 

4.2.3. Promuovere la vita, creando o collaborando alla creazione di realtà cheaiutino a superare la miseria, la fame e l'infermità. Nella nuovaevangelizzazione l'Ordine Ospedaliero deve render visibile il Vangelo dellavita potenziando tutti i possibili sforzi che vengono fatti per eliminare lestrutture ingiuste, disumanizzanti e creando possibilità di vita degna, lì doveesiste povertà, infermità, emarginazione e abbandono.

 

In virtùdella sequela di Cristo secondo il carisma di S. Giovanni di Dio, il sostegno ela promozione della vita umana devono realizzarsi mediante il servizio della carità che si manifestanella testimonianza personale e istituzionale nelle diverse forme divolontariato, nell'animazione sociale e nell'impegno politico[ii].

 

Il servizioalla vita deve estendersi dalla protezione della vita nascente finoall'accompagnamento fraterno di chiunque soffra per una malattia, unacondizione di emarginazione o di bisogno, rispettando, difendendo e promuovendola sua dignità di persona. Una speciale attenzione merita la persona nella fasefinale della sua esistenza.

 

Il serviziodi promozione alla vita deve espletarsi nella promozione delle attività inambito di prevenzione, nel trattamento degli invalidi e della riabilitazionedelle persone che sono impedite. In questo senso non sarà mai sufficientequello che si fa per aiutare i disabili a partecipare pienamente alla vita eallo sviluppo della società cui appartengono, creare l'ambiente sociale che liaccetti pienamente come membri della comunità con speciali necessità  che devono essere soddisfatte.

 

4.2.4. Obblighi e limiti nel conservare la propria vita. La vita é un benefondamentale della persona e condizione previa per l'uso di altri beni ma non éun bene assoluto. Questa può essere sacrificata in favore di altre persone odei nobili ideali che danno senso alla vita stessa. La vita, la salute, ogniattività temporale si trova subordinata ai fini spirituali.

 

Neghiamo ildominio assoluto e radicale dell'uomo sulla vita quindi non possiamo realizzareatti che presuppongono un dominio totale e indipendente come sarebbe quello didistruggerla. Parallelamente possiamo affermare il dominio "utile"sulla propria vita, non il conservarla a qualsiasi prezzo. La vita é sacra certamente, ma é altrettantoimportante la qualità di questa vita, cioè la possibilità di viverla umanamentee dandole un senso. Non esiste il dovere di conservare la vita in condizioniparticolarmente penose.

 

Non tutti itrattamenti che prolungano la vita biologica risultano umanamente benefici peril paziente come persona. Gli individui non hanno il dovere di accettare mezzisproporzionati per conservare la vita. In ogni caso, si potrà valutare se imezzi sono proporzionati o sproporzionati tenendo conto delle condizionifisiche e psichiche del malato e comparando: il tipo di terapia; il grado didifficoltà e di rischio che comporta; una ragionevole fiducia nell'esito; illivello di qualità di vita che ne deriva (vista dalla prospettiva delpaziente); la durata della sopravvivenza; i disagi (propri e dei familiari) cheil trattamento e le conseguenti spese porteranno con sé.

 

4.2.5. Il dovere di non attentare alla vitaaltrui. La vita umana é sacra, perché dal suo inizio é frutto dell'azionecreatrice di Dio e rimane sempre in una speciale relazione col Creatore, suounico fine. Solo Dio é Signore della vita dal suo inizio alla sua fine.Nessuno, in nessuna circostanza può attribuirsi il diritto di uccidere in mododiretto un essere umano (5). Dato chenel carisma ospedaliero devono trovare accoglienza tutte le persone, l’Ordine ècontro la pena di morte in ogni situazione.

 

L'eutanasiain senso vero e proprio, cioè un'azione o una omissione che per sua naturaprovoca intenzionalmente la morte con il fine di eliminare qualunque dolore, éuna grave violazione della Legge di Dio. "La tentazione dell'eutanasiaappare come uno dei sintomi più allarmanti della "cultura di morte"che avanza soprattutto nelle società del benessere”. (6)

 

4.2.6. Doveri in ordine alle risorse dellabiosfera. La protezione dell'integrità della creazione é sottesa alcrescente interesse per l'ambiente. L'equilibrio ecologico e un uso sostenibileed equo delle risorse mondiali sono elementi importanti di giustizia con tuttele comunità del nostro "villaggio globale"; e sono pure oggetto digiustizia condiviso con le future generazioni che erediteranno ciò che daremoloro. Lo sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali e dell'ambientedegrada la qualità della vita, distrugge le culture e riduce i poveri inmiseria(7). Dobbiamo promuovereatteggiamenti strategici che creino relazioni responsabili con l'ambientevitale che condividiamo e del quale non siamo altro che amministratori.

 

Essendo lenostre strutture luoghi di consumo dei materiali più vari, possiamo dare segniconcreti e significativi di attenzione all'ambiente istituendo comitati a talfine, privilegiando l'uso di materiali biodegradabili e riciclabili e  sensibilizzandoci tutti, confratelli ecollaboratori, attraverso corsi e seminari. (8)

 

4.3. Promozione della salute e lotta controil dolore e la sofferenza

 

4.3.1. Il dovere di vigilare per lapromozione della salute della popolazione. Tra le attività che promuovonola salute della popolazione bisogna evidenziare l'informazione al pubblico e iprogrammi di educazione che promuovono stili di vita sani e diminuiscono irischi per la salute che possono essere evitati, compreso l'uso del tabacco,dell'alcol e di altre droghe; l'attività sessuale che aumenta il rischio dicontrarre l'AIDS e le altre malattie sessualmente trasmesse; la cattivaalimentazione; l'inattività fisica e i livelli di inadeguata immunizzazione inetà infantile.

 

In moltipaesi l'educazione sanitaria costituisce uno dei mezzi per diminuire lamorbilità e mortalità infantili, per mezzo dell'alimentazione al seno el'informazione ai genitori sulla nutrizione adeguata e i rischi dell'acquacontaminata (9).

 

4.3.2. Il dovere etico di vigilare per ilmaggior interesse del paziente. Quanti lavoriamo in ambito sanitarioabbiamo il dovere etico di adoperarci per il maggior bene del paziente in ognimomento, e integrare detta responsabilità con un maggior impegno a promuovereed assicurare la salute della popolazione (10).

 

4.3.3. Mettersi a fianco dei poveri, degliemarginati e dei sofferenti come imperativo evangelico di giustizia. In unmondo di sofferenza e povertà (la maggior parte della popolazione mondiale) lamissione di render presente San Giovanni di Dio si rivela particolarmenteimportante per il fatto che la povertà opprimente -a causa di strutture socialiingiuste che escludono i poveri- genera una violenza sistematica contro ladignità degli uomini, delle donne, dei bambini e di chi ancora non é nato, chenon può essere tollerato nel Regno voluto da Dio”.

 

Il nostro Ordine esiste per evangelizzare i poveri, accompagnarli edassisterli nelle loro sofferenze secondo lo stile di San Giovanni di Dio (…) Sisono visti alcuni sforzi per adeguare la nostra vita e le nostre strutture alservizio dell'emarginato: day-hospitals, alberghi notturni, assistenza a malatidi AIDS e malati terminali, promozione di zone emarginate partendo dacentri-base già esistenti... Questi sforzi richiedono tuttavia un'azione piùcoerente nel senso che l'Ordine si deve mettere più marcatamente nell'otticadel povero identificandosi, nel suo stile di vita, chiaramente con questaopzione, affinché, attraverso la sua forma di vita, il suo servizio, la suamissione di annuncio/denuncia, eserciti un'influenza sempre maggiore in questosenso sulla Chiesa e le strutture della società”. (11)

 

4.3.4. Trattamento corretto del paziente di fronte all'accanimentoterapeutico. Per quanto orientati alla promozione della salute i nostriospedali non possono contemplare la morte come un fenomeno che é loro estraneo,che deve essere emarginato, ma come parte integrante del corso della vita,particolarmente importante per la realizzazione piena e trascendente delmalato. Conseguentemente ogni infermo deve essere soddisfatto nel suo desideriodi non essere impedito, anzi di esser facilitato secondo la sua religione e ilsuo senso della vita nell'assumersi responsabilmente il passo della propriamorte. A questo si opporrebbe il nascondergli la verità e l'isolarlo, senzavera e urgente necessità, dalle sue relazioni abituali di amicizia, di famigliadi comunità religiosa e ideologica. (12)

Solo cosìsi  realizzerà, in questi momentidefinitivi dell'esistenza, l'umanizzazione della Medicina.

 

4.3.5. Cure palliative. Le istituzioni dell'Ordine Ospedaliero checurano pazienti in grado avanzato di malattia devono poter disporre, per quantosia possibile, di unità di cure palliative destinate a rendere più sopportabilela sofferenza nella fase finale della malattia e, nello stesso tempo,assicurare al paziente un accompagnamento umano adeguato. (13)

 

4.4. L'efficacia e la buona gestione

 

4.4.1. Il dovere di coscientizzare lapopolazione a non considerare le spese sanitarie come puro dispendio economico.In tutti i paesi la domanda di servizi sanitari é superiore alla capacità dellanazione di offrire detti servizi. E' un dovere importante quello di collaborarenel richiamare la coscienza della società sul fatto che i costi dell'assistenzamedica non possono considerarsi come puro dispendio economico. Rappresentanoanche un investimento in risorse umane che permette di ridurre la sofferenza individualee offrire alla gente l'opportunità di dedicarsi al lavoro produttivo o divivere nelle proprie case o di usufruire di un costo assistenziale più basso.Pertanto le spese nei servizi di assistenza medica hanno un effetto nelladiminuzione di altri costi sociali.

 

4.4.2. Amministrazione e gestione efficaceed efficiente delle risorse. Le professioni sanitarie devono assumersi laresponsabilità di un’amministrazione efficace delle spese assistenziali cheinclude la utilizzazione di metodi diagnostici e terapeutici efficienti checomprendono anche l'implementazione degli indici di qualità e di parametri diesercizio applicabili e realistici.

 

4.4.3.  L'istituzioneospedaliera come impresa deve orientarsi al recupero della personaintegralmente considerata. La totalità dell'istituzione ospedaliera comeimpresa deve orientarsi o ri-orientarsi al recupero della persona integralmenteconsiderata, cioè, delle sue dimensioni somatopsichiche, sociali e spiritualiche, in definitiva costituiscono il nucleo dell'umanizzazione dell'assistenzasanitaria. Nell'ospedale-azienda l'investimento nel creare un clima umano eumanizzante aiuta la produttività e l'efficacia del lavoro stesso. (14)

 

4.4.4. Investire per creare un clima umanoed umanizzante in appoggio al rendimento delle risorse. Come in altreimprese anche nell'ospedale l'impegno a creare un clima umano e umanizzantecontribuisce al buon uso delle risorse e al miglioramento delle condizionilavorative degli operatori sanitari. Essi possono, a loro volta, umanizzando sestessi, aiutare a creare le condizioni più umanizzanti per i pazienti. (15)

 

Tra i miglioramenti che énecessario apportare necessita particolare attenzione l'aggiornamento delleconoscenze e delle competenze per mezzo della formazione permanente adattataalle circostanze di ogni tempo e luogo.

 

4.4.5. Diritti e doveri dei lavoratoriIl diritto al lavoro é previsto dai contratti secondo le legislazioni vigenti.Spetta allo specialista in diritto del lavoro, trovare la soluzionetecnico-giuridica  in grado diconciliare il diritto all'obiezione di coscienza e il diritto al lavoro nellaformulazione del contratto di lavoro, nelle successive revisioni dello stesso enell'entrata in vigore di nuovi contratti collettivi. L'attenzione ai dirittidei lavoratori che i nostri ospedali, residenze assistenziali e centrisocio-sanitari devono prestare in modo eccellente in ossequio alla più strettagiustizia sociale, non deve realizzarsi a costo della propria esistenza controquesta stessa giustizia sociale.

 

4.5. Nuova ospitalità e nuove esigenze:Terzo e Quarto Mondo

 

Ogni volta ésempre più grande l'abisso che separa i paesi del cosiddetto Nord sviluppato equelli del Sud in via di sviluppo. All'abbondanza di beni e servizi disponibiliin alcune parti del mondo, soprattutto nel Nord sviluppato, corrisponde al Sudun inammissibile regresso ed é proprio in questa zona geopolitica che vive lamaggior parte dell'umanità. A guardare la gamma dei diversi settori: produzionee distribuzione degli alimenti, igiene, salute e abitazioni, disponibilità diacqua potabile, condizioni di lavoro soprattutto femminile, durata della vitamedia e altri indicatori economici e sociali, il quadro generale apparedesolante, sia considerandolo in se stesso, sia in relazione ai daticorrispettivi dei paesi più sviluppati del mondo. (16)

 

Anche neipaesi sviluppati le forze economiche e sociali escludono dai benefici socialimilioni di persone che costituiscono il cosiddetto "quarto mondo":povertà o miseria di uomini, donne e bambini che “oltre a vivere in condizionidi gravissimo disagio fisico e psicologico hanno perso la legittimazione di"soggetti di diritto" poiché non sono garantite da protezionegiuridica e sociale”. Esempi più concreti sono coloro che perdono la propriaoccupazione, i giovani senza alcuna possibilità lavorativa, i bambini di stradasfruttati e abbandonati alla propria sorte, gli anziani soli e senza alcunaprotezione sociale, gli ex-carcerati, le vittime della droga,  i malati di AIDS, gli immigranti in generalee i clandestini in particolare (...) tutti coloro che sono condannati a unavita di dura povertà, di emarginazione sociale e di precarietà culturale.(17)

 

4.5.1. Solidarietà e cooperazione. IlVangelo di Gesù Cristo é un messaggio di libertà e una forza di liberazione. Laliberazione é innanzitutto e principalmente liberazione dalla schiavitùradicale del peccato. Logicamente comporta la liberazione da molteplicischiavitù di ordine culturale, economico, sociale e politico che, in definitivaderivano dal peccato e costituiscono tanti ostacoli che impediscono gli uominidi vivere dignitosamente. (18)

 

“Lasolidarietà é una virtù eminentemente cristiana. Essa attua la condivisione deibeni spirituali ancor più che di quelli materiali. Il principio di solidarietà é una diretta esigenza difraternità umana e cristiana. Lo solidarietà si manifesta in primo luogo nelladistribuzione dei beni e nella remunerazione del lavoro. I problemisocio-economici possono esser risolti solo con il concorso di tutte le forme disolidarietà: solidarietà dei ricchi con i poveri ma anche dei poveri tra loro;degli imprenditori con i dipendenti ma anche dei lavoratori tra loro;solidarietà tra le nazioni e i popoli. La solidarietà internazionale éun'esigenza di ordine morale. In buona misura, la pace del mondo dipende daessa. (19)

 

4.5.2. Cooperazione e cooperatori: diritti edoveri.  Il documento  del LXIII Capitolo Generale segnala consufficiente chiarezza le linee di ciò che si esige dai religiosi e daicollaboratori di San Giovanni di Dio. (20)  Enucleiamo i seguenti aspetti:

 

·     Umanizzarsi perumanizzare ed essere testimoni della santità secondo il radicalismo dellebeatitudini a esempio di San Giovanni di Dio, povero tra i poveri, servo eprofeta.

 

·     La promozione delle persone sotto tutti gli aspetti:cura del malato, accoglienza amorevole dei cronici, attenzione speciale ai piùdeboli e ai più poveri, accompagnamento di coloro che stanno vivendo i loroultimi momenti, trasformando i gesti di cura in gesti di evangelizzazione.

 

·     Dobbiamo presentare la nostra cultura dell'ospitalità come alternativa alla cultura dell'ostilità che non solo domina sempre piùfortemente le relazioni tra i popoli, le nazioni e le etnie ma anche lerelazioni interpersonali. Dobbiamo dimostrare una nuova capacità diaccoglienza, creare comunità di fede aperta che siano un invito a tutte lepersone con cui ci relazioniamo: malati, familiari, collaboratori, amici. OgniCentro dovrà essere una piccola Chiesa domestica capace di creare la comunionecristiana in cui la gioia dell'uno é quella dell'altro e il dolore dell'uno éil dolore dell'altro. Oggi più che mai, nelle relazioni umane, il religioso diSan Giovanni di Dio é chiamato ad essere testimone di Dio "amante dellavita" (Sap 11, 26) che si confonde con la sua gente e con la sua presenzarende la terra accogliente e l'uomo veramente uomo.

 

·     Valorizzare e promuovere le qualità degli operatori evolontari che collaborano con l'Ordine e farli partecipi del servizio e dellaevangelizzazione delle persone presenti nel Centro e di particolarimanifestazioni della vita della comunità.

 

·     Preparare professionisti identificati con la filosofiae i valori dell'Ordine, perché assumano funzioni direttive e di animazionenelle nostre opere.

 

4.5.3. Il volontariato: gratuità e identificazione. “E' volontario colui che,oltre ai suoi propri doveri professionali e di stato, in modo continuativo edisinteressato, dedica parte del suo tempo ad attività, non in favore di sestesso o degli associati (a differenza dell'associazionismo) ma in favori deglialtri o di interessi sociali collettivi, secondo un progetto che non siesaurisce  nell'intervento stesso (adifferenza della beneficenza) ma che tende a eradicare o modificare le causedel bisogno e dell'emarginazione sociale”.(21)

 

La nostrafilosofia é identica a quella di ogni altro tipo di volontariato. Solo che ciòche é fondamentale per tutti acquista una particolare sfumatura per il fatto diessere un'azione ospedaliera o sociale realizzata nei Centri dell'Ordine, secondolo spirito di San Giovanni di Dio. Nel nostro volontariato deve esserci:

· Principio di volontarietà: i volontarifanno parte dello stesso organismo, liberamente, perché lo richiedono;

· Principio di gratuità: la loro dedizioneé frutto di un'esigenza interiore, di un impegno personale, non vi é nessunaesigenza esterna che li obblighi;

· Principio di solidarietà: nascedall'esigenza di farsi presenti nella necessità dell'altro, di compatirla;

· Principio di complementarità: ci siprefiggono mete che la nostra società non riesce a raggiungere, arricchendola epromuovendo così la giustizia sociale;

· Principio di integrazione personale: cisi propone quasi sempre di dare, però molte volte vediamo che é più quello chesi riceve;

· Principio di preparazione: si esige unaformazione adeguata che dia le conoscenze storiche, la dimensione apostolica, ivalori dell'Istituzione e la capacità di sapersi trovare in qualsiasicircostanza;

· Principio di associazionismo: si lavoracoordinatamente, formando un gruppo senza alcun individualismo;

· Principio evangelico: essendo il nostrovolontariato aconfessionale, si fonda sul Vangelo nella forma in cui SanGiovanni di Dio ha vissuto la sua dedizione ai poveri, ai malati e aibisognosi. I luoghi in cui su esercita il volontariato sono centriconfessionali: gratuità nel servizio e identificazione con il carismadell'Ordine riassumono i fondamenti del [nostro] volontariato. (22)

 

4.6. Evangelizzazione, inculturazione e missione

 

4.6.1. Visione d'insieme. Evangelizzarecostituisce la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda.Essa esiste per l'evangelizzazione,cioè, per testimoniare, insegnare e predicare la Buona Novella di Gesù Cristo.Come nucleo e centro di tale Buona Novella Gesù annunzia la salvezza, questogrande dono di Dio che é liberazione da tutto ciò che opprime l'uomo, ma che ésoprattutto liberazione dal peccato. (23)

 

Laevangelizzazione parte dal mandato missionario di Gesù Cristo: "Andatedunque e ammaestrate tutte le nazioni. Ecco, io sono con voi tutti i giorni,fino alla fine del mondo" (Mt 28,18-20; cfr. Mc 16,15-18; Lc 24,46-49; Gv20,21-23).

 

Per compiere questo mandato, ilVangelo deve incarnarsi, "tradursi" (senza tradirsi) nelle differenticulture. (24) L'evangelizzazione non é possibile senza inculturazione.

 

La fratturatra vangelo e cultura e, senza alcun dubbio, il dramma del nostro tempo come lofu in altre epoche. (25) D'altra parte la secolarizzazione comportadi fatto, come abbiamo segnalato più sopra, lo stabilire una cultura della noncredenza in cui si converte in presupposto culturale che il mondo si esauriscanell'immanenza e in cui le affermazioni relative alla trascendenza si rivelanoculturalmente e socialmente irrilevanti. In questa situazione, coloro chevogliono essere cristiani senza rinunziare al loro proprio tempo, senza volersiesiliare dalla cultura in cui vivono devono realizzare lo sforzo di inculturareil cristianesimo nelle culture sorte dalla modernità.

 

L'inculturazione rende possibileportare la Buona Novella a partire dall'interno di ciascuna cultura apportandocosì la sua propria ricchezza alla incarnazione storica del Vangelo. Questosignifica che il Vangelo, nell'incarnarsi concretamente subisce fortitrasformazioni rispetto alle sue precedenti forme di inculturazione. Cosìl'inculturazione permette di "comprendere e trasformare con la forza delVangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, lelinee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità chesono in contrasto con la parola di Dio e il disegno di salvezza”. (26)

 

Inquadrata correttamente,l’inculturazione deve ispirarsi a due principi: la compatibilità col Vangelodelle diverse culture da integrare e la comunione con la Chiesa Universale.(27)

 

4.6.2 Evangelizzazione, inculturazione emissione dell'Ordine. In un mondo in cui l'uomo contemporaneo crede più aitestimoni che ai maestri, crede più nella esperienza che nella dottrina, nellavita e nei fatti che nelle teorie (28) l'Ordine si trova in unasituazione privilegiata per la evangelizzazione e la inculturazione della fedeper il fatto di essere presente in molte culture, in 46 paesi e in 5continenti. La cultura della tecnica, probabilmente la più restìa ai valoricristiani é tuttavia sensibile alla viva testimonianza dell'impegno concretoper l'uomo.

 

Il carisma dell'Ordine ci pone pienamente in questo impegno, dato che la promozionedell'uomo sotto tutti gli aspetti é la nostra missione: la cura dell'uomomalato, l'accoglienza amorevole dei cronici, l'attenzione speciale ai piùdeboli e ai più poveri o l'accompagnamento a quelli che stanno vivendo i loroultimi momenti.

 

Solo lafedeltà al carisma renderà possibile l'evangelizzazione e la inculturazione nelmondo della tecnica in cui deve affrontarsi la cultura dell'ostilità con quelladella nuova ospitalità.

 

La domanda acui dobbiamo rispondere nel futuro é come trasformare i gesti di cura inautentici gesti di evangelizzazione, come trasformare i luoghi in cui lavoriamoin luoghi significativi di evangelizzazione. Umanizzazione ed evangelizzazionedevono far parte per noi di una unità indivisibile perché "dove non c'ècarità non c'è Dio, per quanto Dio stia in ogni luogo". (29)

 

Per la riflessione:

 

1)      Descrivisegni che evidenzino come si sta vivendo nei Centri e nelle Comunitàdell’Ordine i principi dell’ospitalità nei seguenti ambiti:

·       Dignità della persona umana

·       Rispetto della vita umana

·       Promozione della salute e lotta contro il dolore e lasofferenza

·       Efficacia e buona gestione

·       Nuova Ospitalità

·       Evangelizzazione, inculturazione e missione

 

2)      Descriviciò che sta rendendo difficile od offuscando la messa in pratica di questiprincipi:

·       Dignità della persona umana

·       Rispetto della vita umana

·       Promozione della salute e lotta contro il dolore e lasofferenza

·       Efficacia e buona gestione

·       Nuova Ospitalità

·       Evangelizzazione, inculturazione e missione

 

3)      Comesi sta promuovendo la diffusione dei principi che illuminano la nostraospitalità e la relativa formazione tra i confratelli, collaboratori edassistiti?

4)      Checosa è necessario fare per garantire una migliore diffusione e formazione inrelazione ai principi che illuminano la nostra ospitalità?

 

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NOTE DEL QUARTO CAPITOLO

 

(1) Cfr. CONCILIO VATICANO II,Costituzione Pastorale Gaudium et Spes(GS), N. 27.

(2) Ilconcetto di dignità umana e i diritti della persona appaiono intimamenteconnessi nella Dichiarazione Universale dei diritti umani (1948); nellaConvenzione Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966);nella Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici (1966); nelrecente Accordo sui diritti umani in Biomedicina (1977): sebbene da questeDichiarazioni non risulta chiaro in cosa consista e su cosa si fondi la dignitàumana, la riconoscono tutte come inerente l'essere umano e riconoscono pure idiritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana comefondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.

 

(3) Cfr. LXIII CAPITOLOGENERALE,  Nuova Evangelizzazione e Nuova Ospitalità alle soglie del terzomillennio, Bogotá, 1994,  # 5.6.1.

(4) L'OMS definisce come deficitla perdita o la anomalia di una struttura anatomica o di una funzione fisica opsichica. Una disabilità é la diminuzione o incapacità di compiere un'attivitànel modo e con i risultati che si considerano normali. Una minorazione é unosvantaggio acquisito da un individuo a causa di un deficit o di una disabilità,che limita o impedisce lo svolgimento di una normale attività perquell'individuo, tenuto conto dell'età, del sesso e dei fattori culturali esociali (A. Anderson, "Simplemente otro ser humano", Salud Mundial, 34, gennaio 1981: 6.)

(5) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Evangelium Vitae (EV), 5.

(6) Cfr. Ibid. EV, 64-65.

(7) Cfr. PAOLO VI, OctogesimaAdveniens 21; GIOVANNI PAOLO II, EV 27, 42.

(8) Nuova Evangelizzazione e Nuova Ospitalità..., Op. Cit., 5.6.3,Situazioni concrete.

(9) Documento dell'AssociazioneMedica Mondiale "Progetto di dichiarazione sulla promozione dellasalute", 10.75/94, Agosto 1994.

(10) Ibidem.

(11) Nuova Evangelizzazione e Nuova Ospitalità..., Op. Cit., 3.6.3

(12) Cfr. EV, 15.

(13) Cfr. Ibid. EV, 44.

(14) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Centesimus Annus 40; 20; 32.

(15) Cfr. MARCHESI,Pierluigi  L’Umanizzazione, 1981.

(16) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo Rei socialis, 14.

(17) Lettera del Card. CARLOMARIA MARTINI. Biennio pastorale 1992-1993.

(18) Cfr. ISTRUZIONE DELLACONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Libertàcristiana e liberazione, Roma, 1986

(19) C.C. 1939-1942.

(20) Nuova Evangelizzazione e Nuova Ospitalità..., Op. Cit., 4.4

(21) CARITAS. Cfr. M. del CarmenFurés: El voluntariado en nuestra sociedad, in Labor Hospitalaria, 1985; 198(4):206.

(22) PILES F., Pascual  Originee traiettoria del Volontariato nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio;Congresso Nazionale dei Volontari di San Giovanni di Dio, 18-20 ottobre 1995.

(23) Cfr. PAOLO VI, Evangelii Nuntiandi (EN)  9, 14.

(24) Cultura significa il modo in cui un gruppo dipersone vive, pensa, sente, si organizza, celebra e condivide la vita. In ognicultura soggiace un sistema di valori, di significati, di visioni del mondo chesi esprimono esternamente nel linguaggio, nei gesti, nei simboli, nei riti enegli stili di vita.

(25) Cfr. Ibid., 20; Gaudium etSpes, 43.

(26) EN, 19.

(27) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Missio, 54.

(28) Ibidem., 42.

(29) SAN GIOVANNI DI DIO, Lettera a Luis Bautista, 15.  Cfr. NuovaEvangelizzazione e Nuova Ospitalità..., 4.3.

 

* - - - *

 

5.

APPLICAZIONE A SITUAZIONI CONCRETE

 

5.1.             Assistenzaintegrale e diritti del malato

 

Il nostroapporto alla società sarà credibile, nella misura in cui sapremo incarnare iprogressi della tecnica e l'evoluzione delle scienze. Da qui l'importanza chela nostra risposta assistenziale mantenga un'inquietudine per esserecontinuamente attualizzata nel suo versante tecnico e professionale.

 

Partendo daquesto dovremo dare un'assistenza che consideri tutte le dimensioni dellapersona umana: fisica, psichica, sociale e spirituale. Soltanto un'attenzioneche consideri tutte queste dimensioni, almeno come criterio di lavoro e comeobiettivo da raggiungere, potrà considerarsi come assistenza integrale.

 

Forse questoé stato il campo in cui le opere dell'Ordine hanno coltivato una maggioretradizione. Il loro livello assistenziale ha costituito una caratteristica chele ha distinte nel corso degli anni.

 

Le primecostituzioni già insistevano sul modo di trattare i malati e così si écontinuato, privilegiando questo aspetto nel corso della storia.

 

5.1.1. L'approccio al malato, al bisognoso eai suoi familiari

L'attenzioneai bisogni della persona (compresi quelli che si riferiscono allo spirito ealla trascendenza) é un elemento chiave in ogni servizio sanitario e sociale.

 

L'uomo é unessere relazionale; nella misura in cui entriamo in contatto con gli altri ciconsolidiamo come persone. Quando facciamo sì che questo contatto si convertain incontro stiamo realizzando la pienezza della nostra dimensione relazionale.

 

Da quil'importanza del nostro incontro, dell'ascoltare, dell'accettare,dell'accogliere, del saper canalizzare gli aspetti positivi e negativi che sonopresenti in ogni persona che vive e avverte il bisogno degli altri.

 

La malattia,quale che sia la sua manifestazione esteriore, é un'espressione del limite,della debolezza dell'uomo ed è proprio in questa speciale circostanza cheponiamo un'esplicita ed implicita domanda di aiuto reciproco.

 

Ogni persona,nel limite e nel dolore, cerca qualcuno con cui condividere la sua condizione,su cui scaricare il peso che grava su di lui. Ne consegue la necessità, pertutti coloro che costituiscono l'Ordine Ospedaliero -religiosi, collaboratori,volontari, ecc.- che acquisiscano e crescano nelle seguenti qualità:

 

5.1.1.1. Apertura: ai nuovi apportidella società, ai nuovi criteri di attuazione, alle nuove esigenze dell'uomo,alle altre culture. E' aperta la persona che sa accogliere quello che lasocietà e il mondo le vanno offrendo e sa discernere ciò che vi é di positivoin questa offerta per farlo suo. Aperta é anche l'istituzione che sa porsinello stesso modo. Sebbene in questo caso si esigerà dialogo tra le persone,per saper discernere insieme, ciò che é positivo per tutti.

 

5.1.1.2. Accoglienza. Ricevere colui chearriva con uno spirito di affetto e di speranza che gli permetta di averfiducia nelle persone e nelle Istituzione che si fanno carico di lui. Il primocontatto é molto importante, può aprire o chiudere le porte. Nel suo stato dibisogno, per il malato questo primo contatto acquisisce un'importanzafondamentale. In una condizione di difficoltà, sentirsi accettato e accolto él'elemento essenziale per vivere uno stato di fiducia e di sicurezza neiconfronti delle persone che si prendono cura di lui. Bisognerà vigilare in modoparticolare perché la burocrazia e il tramite amministrativo non si trasforminoin un ostacolo per l’accoglienza al malato.

 

5.1.1.3. Capacità di ascolto e di dialogo. Lasciare che la personaesprima la sua situazione, le sue esigenze, i suoi timori, le sue paure e chepossa sentire in noi un'eco di fiducia e serenità, tanto nei momenti diallegria, quanto nelle situazioni più difficili.

 

Che il malato comprenda cometutto questo non cada nel vuoto, che é accolto, considerato, tenuto in conto.Sta dicendo la sola cosa che é in grado di dire in quel momento; inclusoprobabilmente il "dirci" tutto se stesso.

 

Si darannoanche situazioni in cui il malato chiede o desidera ciò che non é la cosa piùconveniente per lui. Dalla nostra riflessione dovremo esser capaci di capirlo edi far capire al malato ciò che intendiamo fare anche in quei casi in cui ciòdovesse portare a una divergenza sui criteri di attuazione.

 

5.1.1.4. Attitudine al servizio. Semprea disposizione del malato e dei suoi, sempre disponibili a donare le nostrecompetenze tecniche, la nostra scienza e la nostra persona  al servizio del suo bene integrale.

 

Non sempre sideve fare ciò che il malato desidera o chiede, ma dall'atteggiamento con cuitratteremo la cosa egli potrà capire se stiamo agendo per il suo bene o per lanostra comodità.

 

5.1.1.5. Semplicità. Cioè l'umiltà dichi sa che sta dando un aiuto a chi ne ha bisogno e che si propone comeobiettivo fondamentale di evitare una situazione di dipendenza.

 

Semplicità dichi cammina cercando di incontrare la verità, il bene per tutti, incluse lestrutture tanto complesse come i nostri ospedali.

 

5.1.2. Diritti del malato

I diritti del malato s’iscrivononel più ampio orizzonte dei diritti fondamentali dell’uomo. Dal punto di vistadei diritti umani, il diritto alla salute si colloca tra i cosiddetti dirittiumani di seconda generazione, vale a dire tra i diritti di tipo economico esociale. Con lo sviluppo della coscienza intorno a questo tema, negli annisessanta si è intensificato l’interesse per i diritti dei malati. Premesso checome persona il malato è soggetto degli stessi diritti universali di tutti gliuomini, va considerato tuttavia che in lui entrano in gioco certe particolaritàdovute alla sua situazione che richiedono una maggiore sensibilità esolidarietà. In questo senso sono state poi formulate tutt’una serie didichiarazioni nazionali, regionali e locali.

 

L’Ordine fa propri questi dirittiriconosciuti e proclamati e, dalla prospettiva di un’assistenza integrale,valorizza in maniera particolare i seguenti:

 

5.1.2.1. Riservatezza. La riservatezza comprende tre valori intimamente correlatinella relazione assistenziale: l'intimità,il segreto e la fiducia. Il rispetto per le persone esige il rispetto dell'intimità(1) del paziente, cioè di quella particolare sfera in cui ognuno sispiega a se stesso, si riconosce, afferma e lega la propria identità. Ilrispetto all'intimità di ognuno rende possibile la convivenza sociale nellamolteplicità dei singoli individui. Il velo del segreto tutela il rispettoreciproco e apre il cammino alla fiducia, via di accesso all'intimitàdell'altro.

 

Rispettoreciproco e fiducia aprono la porta al diritto di comunicare i propri segreticon la garanzia che non saranno rivelati. In questo consiste l'obbligo delsegreto professionale in cui si dà per supposto e rimane implicito l'impegno dinon divulgare ciò che si é conosciuto nell'esercizio della professione.

 

L'obbligo delsegreto, coesiste con l'obbligo di svelarlo quando non vi sia altro modo dievitare il danno ingiusto a un'altra persona e/o alla società, per esempio, perevitare il contagio o un altro male da cui la società non può liberarsi senzaconoscere il segreto.

 

Laprogressiva specializzazione e tecnicizzazione della Medicina moltiplica i casiin cui questa si esercita in équipe. Si costituisce allora il segreto condiviso che esige specialecura da parte di tutti perché non ne risulti pregiudicata l'intimità delmalato.

 

Ognioperatore lavorando in ospedali o residenze sociosanitarie deve sensibilizzarsiper percepire i vari modi con cui il diritto alla riservatezza e all'intimità éviolato. Basti pensare alle conversazioni sui pazienti in luoghi pubblici o alfacile accesso alle storie cliniche da parte di persone non autorizzate.Speciale attenzione meritano tutte quelle liste di pazienti con diagnosi e/otrattamenti, tabulate dai moderni sistemi informatici.

 

Perfacilitare il rispetto all'intimità dei pazienti, i centri dovranno disporre,nella misura del possibile, di una struttura fissa o mobile (come possonoessere da un lato le camere individuali o gli ambienti riservati,dall'altro  cortine o paraventi) chepermettano l'isolamento del malato in rapporto alle sue necessità. Bisognatener conto anche dell'età e della gravità di coloro che condividono la stessacamera.

 

Il malatopotrà esprimere l'esigenza di restar solo o con la persona che desidera quandoviene visitato dal suo medico oppure riceve l'assistenza infermieristica. Cosìpure potrà parlare col personale amministrativo in privato. Dovrà inoltreconsiderare che qualsiasi ospedale soprattutto se universitario o sede diinsegnamento, é un luogo di formazione e che la sua collaborazione éimprescindibile sotto questo aspetto.

 

5.1.2.2. Veracità. Il diritto del malatoa conoscere la verità va di pari passo con quello già analizzato relativo alsegreto. Essi sono complementari e forniscono il più solido appoggio allanecessaria fiducia del medico ma entrambi possono entrare in conflitto inrapporto al motivo fondamentale della relazione medico-paziente: ilconseguimento della salute. In qualsiasi ipotesi la decisione concreta devefare attenzione al bene della persona del malato, considerata nella suaintegrità, senza trascurare per questo il processo della salute come benesociale.

 

Il diritto diogni uomo a conoscere la verità sulle cose che lo colpiscono e ilcorrispondente obbligo di informarlo stanno alla base della convivenza. Nonsolo la menzogna ma anche la mancanza di sincerità distrugge la fiducia, tantonecessaria nella relazione interpersonale data l'ambiguità (finestra-maschera)della nostra esteriorità corporea. La fiducia é particolarmente importantenella relazione del malato col medico. Da qui l'importanza che acquista la suaveracità, che comporta sempre una certa responsabilità perché non si riferiscea fatti riduttivamente oggettivi  ma arealtà cariche di importanza soggettiva, soprattutto quando la prognosi siriferisce al futuro aspetto del malato o alla sua funzionalità (libertà ecapacità di movimento) o alla perdita della vita o ad altre possibili veritàaltrettanto difficili da accettare.

 

Come primopunto deve considerarsi prioritario il diritto a conoscere la verità sullostato della propria salute da parte del malato, ma non a scapito di ciò che alui conviene come persona. Alcune volte vi sono motivi di vero amore pertacere: gli creeremmo un danno inutile. Tuttavia non é onesto tacere solo perfuggire semplicemente dalla propria difficoltà. Se si ha tatto nel modo di direla verità si può sempre aiutarlo. Il medico non deve attenersi all'obbligo generaledi dire la verità senza prestare attenzione al possibile conflitto di interessinel malato, in modo particolare quello della sua salute, motivo della relazionestabilita tra entrambi

 

I principi di soluzione non ci permettonodi stabilire ricette stereotipate di applicazione universale. Il medico devedire la verità, ma senza pregiudicare per questo inutilmente la salute o altrivalori del malato. Il suo obiettivo ultimo é il bene di questi integralmenteconsiderato. 

 

Sono fattoriche influenzano ciò che conviene dire: la fermezza del paziente e la sua forzad'animo, le sue convinzioni personali e il suo equilibrio psichico, così comeil tipo di relazione che esiste tra il tale medico e il tal malato. Così purenon é possibile trascurare le circostanze economiche, familiari e sociali checoinvolgeranno il paziente dopo la consulenza medica. Ma acquistano particolarerilievo anche la diagnosi e la prognosi.

 

Trattandosidi malattie oggettivamente e soggettivamente innocue il fatto che niente glivenga nascosto tranquillizza il paziente. Sempre che la malattia sia curabilesi impone una informazione adeguata per suscitare la collaborazione delpaziente che é assolutamente indispensabile, quando senza la sua collaborazioneil decorso della malattia potrà avere un esito fatale.

 

Il dirittodel malato a conoscere la verità é indispensabile, soprattutto, quando questideve prendere una decisione responsabile. E' compito del medico agevolarla; nonpuò sostituirsi ad essa e deve aver cura di non proiettarvi i suoi propricomplessi e le sue inibizioni. Dovrà prendersi il tempo necessario per deciderele più opportune modalità di comunicare la verità in modo che il malato possacomprendere gli elementi più significativi per prendere una decisione saggia. Avolte anche il paziente necessita di tempo per farsi carico dei vari elementi.

 

La conoscenzacerta di una morte inevitabile e prossima deve essere comunicata al malatoperché questi possa realizzarsi nell'ultimo atto della sua vita. Questo doverepresuppone la capacità del soggetto ad assumersi ed esprimere adeguatamente ilsuo ruolo in questo momento decisivo. Lasciargli qualche speranza ("unpezzo di cielo aperto" come dice qualcuno) può essere d'aiuto ma non puòdimenticarsi che, abbandonando falsa speranza possiamo cedere il passo a unaltro tipo di speranza che gli permetta di assumere la verità con maggiorerespiro e realizzarsi così pienamente come uomo. Questo avviene anche nel casodi persone che non credono nella vita futura ma che hanno saputo dare un sensoalla propria vita in relazione agli altri. L'ambigua espressione "dirittodel paziente a morire" ha un significato reale: nessun essere umano deveesser privato del diritto a vivere la sua propria morte, coronando così larealizzazione della sua vita attraverso di essa.

 

Rinunzieremoa comunicare la verità quindi, quando ci consta che l'altro é incapace disopportarla. Il diritto alla verità cessa qualora dovesse esitare nelladisperazione fatalista e nell'annullamento del proprio essere, qualora -cioè-fosse recepita solo come una condanna a morte senza ragione e senza senso.

 

Il titolare del diritto a conoscere la verità é il malato, sempre chesia adulto e padrone di sé. Quando non é capace di assumersi la propriaresponsabilità per non aver acquisito la necessaria maturità o per qualsiasialtra causa, l'informazione richiesta deve esser comunicata a chi deve o puòprendere decisioni in suo nome, a titolo di fiduciario, come la persona piùinteressata al bene del paziente. Se questi dovesse essere capace, si deve direa familiari e congiunti, secondo il nostro criterio ragionevole, solo quelloche il malato desidera comunicare loro.

 

Tanto nelsoddisfare il diritto alla verità, come nel rispettare il dovere del segreto sideve tener conto del rispetto dovuto alla libertà della coscienza propria delmalato e anche del medico. Ci occupiamo qui solo degli imperativi relativi allaprima.

 

"Lacoscienza é il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trovasolo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria" (2) .Non v'è alcun dubbio che anche l'ateo si senta interpellato e questo fatto,comunque lo si voglia capire e spiegare, merita un assoluto rispetto. Come ilsacerdote anche il medico nello svolgimento delle sue funzioni può muoversi inprossimità di questo santuario e deve porre particolare attenzione a nonviolarlo. Né lo Stato, né tantomeno la Chiesa in nome di un preteso bene comunepossono attentare contro la libertà della coscienza.

 

Mai il medicopuò coartare la coscienza del paziente. Il suo dovere é di procurare con curala sua salute anche se disapprova la condotta che può averne causato la perdita(malattia venerea, infezione dovuta a un aborto mal praticato, ecc.) né élecito approfittare della situazione di dipendenza per"moralizzarlo". Niente impedisce, con questo, che se si deve favorireil processo curativo o l'umanizzazione dell'exitus lo si aiuti a mettersi inpace con la propria coscienza. Però questo deve esser fatto con il più granderispetto per la sua libertà per quanto consideri erronei i suoi giudizi.Inoltre faciliterà l'approccio al malato da parte dei ministri religiosi o dialtre persone che, a suo giudizio, lo possano aiutare a vivere con senso lamalattia e anche la propria morte quale che sia la sua confessione religiosa oideologia.

 

5.1.2.3. Autonomia. La valorizzazione e il rispetto dell’autonomia, specie inambito sanitario è una conquista della modernità. Fino a non molti decenniorsono, infatti, era presente ancora un forte paternalismo nel rapportomedico-paziente per cui, in genere, decideva sempre il medico a cui il pazientestesso “si affidava” consapevole di non avere conoscenze né competenze adeguateper poter scegliere nel migliore dei modi. D’altra parte questi era pienamenteconvinto che il medico avrebbe agito sempre per il suo bene.

 

Il “pazientepost-moderno” come viene chiamato oggi non ragiona più in questi termini. E’cosciente infatti dei suoi “diritti” tra i quali quello alla vita e alla tuteladella salute hanno senza dubbio un ruolo prioritario. Ed è cosciente, inoltre,di essere il solo titolare di tali diritti la cui difesa non può delegare adaltri, almeno fino a quando si trova in condizione di intendere e di volere.

 

Talemutamento di prospettiva non è stato indolore e al vecchio paternalismo del passato, oggi non più accettabile, si èsostituito spesso un esasperato contrattualismoper cui il rapporto tra medico e paziente viene visto come un semplice“contratto” di cui entrambi sono tenuti a rispettare le clausole. Ovviamente ilsuperamento di questo polarismo non può che essere quello di una vera e propriaalleanza terapeutica in cui il medicocooperi col paziente, a realizzare il suo maggior bene, nel rispetto dellereciproche scelte. Presupposto fondamentale perché tutto questo possarealizzarsi nel migliore dei modi è un’adeguata comprensione di cosa sial’autonomia del paziente.

 

Secondo unaclassica interpretazione una scelta può dirsi autonoma quando rispetta trepresupposti. Il primo è quello dell’intenzionalità.Deve trattarsi cioè di una scelta assolutamente “volontaria” e non semplice“voluta”. In secondo luogo deve esserci la conoscenzadi ciò che si decide. Naturalmente tutto questo chiama in causa il problemadella verità al malato di cui si è parlato al paragrafo precedente e a cui sirimanda. Infine deve esprimersi nell’assenzadi controllo esterno. Questo significa che non deve esserci nessuna formadi coercizione (neanche quella che potrebbe derivare dall’autorevolezzaesercitata dal sanitario nei confronti del paziente o dal timore di unpossibile abbandono terapeutico da parte sua) né di manipolazione (ad esempiol’alterare o il distorcere la verità anche se fatto nella presunzione di unpossibile bene del paziente stesso). Spesso viene pure inclusa tra questicriteri l’assenza di “persuasione”, anche se più prudentemente crediamo che unequilibrato e rispettoso tentativo di persuasione debba ritenersi addiritturadoveroso qualora abbia di mira l’effettivo bene del paziente.

 

Naturalmentesul piano pragmatico questi criteri inerenti l’autonomia del paziente simanifestano pienamente nel consensoall’atto medico sia esso diagnostico o terapeutico, di cui si parlerà piùavanti.

 

5.2.1.4. Libertà di coscienza. Il diritto alla libertà dicoscienza, chiaramente formulato nell’art. 18 della Dichiarazione Universale dei diritti umani e inserito nelleCostituzioni della maggior parte di Stati moderni viene esigito dalladimensione etica dell’essere umano e dall’autocomprensione della sua esistenzacome dono e come progetto da realizzare. Da quest’ambito non è esclusa ladimensione religiosa dell’esistenza. A tal riguardo bisogna ricordare come laDichiarazione Dignitatis Humanae delConcilio Vaticano II inizi proprio affermando che “la persona ha diritto allalibertà religiosa”.

 

L’eserciziodi tale libertà, naturalmente, resta condizionato al principio generale dellaresponsabilità personale e sociale, cioè, al fatto che ogni uomo o grupposociale è obbligato a tener conto i dirittidegli altri e i doveri neiconfronti degli altri e del bene comune. Questi limiti si concretizzanonell’esigenza di un ordinamento giuridico che tuteli concretamente tale libertàreligiosa e difenda da un ingiusto proselitismo.

 

Ogni uomo etutta la chiesa hanno il diritto di testimoniare la propria fede. Il dirittoalla libertà religiosa include il diritto di dare questa testimonianzarispettando sempre la giustizia e la dignità della coscienza altrui. Ma il“proselitismo” è la corruzione di questa testimonianza, poiché è costituito daogni comportamento abusivo e impertinente nell’esercizio della testimonianzacristiana che attenta alla libertà religiosa del prossimo. I principaliatteggiamenti da riprovare, secondo il Consiglio Mondiale delle Chiese e ilSegretariato per l’unità dei cristiani sono:

-        ogni tipo di pressioni fisiche, morali o sociali che sfocianonell’alienazione o nella privazione del discernimento personale, della liberavolontà e della piena autonomia e responsabilità dell’individuo;

-        ogni beneficio materiale o temporale, offerto apertamente o inmodo indiretto come prezzo per l’accettazione della fede di colui che ne àtestimonianza;

-        ogni beneficio risultante dallo stato di necessità in cuipotrebbe trovarsi colui che riceve la testimonianza o dalla sua condizione didebolezza sociale o mancanza dio istruzione in vista di convertirlo al propriocredo;

-        ogni cosa che può suscitare sospetto sulla buona fededell’altro;

-        ogni allusione priva di giustizia o carità verso i credenti dialtre comunità cristiane o religioni non cristiane, in vista di fare adepti;gli attacchi offensivi che feriscono i sentimenti di altri cristiani o membridi altre religioni.

 

5.1.3. Programmi di Umanizzazione ePastorale 

 

5.1.3.1 Programmi di Umanizzazione. Se écerto che un ospedale che non sta al passo con la scienza e la tecnica puòadagiarsi ai piedi delle stesse e pertanto non avere più interlocutori, non émeno certo che la scienza e la tecnica comportino dei rischi.

 

La costanteevoluzione, la continua comparsa di nuove équipes e tecniche di lavoro, recanoin sé il pericolo di mettere da parte la persona umana, tanto il professionista quanto il paziente. Poiché inmolti dei processi lavorativi, da un ruolo fondamentale questo passa ad averneuno secondario e, a secondo delle tecniche, persino irrilevante. Pensiamo adesempio a tutti i servizi di diagnosi o di procedure informative, ecc. doveprima la figura del professionista era imprescindibile per un adeguato operato,mentre adesso vi sono casi in cui il suo ruolo é secondario o inesistente.

 

Tutta questaevoluzione, non é neutrale alla risposta della persona, non sta ai marginidella sua sensibilità anche se spesso corre il rischio di rimanervi. Latendenza verso un certo isolamento, verso una segregazione e un dispotismotecnologico può presentarsi a maggior ragione quando si tratta col malato,soggetto passivo di tutta questa attività professionale: tutto per il malato masenza il malato.

 

Per questo éimprescindibile la realizzazione di programmi di umanizzazione nei Centri enelle opere. Intendiamo riferirci non solo alla attuazione di servizi ma allapianificazione di effettivi programmi di umanizzazione.

 

Si deveottenere che tutti i professionisti che attuano un servizio assistenziale sisentano chiamati ad aver cura del malato, della sua persona e della suafamiglia. In questo consisterà l'umanizzazione delle opere di San Giovanni diDio, nel far sì che tutti gli operatori sanitari lavorino per il malato e conil malato, impiegando i migliori mezzi tecnici a servizio della personaassistita.

 

5.1.3.2. Pastorale socio-sanitaria. Il malato o bisognoso ha persola sua salute, cosa che mette in crisi tutta la persona.

 

Ma poiché siamo convinti che la fede in Gesù Cristo siauna fonte di salute e di vita, ne consegue che la persona in crisi perchémalata, possa esser messa in contatto con la sua dimensione di fede, se questaesiste, affinché l'incontro di entrambe (fede e crisi) possa convertirsi insorgente di salute integrale.

 

Uno deigrandi valori della nostra società é il pluralismo che ha acquisito. Ormai sonopassati i tempi in cui i regimi politici venivano imposti, come veniva impostal'autorità e così pure la fede e la religione. La fede é un dono e come tale si può accogliere o rifiutare, mettere daparte o coltivare perché possa crescere e maturare.

 

Nelle nostre opere abbiamo voluto una presenzapluralistica di professionisti. Pertanto vi sono persone che hanno accolto ildono della fede e lo hanno fatto maturare e altre che non lo hanno fatto. Similmente, nei nostri centri vengono personeche hanno ricevuto il dono della fede e lo hanno fatto maturare ed altre no.Vogliamo servirli ed aiutarli tutti. Con tutti vogliamo percorrere un camminoche permetta loro di ricapitolare la loro storia personale, valorizzando questomomento di crisi che suppone la perdita della salute.

 

Dallaaccettazione del limite e della dipendenza che comporta l'infermità ol’emarginazione, potremo accompagnarle a riscoprire la loro storia, il loroessere e il senso della loro vita. Questo si dovrà fare con sensibilità erispetto, al ritmo che il malato o il bisognoso sia in grado di sostenere o,per meglio dire, al passo che loro vanno segnando. Con quelle persone chesentono in se stesse il dono della fede potremo celebrare in forma esplicitaquesto processo ma sempre in funzione del grado di crescita e di maturità chehanno acquisito.

 

I nostriCentri, sanitari e sociali, sono opere della Chiesa e pertanto la loro missioneé di evangelizzare partendo dalla cura e dall'attenzione integrale ai malati ebisognosi, secondo lo stile di San Giovanni di Dio. Parlare di attenzioneintegrale implica l'occuparsi e il curare la dimensione spirituale dellapersona come una realtà essenziale, organicamente correlata con altredimensioni dell'essere umano: biologica, psicologica e sociale.

 

La dimensionespirituale va molto al di là del riduttivamente "religioso" anche selo comprende. Molte persone trovano in Dio le risposte alle grandi domandedella vita mentre per altre il dato della fede in Dio non é significativo nellapropria vita e quindi le cercano in altre realtà. D'altra parte Dio non ha pertutti lo stesso significato, né é per tutti lo stesso, né é uguale per tuttil'esperienza che se ne può fare. 

 

A tutti imalati e gli emarginati, nel rispetto e nella libertà, dobbiamo accostarci  e occuparci delle loro necessità spirituali,senza alcun protagonismo e recando loro ciò di cui hanno bisogno nella misurain cui possiamo farlo.

 

E' certo chela malattia, l'emarginazione o la povertà sono occasioni per porsi molte domandecirca il senso della vita e la presenza salvifica di Dio. Per questo e in mododiversificato dobbiamo accompagnare e rispondere, se é il caso, a questesituazioni. Da qui deriva la nostra preoccupazione per la pastorale dellasalute e dell'emarginazione.

 

La pastoraleé l'azione evangelizzatrice di accompagnare le persone che soffrono, offrendocon la parola e la testimonianza la Buona Novella della salvezza, così come hafatto Gesù Cristo sempre nel rispetto delle credenze e dei valori dellepersone.

 

Il Servizio di Pastorale ha comemissione prioritaria di occuparsi delle necessità spirituali dei malati e deibisognosi, delle loro famiglie e degli operatori sanitari. Ciò richiede unastruttura adeguata che include personale, mezzi e un piano che garantisca ilcompimento della sua missione.

 

L'équipe Pastoraleé formata da persone preparate e totalmente dedite al lavoro pastorale delCentro, le quali sono collaborate da altre persone impegnate nel progetto, siadedite a tempo parziale, sia sotto forma di volontariato. Deve esserci un pianodi azione pastorale e un programma concreto in funzione delle necessità delCentro e delle persone che vi vengono curate. Vi saranno delle linee guida diazione pastorale tanto per ciò che riguarda i contenuti filosofici che quelliteologici e pastorali. A partire da queste linee si deve elaborare un pianopastorale cercando sempre di rispondere alle vere necessità spirituali deimalati, dei familiari e degli operatori. Si dovranno evidenziare gli obiettivi,le iniziative con i relativi parametri valutativi, distinguendo le distintearee o i tipi di utenti del Centro, programmando per ciascuna area la pastoralepiù concreta ed adeguata.

 

L'équipepastorale dovrà curare molto bene la sua formazione, al fine di stare al passo,aggiornarsi professionalmente e spiritualmente per poter servire meglio lepersone. Un buon aiuto per l'équipe pastorale può essere il Consiglio pastoraleche é composto da un gruppo di professionisti del centro, anche se nonesclusivamente, sensibili alla realtà pastorale la cui principale funzione ériflettere e orientare il lavoro dell’équipe.

 

5.2. Problemi specifici della nostra azione assistenziale

 

5.2.1. Sessualità e procreazione

 

5.2.1.1. Procreazione responsabile. Laprocreazione umana costituisce la via attraverso cui Dio coopera con l'uomo cheliberamente si fa strumento del suo atto creativo attraverso la generazione. Daciò scaturisce l'alto valore del generare umano che, per questo, viene affidatoalla procreazione responsabile da parte della coppia(3). Taleresponsabilità procreativa rende la coppia attenta al duplice significato,unitivo e procreativo della sessualità coniugale. Nella realizzazione di talealto compito la coppia si orienterà alla luce della parola Dio e degli insegnamentidella Chiesa responsabilmente recepiti nell'irripetibile singolarità dellapropria coscienza.

 

NeiCentri dell'Ordine dovranno essere favorite tutte quelle strutture che, secondotipologie  modalità proprie allasituazioni sanitarie e culturali dei vari Paesi possano favorire una effettivaresponsabilità procreativa anche attraverso un adeguato counselling.

 

Talicriteri ispireranno anche le prestazioni professionali degli operatori sanitarisia nella pratica di tipo ambulatoriale che negli interventi in regime diricovero.

 

5.2.1.2. Interruzione della gravidanza.La vita umana é un valore universalmente riconosciuto anche se percepito condiverse sensibilità storiche e culturali. Il suo rispetto e la sua tutela sta afondamento di tutte le professioni e le organizzazioni sanitarie.

 

La tutela della vita si estende dal suo inizio fino allanaturale estinzione indipendentemente dalle modalità e circostanze dellafecondazione, del suo stato di salute prima e dopo la nascita, dalle sueespressioni relazionali, dalla sua accettazione sociale. Anzi, ogni situazionedi precarietà esistenziale, sull'esempio di S. Giovanni di Dio, costituiscemotivo di impegno, individuale e comunitario, per la custodia del dono che Dioaffida alla cura dell'uomo.

 

Nel ritenereinviolabile la vita umana viene formulato un principio etico a cui attenersiindipendentemente dalle complesse questioni teologiche relative al momentodella "animazione" (sia che questa avvenga al concepimento che in unafase successiva). Secondo le equilibrate e prudenti posizioni della Donum Vitae e dell'Evangelium Vitae l'essere umano va rispettato "come unapersona" fin dal suo concepimento(4).

 

L'inviolabilitàdella vita umana esclude pertanto che nelle opere dell'Ordine Ospedaliero possapraticarsi non solo l'aborto volontario ma anche altri interventi che di fattosopprimono la vita nelle sue fasi iniziali o ne impediscono il regolaresviluppo.

 

Così pure sidovrà porre particolare attenzione affinché le procedure di diagnosi prenatalenon vengano esclusivamente finalizzate all'interruzione della gravidanzaqualora evidenzino malformazioni fetali. Anzi il positivo impegno per la vita el'accoglienza del più debole e bisognoso, qual é un soggetto malformato,esigono in fedeltà al carisma di S. Giovanni di Dio, una sua più concreta efattiva accoglienza. Questo é ancora più necessario in quanto la culturadominante e le politiche di molti Stati tendono a negare la vita al soggetto inqualche modo "imperfetto". La possibilità che nelle opere dell'Ordinesi effettui tale diagnosi esige che al tempo stesso siano proprio le stesseopere, a istituire qualificati Centri di counsellingper la coppia e la famiglia in difficoltà a causa della nascita di un figliomalformato.

 

Con analogocriterio é necessario che la riprovazione dell'aborto volontario non si traducain disprezzo per chi lo pratica. Con carità cristiana, anzi, le nostre operedovrebbero divenire Centri non solo di accoglienza alla vita ma anche di"ricostruzione" di un esistenza spesso profondamente turbatadall'aver praticato un'interruzione della gravidanza. Non solo la condannadell'errore non deve tradursi in condanna dell'errante ma deve, trasformaremediante l'amore, l'errante in una persona consapevole del suo errore ma altempo stesso fiducioso nell'immancabile perdono di Dio.

 

L'illiceitàdi praticare l'interruzione volontaria della gravidanza non esclude che possanopraticarsi interventi farmacologici  ochirurgici, volti a salvaguardare la salute della madre e che possano avere anche come effetto la morte del feto,purché questa non sia direttamente voluta, non venga ottenuta attraverso l'intervento stesso, e questosia indifferibile(5).

 

5.2.1.3. Riproduzione assistita.. Sono molte le coppie sterili chericorrono alle tecniche della riproduzioneassistita come risorsa efficace per superare un problema che non dipende dallaloro volontà.

 

Nessun centro dell’Ordine puòoffrire questo servizio, se non è altamente qualificato e riconosciuto. In talcaso consideriamo eticamente accettabile l’aiuto alle coppie per mezzo delletecniche di riproduzione assistita che permettono un esito procreativo allaloro intimità sessuale(6) utilizzando gameti della coppia, nelrispetto della vita dell’embrione.

 

Qualora circostanze di politicasanitaria dovessero esigere altri interventi, bisognerà individuare soluzioniaccettabili o ricercare alternative. A tal fine i Comitati di Etica o Bioeticapossono essere un eccellente aiuto.

 

5.2.2. Donazione di organi e trapianti

 

5.2.2.1. Tipologie del trapianto. Le modernepossibilità offerte dalla trapiantologia costituiscono una delle maggiori sfideetiche del nostro tempo invitandoci ad acquisire una nuova dimensione dellasolidarietà interpersonale. Donare i propri organi dopo la morte dovrebbe esserritenuto un vero e proprio dovere da parte di ogni uomo e, a maggior ragione,di ogni cristiano. L'Ordine Ospedaliero, in questo, si unisce agli sforzidell'intera collettività per incarnare e diffondere una "cultura deldono". Al di là degli aspetti di ordine legislativo che possono renderepiù o meno esplicito il consenso al prelievo di un organo dopo morti, taledimensione del dono non dovrebbe essere mai persa.

 

Evidentementeoccorre un lavoro di carattere culturale per superare certe remore che ancorapossono esservi nei confronti del prelievo di organi dal cadavere, relative auna malintesa "sacralità" del cadavere stesso(7). In talsenso la duplice collocazione dell'Ordine, quale espressione di un organismoecclesiale da un lato e di una struttura sanitaria dall'altro potrebbecontribuire al loro superamento. Non bisogna infatti trasformare il doverosoculto dei morti di cui é ricca la pietà cristiana, in un culto dei cadaveri.

 

Un problemadiverso si pone per il trapianto tra viventi. Pur essendo un gesto di grandissimae a volte eroica oblatività proprio per le sue caratteristiche di nonordinarietà non può ritenersi eticamente doveroso al pari della donazionepost-mortem. Rientra in quegli atti straordinari a cui non si é tenuti in sensostretto ma che sono espressione di grande e ammirevole generosità.

 

5.2.2.2. La morte cerebrale. Ai fini delprelievo di organi da cadavere si pone il delicato problema dell'accertamentodella morte cerebrale. Evidentemente solo da un soggetto effettivamente mortosi può prelevare un organo. Proprio per questo oggi esistono rigorosi criteriper il suo accertamento di cui bisogna "fidarsi". Un individuo émorto quando in base ad alcuni parametri di ordine clinico e/o strumentale nonvi é più alcuna attività, irreversibilmente, tanto nella sua cortecciacerebrale che nel tronco encefalico(8). Questi sono criterisufficienti, riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale e che nondevono esser messi in crisi da notizie più o meno sensazionalistiche divulgatedai massmedia. La morte infatti é un processo,non un evento e, pertanto la fine dell'esistenza terrena non costituisce la morte di tutto l'organismo (che inalcune  sue componenti continua a vivereanche dopo la cessazione dell'attività cerebrale) ma la morte dell'organismo come un tutto.

 

5.2.2.3. Utilizzo di tessuti embrio-fetali.  In alcune patologie, in modo particolare ditipo ematologico o neurologico viene da tempo utilizzato il trapianto ditessuti fetali (cellule epatiche, cerebrali, ecc.). Poiché in genere i soggettida cui viene effettuato il prelievo sono feti abortiti volontariamente, questopone un delicato problema etico circa l' "uso" di tali soggetti, lapossibile "strumentalizzazione" dell'atto abortivo e la validità delconsenso sottoscritto dalla madre. Di per sé l'uso di tessuti embrio-fetali,una volta ponderato un giusto bilancio tra rischi e benefici non dovrebbecostituire un problema etico. Tuttavia si dovrà evitare qualsiasi più o menotacita istigazione all'aborto o la considerazione di tali feti come "vitea perdere" e sui cui quindi sarebbe possibile fare di tutto. La lorodignità di esseri umani dovrà essere comunque rispettata, così come tale gestopur se in grado di salvare altre vite umane, non dovrà essere legittimantedell'atto abortivo. (9)

 

5.2.3. Malati cronici e terminali

 

5.2.3.1. Eutanasia. Il rispetto per lavita che comincia fin dal suo inizio si estende a tutto l'arco della suaesistenza, fino alla sua fine naturale(10).Con la dizione dieutanasia intendiamo la morte che sia procurata o ricercata sia con procedureche deliberatamente e volontariamente possano causarla (eutanasia attiva) sia omettendo o astenendosi daprocedure che possano evitarla. Quest'ultima viene impropriamente definitaeutanasia passiva, dizione ambigua eimpropria: o si tratta di una deliberata soppressione della vita (operata siacommettendo che astenendosi) o si tratta solo dell'evitare un inutileaccanimento terapeutico (ma allora non é eutanasia).

 

Per lo stessoprincipio del duplice effetto già applicato all'aborto volontario,  non costituisce un atto di eutanasiaquell'intervento che si proponga di intervenire per migliorare una condizionepatologica dell'individuo (ad esempio per eliminare il dolore) ma da cui possa anche conseguire, in modo inevitabile e nonvoluto una possibile anticipazione della sua morte.

 

Il dovere digarantire a tutti una morte degna dell'uomo comporta in ogni caso la sua cura fino all'ultimo istante di vita. Laprofonda differenza che esiste tra terapia (cure)e cura (care) fa sì che non vi sianomalati in-curabili, anche se ve ne sono alcuni in-guaribili. L'alimentazioneparenterale, la detersione delle ferite, l'igiene corporea, le adeguatecondizioni ambientali sono diritti ineludibili di cui ogni malato non puòessere privato fino agli ultimi istanti della sua esistenza.

 

5.2.3.2. Testamento vitale. Il"testamento vitale" (livingwill) é un documento che esprime la volontà della persona a che sianorispettati i suoi valori e le sue convinzioni se un giorno, per effetto di unalesione o di una infermità, sia incapace di manifestarla. In concreto chiedeche sia mantenuto il diritto, in queste circostanze, a non esser sottoposto atrattamenti sproporzionati o inutili; che non si prolunghi il processo delmorire in modo irragionevole e che si allevino le sofferenze con farmaciappropriati anche se questo dovesse avere come effetto una minore durata dellavita.

 

Formulato inquesto modo e come dichiarazione di intenti, non vi é dubbio alcuno che iltestamento vitale é buono e raccomandabile. Infatti esplicita la volontà delpaziente su come desideri essere trattato dai medici alla fine della sua vita.Oggigiorno il testamento vitale non ha forza legale in senso stretto. Perquesto un ampio settore della società reclama, con insistenza e motivatamente,la sua tutela giuridica in modo tale che, in caso di conflittualità,  possa ricorrere al tribunale per risolvereil contenzioso in base a una legislazione specifica.

 

La Chiesa nonpuò accettare in alcun modo che si provochi la morte anche se questa dovesseessere la volontà dell'interessato, liberamente espressa. Il limite deldisporre della propria vita con l'intervento di terzi, in caso di malattia oinvalidità incurabile e permanente, fino a provocare direttamente la morte,segna la differenza tra il testamento vitale accettabile per i cattolici ealtre sue modalità espressive.

 

Oltre altestamento vitale si devono prendere in considerazione altre forme diprotezione dei diritti del malato quando per incompetenza del paziente debbanointervenire terzi. Questo comporta il riconoscimento giuridico della figura diun tutore delegato a prendere le decisioni mediche. Questa persona, scelta dalpaziente, avrà il potere di decidere, come se si trattasse del paziente stesso,le azioni che possano tutelare maggiormente il suo bene, integralmenteconsiderato.  

 

5.2.3.3. Proporzionalità delle cure eaccanimento terapeutico. Per quanto orientati alla promozione della salute,i nostri ospedali non possono considerare la morte come un fenomeno estraneo,che debba essere emarginato, ma come parte integrante del corso della vita,particolarmente importante per la realizzazione piena e trascendente delmalato. Conseguentemente ogni malato deve esser soddisfatto nel suo diritto anon essere impedito, anzi facilitato, nell'assumere responsabilmente, inarmonia con la sua religione e il suo senso della vita, l'evento della propriamorte. (11)  Ad esso siopporrebbe l'occultare la verità o il privarlo, senza vera e urgente necessità,delle sue abituali relazioni con la famiglia, gli amici, la comunità religiosae ideologica. Solo così si realizzerà, anche in questi momenti definitividell'esistenza, la umanizzazione della Medicina.

 

Naturalmentequesto comporta il vivere con piena responsabilità e dignità il momento dellapropria morte. Se, da un lato, questo non può essere direttamente provocato,dall'altro non si deve insistere in trattamenti che non influisconosignificativamente sul prolungamento della vita o sulla sua qualità, protraendosolo l'agonia in un inutile accanimento terapeutico. Ognuno ha diritto a morirecon dignità e serenità senza inutili tormenti, ponendo in atto tutti e solo itrattamenti che appaiano effettivamente proporzionati. (12)  

 

5.2.3.4. Cure palliative .Possiamo dire che l'uomo, fin dai primordi, abbia praticato cure palliativetutte le volte  che  si è fatto carico della fase "terminale" di un malato supportandola contutti i rimedi disponibili ma anche aiutandolo, confortandolo, accompagnandoloalla morte. Oggi abbiamo una concezione più elaborata di tali cure unitamente auna loro specifica strutturazione operativa (negli hospices, nelle unità di cure palliative, ecc.) che ci consentonodi non abbandonare al suo destino il paziente affetto da una patologiainguaribile. Le cure palliative si presentano così come "cure totali"offerte alla persona in una globale relazionalità di aiuto che si fa carico ditutti i suoi bisogni assistenziali. (13)  

 

In realtà la cura palliativa è esattamente quello che c'è da fare per quel malato. Non sarà certo la guari­gione,  perché questa è impossibile ma tutta unaserie di provvedimenti  (a  volte anche tecnicamente impegnativi) per garantire una buona qualità dellavita,  per il tempo in cui questa glirimane.

 

Alla luce diqueste considerazioni le istituzioni dell'Ordine Ospedaliero che si occupano dipazienti in una fase avanzata della loro malattia dovrebbero predisporre, perquanto possibile, unità di cure palliative destinate a rendere più sopportabileal paziente la fase finale della malattia e, nello stesso tempo, assicurare alpaziente un accompagnamento umano adeguato.

 

5.2.4. Problemi relativi alla ricerca consoggetti umani

 

5.2.4.1. Sperimentazione clinica. Laricerca costituisce da sempre uno dei principali "motori" con cui éandato avanti il progresso della medicina. Ad essa, unitamente ad alcunescoperte fortuite come quella degli antibiotici o dei raggi X, dobbiamo leattuali conquiste della scienza. Oggi la ricerca non la si effettua più nelchiuso di un laboratorio o sull'animale ma direttamente sull'uomo. Taleprocedura sperimentale non é un optionalche alcuni ricercatori vogliono realizzare ma é diventata oggi una necessitàineludibile soprattutto per ciò che riguarda i nuovi farmaci. Dopo illaboratorio e l'animale ogni farmaco deve essere saggiato per la prima voltasull'uomo. Non si tratta, ovviamente, di utilizzare l'uomo come una cavia ma dimettere a punto nel migliore dei modi una modalità terapeutica di cui lo stessosoggetto su cui si sperimenta e/o altri potranno trarre giovamento. Questo puòavvenire solo ad alcune rigorose condizioni ormai fissate da numerose Carte edichiarazioni internazionali. (14) E poiché tale ricerca si effettuaprevalentemente nelle strutture di ricovero, é importante che i nostri Centrisiano edotti ed attenti a tali condizioni.

 

La prima diqueste é che ogni sperimentazione parta da una presunzione di beneficità. Cioèl'immissione nel mercato di un presidio terapeutico prima inesistente o di unomigliore rispetto ad un altro per varie possibilità: maggiore efficacia, minoririschi, minore costo, maggiore facilità di somministrazione, ecc.

 

Ovviamenteogni sperimentazione dovrà essere effettuata col consenso dell'interessato.Perché tale consenso sia valido esso deve essere fondamentalmente libero.Questo significa che nessuna forma di costrizione potrà essere esercitata,neanche implicita o di carattere "morale" come potrebbe esserel'influsso dell'autorevolezza medica o la paura di non essere più curatiadeguatamente.

 

Inoltretale il consenso dovrà essere "informato" rendendo il paziente edottocirca il suo inserimento in una sperimentazione clinica, i suoi possibilirischi e benefici, le alternative, le garanzie assicurative, ecc.  Quale condizione previa perché il consensosia realmente informato é indispensabile che il paziente sia adeguatamente aconoscenza del suo stato di malattia. Non si può mai nascondere indefinitamentee sistematicamente la verità al malato che, viceversa deve essere sempreconsapevole delle sue condizioni di salute. Naturalmente questo non significache tale comunicazione di verità non possa essere graduale, differita neltempo, condivisa con i familiari. Né che si debba ostinatamente violentare lacoscienza del malato qualora questi abbia espresso il desiderio di nonconoscere la verità. Né ancora che tale verità debba essere minuziosa entrandonel merito di qualunque lontano e ipotizzabile effetto collaterale: ésufficiente che si sia adeguata.

 

Peruna più organica modalità di ottenimento del consenso potrà essere opportunoche le varie Case o le Provincie producano un'apposita modulistica da adoperarenella pratica clinica dei vari Centri. E' di fondamentale importanza che tuttigli operatori sanitari capiscano come la richiesta del consenso non é unaprocedura di carattere legale tesa a salvaguardare il medico ma un diritto delpaziente e come tale comporta una specifica doverosità etica da parte deglioperatori stessi.

 

5.2.4.2 Ricerca su persone incapaci e gruppivulnerabili. Quanto sopra detto riguarda naturalmente la sperimentazioneclinica effettuata su soggetti giuridicamente ed eticamente competenti, cioè ingrado di comprendere perfettamente quanto viene loro detto e fatto, e diformulare un consenso pienamente consapevole. Ma la sperimentazione non riguardasolo tali soggetti né la si può limitare ad essi. Ne rimarrebbero esclusi,infatti, pazienti come i bambini, i malati di mente o i soggetti in coma puressi bisognosi di nuovi ritrovati terapeutici. Proprio per questo si dovràpensare ad opportune forme di "delega" affidate a soggetti che per iloro specifici legami affettivi con il paziente o per la loro funzioneistituzionale si presume facciano sempre l'interesse del paziente stesso. Aqueste condizioni e valutata l'accettabilità del rischio che il paziente correin rapporto ai potenziali benefici, tale sperimentazione potrà esserelecitamente condotta.

 

Unaparticolare problematica si presenta inoltre per le possibile sperimentazionicondotte su soggetti sani. Difficilmente uno di loro sarebbe disponibile asottoporsi a una tale sperimentazione senza averne nulla in cambio. Il piùdelle volte, infatti, tali soggetti sono carcerati ai quali viene offerto unosconto di pena. Spesso tale prassi viene giustificata per una sorta di"tributo" che così pagherebbero nei confronti della società. Altrevolte tali soggetti sono studenti che vengono in qualche modo rimborsati per laprestazione effettuata o altre volte ancora, vere e proprie "cavieumane" reclutate nei Paesi del Terzo Mondo dietro un miserevole compenso.E' inutile dire come in tali casi manchi il requisito fondamentale dellalibertà nell'adesione alla sperimentazione e come tali comportamenti sirivelino lesivi della dignità umana. Nei nostri Centri, pertanto occorreràvigilare sempre perché anche una possibile sperimentazione su  soggetti sani venga condotta previo un loroconsenso assolutamente libero e con l'adeguata garanzia dell'assenza di rischisignificativi.

 

5.2.4.3. Feti ed embrioni. Per ciò cheriguarda la sperimentazione prenatale possono darsi due evenienze fondamentali.La prima é costituita dalla sperimentazione sugli embrioni sovrannumerarifrutto di tecniche di fecondazione in vitro. Spesso questa viene eseguita conconsiderazioni di carattere pseudoumanitario valutando che, rispetto allasoppressione o ai rischi del congelamento, sarebbe in ogni caso preferibile"utilizzare" così l'embrione. La seconda evenienza é data dallasperimentazione eseguita su donne gravide che abbia chiesto di interrompere lagravidanza. Anche in questo caso verrebbe così "utilizzato" un fetodestinato ad essere in ogni caso perso. In realtà tali considerazioni, perquanto utile possa risultare tale ricerca per altri esseri umani fanno sì chel'uomo venga deliberatamente strumentalizzato, sia pure per una nobile causa,non essendo più "fine" ma semplice "mezzo". (15)

 

Diversa daquesta é la situazione in cui una terapia sperimentale, sia pure con tutti irischi che comporta viene impiegata per un possibile beneficio da apportare alfeto su cui viene sperimentata. Tale beneficio, ovviamente, dovrà esserepotenzialmente superiore al non eseguire la sperimentazione stessa o all'uso diun'altra terapia.

 

5.2.4.4. Comitati di ricerca clinica ecomitati di etica. Per promuovere i diversi campi della ricerca clinica efarmacologica, è opportuno che gli ospedali costituiscano comitati di ricercaclinica. Questi comitati sono anche un’istanza formativa che ispira e promuovemomenti di riflessione, di informazione, di innovazione e di sensibilizzazionenelle aree assistenziale, scientifica, didattica ed amministrativa.

 

Dall’altraparte, i Comitati di etica che éopportuno costituire o promuovere in tutte le opere del nostro Ordine, sipongono oggi quali organi per la difesa dell'autonomia del paziente e ilrispetto dei suoi diritti. Nella loro strutturazione dovranno essereadeguatamente rappresentate tutte le componenti della Casa a cui appartengono esoprattutto dovranno esservi persone adeguatamente competenti sul piano etico.

 

Non tutti iPaesi hanno apposite legislazioni in materia e spesso la fisionomia di taliComitati è diversa. In alcuni Paesi esistono Comitati “nazionali” mentre inaltri sono solo ospedalieri; alcuni si occupano solo di ricerca e altri solo diproblemi clinici; alcuni sono del tutto indipendenti, altri sono collegati auna data istituzione, ecc.

 

In ogni casopossiamo dire che, complessivamente, le funzioni che assolvono i Comitati diEtica sono tre.

 

La prima é diordine autorizzativo. Ad essi infatticompete l'esame dei trials sperimentali, sia di carattere medico chechirurgico. In tale ambito i Comitati dovranno esprimere un ponderato parereche tenga conto di tutte le condizioni di liceità che permettono lasperimentazione stessa (razionale dello studio, proporzione rischi/benefici,tutela del paziente, consenso informato, ecc.).

 

In secondoluogo i Comitati hanno funzione consultivaove vengano specificamente interpellati da terzi (personale sanitario,pazienti, enti esterni) per formulare un parere su questioni di rilevanteimpegno etico o per illuminare situazioni conflittuali per la coscienza deglioperatori.

 

Infine iComitati hanno una funzione culturalepotendo formulare linee-guida su aspetti comportamentali di rilievo etico opromuovendo con varie iniziative (convegni, pubblicazioni, ecc.) una maggiorecompetenza etica da parte del personale e delle istituzioni sanitarie.

 

Inoltre, iComitati possono avere una notevole ricaduta di ordine formativo potendo ritenersi anzi veri e propri strumenti diformazione per promuovere la sensibilità etica da parte sia dei religiosi chedei collaboranti operanti nei centri.

 

5.2.5. Problemi etici in rapporto allamedicina predittiva

 

5.2.5.1. La comunicazione di diagnosi. Lemoderne possibilità offerte dalla medicina predittiva, praticata in molti deinostri Centri, offre problemi bioetici finora inediti. Il primo di questiriguarda la comunicazione di diagnosi. A chi dovrà essere fatta?All'interessato, ai suoi familiari, a entrambi? Il criterio etico generalerelativo alla verità da comunicare al paziente ci dice che titolareprioritario, se non esclusivo, di tale diritto, é lo stesso malato,indipendentemente dalla gravità della malattia. Anzi proprio in quelle aprognosi infausta il problema si pone con maggiore urgenza.

 

La situazionedelle malattie genetiche non dovrebbe costituire motivo di eccezione a taleregola. Tuttavia la particolarità relativa a molte di queste malattie la cuiespressione clinica potrebbe coinvolgere i membri della famiglia spinge a porsiil suddetto interrogativo. Ovviamente in questa sede non é possibileapprofondire ulteriormente il problema rinviando solo a un attento esame dellesingole situazioni che tenga conto dei "diritti" di tutte le personein gioco con una assoluta priorità del malato (che non potrà essere mai defraudatodi un realtà che lo riguarda così profondamente) ma tenendo anche nel debitoconto, se il caso lo richiede, le giuste esigenze dei suoi familiari.

 

5.2.5.2 Assetto genetico e tutela dellariservatezza. Nel prossimo sviluppo delle scienze mediche si delineal'orizzonte di una piena conoscenza dell'assetto genetico dell'individuo, nonsolo per ciò che riguarda la sua struttura fisiologica ma, ed é ciò che piùconta, per valutarne le possibili patologie. Se questo da un lato é la premessaindispensabile per una loro futura correzione (ingegneria genetica) talepossibilità pone nuovi interrogativi etici.

Il primo diquesti é dovuto alla riservatezza dei tali dati che, custoditi in apposite"banche genetiche", potrebbero costituire un pericoloso elemento diritorsione o di semplice invasione nella vita dell'individuo. Il problema inrealtà non é diverso da quello che potrebbe comportare l'invasione di unarchivio clinico o informatico. Pone solo in termini diversi un problemavecchio che é quello della riservatezza dei dati individuali. Forse ciò che inquesto caso più colpisce é la profondità e l' "intimità" di una talepossibile invadenza che penetra nelle più segrete fibre della struttura umana.Ma i criteri da applicare alle altre situazioni dovrebbero potersi trasferire aquesta.

 

Strettamentecorrelato a questo problema é quello relativo a una sorta di "carta diidentità genetica" dell'individuo, ultimo traguardo di quell'auspicatamedicina predittiva di cui tanto di parla. Quali problemi potrà causare un talestrumento? Come inciderà sulla psiche dell'individuo il sapersi portatore divarie malattie genetiche non sempre clinicamente espresse ma potenzialmentetali? Come influirà nei problemi relativi alla scelta di un partner? In fondofino ad oggi si é sempre detto che é giusto prevenire le malattie genetiche conopportuni esami prematrimoniali. Questo costituirebbe l'ultimo e insuperatostrumento. Potrà condizionare le scelte affettive dell'individuo? Indubbiamentesi tratta di uno scenario lontano ma al quale é opportuno iniziare aprepararsi.

 

Un ultimoaspetto, più pragmatico ma non meno importante riguarda le implicanze di ordineprofessionale e assicurativo. Non é escluso che il datore di lavoro possa undomani richiedere (come fa oggi con un semplice certificato medico) la"carta di identità genetica" magari escludendo quei lavoratori cherisultino non essere idonei, in atto o in futuro. Questo costituirebbe unagrave forma di discriminazione lavorativa e, di fronte a una tale evenienza, lafilosofia assistenziale dei nostri Centri dovrebbe prevedere eventuali misure agaranzia di tali lavoratori che forse potrebbero costituire una delle"nuove povertà" del futuro.

 

5.2.6. Problemi etici nelle situazioni diemarginazione

 

5.2.6.1. Tossicodipendenti. Per quanto presso tutti i popoli e in ogni epocasiano esistite forme di dipendenza fisica e/o psichica da varie sostanze spessoa sfondo magico-religioso, solo oggi tale problema ha assunto dimensionietico-sociali di vasta portata. Le principali motivazioni sono dovute alladiffusione di tale fenomeno, alla sua prevalenza nelle fasce giovanili dellapopolazione, al danno individuale e sociale che il ricorso a tali sostanzecomporta.

 

Il problema,di grande complessità, interpella fortemente l'Ordine Ospedaliero che ne vieneinvestito a vario titolo. Innanzitutto per le componenti tipicamente sanitarieche esso comporta: prestazioni di primo soccorso, procedure di disassuefazioneclinica, trattamento medico delle complicanze.

 

In secondoluogo per gli interventi di ordine psicologico-educativo finalizzati aldefinitivo superamento della dipendenza psichica. Se, infatti, é relativamentesemplice superare l'assuefazione fisica, non altrettanto può dirsi per quellapsichica. Se manca, infatti, una proposta forte in grado di riempire il vuotodi valori che porta alla tossicodipendenza il soggetto non riuscirà mai avincere la sua battaglia contro l'abuso di sostanze. Questa é la ragione,d'altra parte, perché nel mondo la Chiesa é presente con varie strutture(Centri di accoglienza, comunità terapeutiche) che hanno consentito il recuperoe il pieno reinserimento sociale dei tossicodipendenti.

 

Infine non vatrascurata la dimensione sociale di un tale impegno da parte dell'OrdineOspedaliero pienamente corrispondente al suo carisma. Non v'è dubbio, infatti,che la tossicodipendenza rientri tra quelle "nuove" povertà di cuioggi si parla e da cui l'Ordine deve sentirsi fortemente interpellato.(16)

 

Le suddetteattività, naturalmente, non dovranno svolgersi in dissonanza con i servizi egli interventi pubblici ma in modo complementare ad essi. Questo non significache si debbano necessariamente condividere provvedimenti legislativi o socialiche non si ritengano in armonia con la missione carismatica delle nostre opere.

 

Alletossicodipendenze sono per certi versi assimilabili, altre forme di dipendenza,come ad esempio quella alcolica. Il problema dell'alcolismo, infatti, in alcuniPaesi del mondo raggiunge livelli di diffusione di gran lunga superiori aquelli dell'uso di droga. Non solo ma le fasce sociali interessate sono assaipiù variegate costituendo un ulteriore stimolo perché l'Ordine possaefficacemente impegnarsi anche in quest'ambito.

 

5.2.6.2. Malati di AIDS. L'attualediffusione di tale patologia e le peculiarità di ordine sociale che comportanecessitano una valida risposta da parte del nostro Ordine sintetizzabile invarie adempienze.

 

La prima diqueste dovrà essere di tipo culturale evitando nell'atteggiamento interiore enei conseguenti comportamenti ogniprassi discriminante. Questo si rende particolarmente necessario in tuttequelle situazioni di carattere sanitario in cui il soggetto sieropositivo o conAIDS conclamata si trovi all'interno di ospedali generali per vari motivi(pronto soccorso, necessità di intervento chirurgico, ecc.) condividendo conaltri malati e visitatori la sua condizione di degenza.

 

Taleatteggiamento di accoglienza dovrà poi esprimersi più appropriatamente e inspirito di specifica attuazione di una dimensione carismatica, in appositestrutture di soggiorno dei malati o di accompagnamento ai pazienti giunti allafase terminale della malattia. Anzi é opportuno che l'Ordine si facciapromotore di tali strutture improntante di quello spirito cristiano che é statosempre orientato, sul piano assistenziale, alle persone più emarginate. Anzi,sul piano dell'eredità storica non bisogna dimenticare come proprionell'assistenza a persone affette da varie malattie infettive si siano distintiin passato, spesso eroicamente, molti nostri religiosi.

 

Unitamentealle suddetta presa in carico di questi malati, l'Ordine contribuirà all'operadi prevenzione della patologia che sia prevalentemente centrata suun'appropriata educazione valoriale. Qualora tali strategie si rivelinoinefficaci o insufficienti, ogni eventuale riduzione del danno dovrà essererealizzata nell'effettiva consapevolezza che tali provvedimenti, a motivo dellaloro fallibilità,  non costituiscono unagaranzia assoluta per la prevenzione del contagio.

 

Inoltre, perquanto possibile sarebbe auspicabile che l'Ordine collaborasse anche adattività di ricerca condotte da altri organismi o istituzioni sanitarie volte aidentificare nuovi rimedi di ordine terapeutico o preventivo per sconfiggeredefinitivamente questo male.

 

Infine dovràporsi particolare attenzione perché la profonda comprensione umana, l'accoglienza, il rifiuto di ogniemarginazione e di ogni presunta "condanna divina" espressa in talepatologia non si traduca in una legittimazione dei comportamenti che ne sonoall'origine.

 

5.2.6.3. Portatori di handicap fisico epsichico. Anche se la società contemporanea sembra aver riscopertol'attenzione nei confronti dei disabili, sia con la generica accettazione del"diverso",  sia con appositiprovvedimenti quali l'abbattimento delle "barriere architettoniche",sul piano culturale permane un certo rifiuto di tale realtà. Questo si estendedalla promozione di un eugenismo prenatale spinto alla soppressionedell'embrione affetto da qualsiasi anomalia fino alla richiesta dell'eutanasiaper sopprimere il neonato malformato o l'adulto disabile.

 

Ma nonavrebbe senso biasimare tutto questo se, al tempo stesso, non si operasse inmodo tale da evidenziare l'accoglienza e l'amore che una vera società civiledeve evidenziare nei confronti dei suoi membri che si trovino svantaggiati. Unasocietà veramente a misura d'uomo non può essere orientata ai "forti"ma ai "deboli". Pertanto, oltre ad opere specifiche a sostegno dei portatori di handicap, l'Ordinedovrebbe esercitare in quest’area una forte funzione di testimonianza.

 

Per lafrequente combinazione di handicap fisico e psichico, rimandiamo alleconsiderazioni del paragrafo seguente. D'altra parte qualora l'handicap fosseesclusivamente di tipo fisico, con ancora maggior forza si porrà l'impegno peruna riabilitazione  integrale. In questaprospettiva, non meno bisognosa di riabilitazione é la stessa società, spessoincapace di riconoscere nel portatore di handicap una persona con problemi particolari.  

 

5.2.6.4. Malati di mente e disabilipsichici. Com'è noto, per la personale esperienza biografica del nostroFondatore, costituiscono da sempre una categoria di malati particolarmenteprediletti nelle nostre opere assistenziali. Nei loro confronti, pertanto, si éacquisito un bagaglio di esperienze e competenze assai spesso anticipatrici diidee e soluzioni oggi attuate dalla sanità pubblica. Tuttavia persistono neiloro confronti, al di là di alcune specifiche problematiche assistenzialiinerenti le disposizioni legislative dei vari Paesi, specifici problemi diordine etico.

 

Ilprimo di questi costituisce un po' il denominatore comune di tutti gli altri eriguarda la capacità di consenso. Il superamento del paternalismo medico delpassato e l'attuale valorizzazione dell'autonomia del paziente coinvolgononaturalmente anche il malato di mente e il disabile psichico. Anzi locoinvolgono in modo più radicale stante la sua limitazione nell'esercizio ditale autonomia decisionale. Potrebbe esservi pertanto la tentazione di un ritorno,sia pure solo in questo caso e sia pure con un fine benefico, al vecchiopaternalismo. Questo non deve verificarsi, limitando tale esercizio solo aquelle situazioni in cui a motivo di uno stato di necessità o in assenza dialtre persone (familiari, tutori, comitati di bioetica) con cui potercondividere la scelta non vi siano effettivamente possibilità alternative. Intutti gli altri casi si dovrà rendere il paziente partecipe delle decisioni,nella misura in cui le sue facoltà glielo consentono, o coinvolgere le suddettepersone che, a motivo dei loro legami o del loro ruolo si presume faccianosempre il maggior interesse del paziente.

 

Taleproblema appare evidente nella somministrazione di psicofarmaci, nella terapiaelettroconvulsiva (elettroshock), nella contenzione fisica e nella privazionedella libertà. Nel far questo dovrà ritenersi sufficiente un generico e spessosolo implicito consenso espresso da chi é autorizzato a farlo, nel momentostesso in cui si rende indispensabile il ricovero. 

 

Unproblema di particolare delicatezza si pone in ordine all'esercizio dellasessualità. Condizione indispensabile per tale esercizio é che esso possaessere liberamente voluto. Sia nel malato mentale che nel disabile psichicoesistono vari gradi di restrizione di tale libertà decisionale mentre sono altempo stesso presenti gli stimoli sessuali. Se, da un lato, appare irrispettosodella dignità umana ogni intervento atto a mutilarne una delle sue funzioni(nel caso specifico quella riproduttiva) da un altro lato il soggetto chepresenti deficit psichici non solo non é in grado di esercitare liberamentetale facoltà ma dall'uso della stessa, che mantiene inalterato il suopotenziale biologico, potrebbe derivarne una gravidanza. Proprio per questo,cercando il custodire il massimo rispetto che é dovuto all'essere umano nellasua piena identità corporea si dovrà responsabilmente evitare che il malato dimente e il disabile psichico, a motivo di particolari condizioni esistenzialiin cui venga a trovarsi possa essere di danno a stesso e agli altri.

 

In ogni caso,e al di là di queste specifiche problematiche, le strutture psichiatriche esociali dell'Ordine dovranno caratterizzarsi sempre per la profonda umanità ditrattamento nei confronti dei malati mentali e dei disabili psichici. Da unlato questo diventa perenne attuazione carismatica di quella particolaresensibilità mostrata a tale riguardo da San Giovanni di Dio, dall'altrorinnovata profezia in un ambito che necessita di continua umanizzazione.Questa, infatti, non va intesa in modo riduttivo limitandosi a garantire almalato di mente e al disabile psichico uno spazio vitale adeguato, un ambienteigienicamente soddisfacente, una buona qualità del cibo, una doverosa libertàdi movimento, la possibilità di mantenere legami affettivi con la famiglia ecc.ma si dovrà estendere in termini positivi alla "realizzazione" dellasua persona. Per far questo si dovrà far appello a ogni sua potenzialità, aogni sua risorsa, anche spirituale. E' un processo che deve condurre allavalorizzazione di una personalità che, nonostante le sue carenze, lasciatrasparire sempre il volto dell'uomo. 

 

5.2.6.5. Anziani. Il numero di anziani,sempre crescente nella società contemporanea comporta non solo un maggioreaumento delle patologie a loro carico, con l'impegno di carattere sanitario chene deriva, ma anche specifici problemi di ordine socio-assistenziale. Leoggettive difficoltà di alcuni nuclei familiari ad accogliere la personaanziana al proprio interno o  il rifiutoegoistico da parte di altri costringono spesso la persona anziana allasoluzione abitativa della casa di riposo. Sono ormai numerose le strutture di questo tipo gestite dall'Ordine invarie parti del mondo.

 

Naturalmentesono vari i percorsi esistenziali che possono condurre un anziano alla casa diriposo. Pur non avendo alcun diritto di giudicare le famiglie che hannocompiuto tale scelta l'Ordine dovrà adoperarsi, per quanto possibile, afavorire i legami affettivi tra la persona anziana e la famiglia d'origine ancheaiutando a rimuovere possibili ostacoli che eventualmente possano frapporsi.

 

Il soggiornodella persona anziana in una Casa gestita dall'Ordine, non deve essere intesosolo come una soluzione di tipo abitativo ma deve essere profondamenteimprontata dal suo senso carismatico. Questo comporterà la valorizzazione della"terza età" che non deve essere mascherata nell'illusione di uneterna giovinezza ma vissuta come particolare e diversa età della vita con lericchezze e i problemi che comporta, al pari delle altre. Naturalmente questa écaratterizzata da un vissuto di perdita (della forza fisica, del ruolo sociale,degli affetti, del lavoro, dell'abitazione, ecc.) che dovrà essereinteriorizzato e compensato da vissuti di arricchimento (dell'esperienza, deiricordi, del bene operato, ecc.). In una prospettiva di fede, infine, taletempo può acquistare anche il senso di una lunga vigilia in preparazioneall'incontro con l'eternità.

 

5.2.6.6. Problemi emergenti. Con questotermine si vogliono indicare varie tipologie di emarginazione o di "nuovepovertà", alcune già presenti e per le quali l'Ordine si é attivato conspecifiche risposte assistenziali, altre appena agli inizi del loro apparire mache sfidano la nostra immaginazione e il nostro impegno etico.

 

La prima diqueste é costituita dai migranti e dairifugiati, fenomeno in forte crescita in tutti i paesi del mondooccidentale. Se, da un lato, i problemi che questo pone sono prevalentemente diordine sociale (integrazione culturale e religiosa, problemi occupazionali,ecc.), al tempo stesso essi costituiscono un ambito in cui il carismadell'ospitalità può trovare una sua specifica espressione. Le risposte in talsenso possono essere le più varie, suggerite da una creatività che sa ascoltarele suggestioni dello Spirito e suscitate anche dagli specifici bisogni di ognisingolo Paese o situazione sociale. Naturalmente accanto alla dimensione della semplice accoglienza potrannoesservi anche problemi di tipo specificamente sanitario per persone che spessonon possono usufruire di altra forma di assistenza pubblica. Anche per talinecessità l'Ordine dovrà attivarsi, sia con la possibile creazione di appositestrutture, sia trovando le più opportune soluzioni a tali problemi all'internodi altre strutture assistenziali.

 

Unasituazione analoga é quella presentata da altre persone denominate senzatetto, barboni, squatters,accomunati da una povertà così radicale da non possedere una qualsiasi forma diabitazione stabile essendo costretta a vivere per strada, sotto i portici,nelle sale di attesa delle stazioni. Forse, pur con il divario di tanti secoli,lo scenario di questa umanità sofferente é assai simile a quello che sipresentava alla vista di S. Giovanni di Dio o di S. Giovanni Grande. Per cuiogni tipologia di intervento assistenziale nei loro confronti (materiale,alberghiero, sanitario, ecc.) si pone sulla linea di una assoluta continuitàcarismatica.

 

Accanto atali situazioni non é escluso che negli anni futuri l'Ordine possa essereinterpellato (dovendo dare una pronta risposta) da altre situazioni oggi piùsporadiche o assai meno avvertite. Pensiamo ad esempio alle donne vittime diviolenza, ai bambini che hanno subito abusi, a persone che hanno tentato ilsuicidio, alla solitudine della vedovanza, ai problemi psico-alimentari(anoressia e bulimia), ecc. Una adeguata attenzione alle necessità dell'uomosofferente non può non essere attenta anche alle "nuove sofferenze"che nel tempo possono affacciarsi e che devono trovare l'Ordine pronto afarsene carico con creatività ed amore.

 

5.3. Nella gestione e direzione

 

5.3.1. Gestione

 

5.3.1.1. Organizzazione e impiego dellerisorse. Il nostro fondatore si seppe anticipare all'assistenza della suaepoca e lo fece  mediante criteri diorganizzazione e distribuzione delle risorse. Come lui, anche noi siamochiamati ad apportare innovazioni di avanguardia alla nostra società. Nellanostra epoca, più che allora, l'organizzazione e la gestione devono essere unacomponente importante di questo contributo.

 

Un motto deinostri Centri potrebbe essere questo: essere capaci di operare una correttaallocazione delle risorse disponibili, sapendo privilegiare gli aspetti piùspecifici delle nostre istituzioni. Allivello del Centro questo servirà a garantirne il futuro, a livello dei servizie reparti sarà finalizzato a dare un'assistenza integrale al malato e albisognoso.

 

Laretribuzione e la formazione degli operatori, l'ottenimento dei prodottinecessari per il corretto funzionamento, l'adeguamento tecnologico e la dovutapromozione dell'umanizzazione dovranno camminare di pari passo: se una diqueste parti si scompensa ci stiamo incamminando lungo la via della frattura,della rottura, della crisi.

 

La ricerca diequità, in una dimensione locale e regionale, senza perdere di vista la nostravocazione universale, deve rendersi presente nel prendere le decisioni anche sein alcuni momenti o circostanze questo potrà risultare difficile.

 

Compitoprioritario degli amministratori é l'ottenimento di tali risorse e, pertanto,una parte importante del loro tempo e del loro lavoro dovrà esser dedicata aquesta mansione. Sarà loro compito individuare come difendere il lavoro che ilCentro svolge e al tempo stesso promuovere l'opera e i suoi progetti.

 

5.3.1.2. Professionalità. Poichéaspiriamo a un'assistenza integrale e ci sentiamo chiamati a una rispostavocazionale nelle nostre opere é necessario che la nostra professionalità siaassolutamente fuori discussione.

 

Partendo dauna risposta professionale, coerente con i principi etici della professione eanimata dalla filosofia dell'Istituzione potremo realizzare l'identità che lenostre opere devono avere. La capacità tecnica e umana sono le basiimprescindibili per render possibile questa risposta professionale.

 

5.3.1.3. Competenza tecnica. In egualmodo, il Centro dovrà vigilare perché la sua dotazione tecnica e tecnologicasia adeguata al suo livello assistenziale. Solo una competenza tecnica adeguataci permetterà di realizzare il contributo specifico che vogliamo.

I continuimutamenti tecnologici esigono sforzi aggiuntivi per non rimanere indietro. Glioperatori dovranno impegnarsi ad acquisire una formazione tecnica sufficiente esi adopereranno per aggiornarla con le nuove conquiste della scienza.

 

5.3.2. Organizzazione

 

5.3.2.1. Corretta espressione della missionedell'opera nei mezzi organizzativi. La nostra missione in ogni nostroCentro é molto ricca e diversificata: pertanto la nostra forma diorganizzazione dovrà camminare verso la pluralità. Non tutti gli ambiti dellamissione possono essere compatibili con lo stesso sistema organizzativo.

 

Nella misurain cui la nostra organizzazione si impregna della filosofia della nostramissione faciliteremo il processo comunicativo di tutto il Centro e deisuoi  operatori con la medesima.

 

La formula,già posta in atto, di separare le funzioni di superiore e di direttore generaleha dimostrato di essere molto adeguata ed efficace e in questi momenti éimprescindibile nella gestione di molte delle nostre opere. Il Superiore dellacomunità e il Direttore generale dell’Opera sono chiamati a formare un’équipe,insieme agli altri membri del Comitato Direttivo.

 

La funzioneprincipale di questo organo é di lavorare in modo interdisciplinare epromuovere questa modalità di lavoro anche nelle altre équipe del Centro.

 

5.3.2.2. Difesa del pluralismo. Ladiversità di opinioni e di culture sono un cammino adeguato per riconoscere ladiversità dell'uomo.

 

Dobbiamoquindi stabilire spazi ed elementi organizzativi che consentano l'espressionedi tale pluralismo e promuovere attitudini personali che rendano possibile, intale pluralismo, la comunione.

 

I nostrivalori, la cultura di ciascuna opera sarà lo spazio proprio in cui si potràarticolare questa dimensione pluralistica.

 

5.3.2.3. Delega. Partecipazione. Assunzionedi ruoli funzionali.  Dobbiamolavorare con l'obiettivo di far assumere a ogni persona tutte le competenze chepossiede di cui é capace, da quello che ha le più piccole responsabilità aquello che ha le più importanti.

 

 Facciamo in modo di rendere possibile taleassunzione, poniamo gli elementi organizzativi che possano facilitarla evigiliamo perché tale delega si consolidi in idonee espressioni funzionali pertutti coloro che costituiscono il Centro.

 

5.3.2.4.Decentramento / Centralizzazione .  Procediamo in modo tale che la persona con unruolo dirigente tuteli le iniziative e le aspettative dei collaboratori.

 

Mettiamo inopera programmi di lavoro che consentano ai collaboratori di crescere e diassumersi compiti che spesso riserviamo a ruoli superiori.

 

Che ilprofessionista possa crescere nelle sue competenze, che l'équipe di lavoro vedaaumentare il suo spazio di intervento, che i ruoli intermedi abbiano unamaggiore capacità di iniziativa, che il dirigente possa crescere inresponsabilità

 

Facciamo sìche la sussidiarietà, valore particolarmente legato alla tradizione cristiana,sia un elemento fondamentale nella funzionalità nelle nostre opere.

 

L’Ordine intende favorire unadeguato decentramento integrato con una corretta centralizzazione in sintoniacon i principi e i valori che ci sforziamo di promuovere.

 

5.3.2.5. Nuove formule giuridiche. Ilnostro punto di riferimento é stato sempre il diritto canonico. Unitamente e,al tempo stesso, al di là di esso é possibile individuare formule chepermettano nuovi modi di dirigenza, di delega, di partecipazione.

 

Tradizionalmentele nostre opere sono state contrassegnate dalla formula giuridica del Centrocome proprietà dell'Ordine Ospedaliero. I nuovi tempi che viviamo, ladimensione che vanno acquistando le opere, la dinamica di costante evoluzionein cui si trovano la Sanità e i servizi Sociali consigliano di non chiudersialle formule passate in questo campo.

 

LaFondazione, la Associazione, l'Ente senza fine di lucro o gli Organismi nongovernativi sono formule giuridiche che possono essere più adeguate ad alcunerealtà e potrebbero risultare persino più convenienti. Esperienze concretevissute in alcune opere lo hanno già dimostrato. Sarà bene essere attenti a discernerequali siano le formule più adeguate ai diversi tempi e ai diversi luoghi.

 

5.3.2.6. Lavoro in équipe. Se vogliamocurare la persona e i suoi bisogni lo potremo fare solo insieme:

- Nella direzione. Quando i massimiresponsabili del Centro sono capaci di strutturare una équipe di lavoro,saranno in condizione di poter ispirare ed animare le altre componenti delCentro perché lo facciano anch'esse. La tentazione di efficientismoindividualista é molto grande e così pure gli effetti a catena di questa tentazione.

- Nei ruoli intermedi. Il ruolo piùdifficile nei Centri assistenziali é quello di coloro che stanno nel mezzo.Essi pure devono darsi una linea di lavoro in équipe che consenta loro di farsicarico delle esigenze dei subalterni per farle pervenire ai superiori: allostesso modo devono far giungere ai subalterni i piani di lavoro delladirezione.

- Nei servizi assistenziali e nonassistenziali. Quando tutte le persone che curano un malato o un bisognososono capaci di lavorare insieme, in quel preciso momento gli diamoun'assistenza integrale.

 

Nei Centri più complessi non potremo far parte dellastessa équipe però potremo far parte di un équipe che si senta chiamata a dareuna risposta integrale alle necessità del malato e integrante per tutti coloroche la stiamo costituendo. 

 

5.3.3. Politica delle risorse umane

 

5.3.3.1. Criteri generali. L'OrdineOspedaliero di San Giovanni di Dio, come organizzazione:

 

- éessenzialmente un'opera umana, in quanto é frutto dello sforzo umano ed écomposta da persone che ne costituiscono l'elemento portante;

- é coscienteche le sue opere sono imprese con un carattere peculiare, poiché essendo unEnte senza fine di lucro, deve coniugare i suoi obiettivi imprenditoriali conla sua responsabilità sociale, economica e di istituzione ecclesiale;

- é  recettivo alle correnti attuali cheprovengono dal mondo dell'impresa - sociologia, relazioni umane, psicologia-essendosi adattato ai tempi attuali, introducendo i necessari cambiorganizzativi per la necessità di amministrare alcune opere con criteriimprenditoriali di efficacia e efficienza, ma sapendo mantenere filosofia,stile e cultura propri;

- é presentecon un personale che lavora nelle sue opere e per questo si propone direalizzare una relazione tra organizzazione e lavoratori che soddisfi lenecessità e i diritti di entrambe le parti, stabilendo meccanismi chefacilitino l'azione congiunta di tutti per raggiungere i suoi fini e le sueaspirazioni.

 

Per quantodetto, é necessario mostrare apertamente una sincera disponibilità a chiarirele relazioni con il personale lavoratore sempre alla luce della legislazionevigente, della dottrina sociale della Chiesa, salvaguardando i diritti delmalato e del bisognoso, fine principale delle opere.

 

5.3.3.2. Relazioni con i lavoratori. Tenendopresente che la persona é l'elemento fondamentale di tutta l'organizzazionebisogna  far sì che la gestione dellerisorse umane sia orientata a motivare, attrarre, promuovere e integrare ilavoratori in modo coerente con le loro esigenze e le finalità dell'opera,sempre con criteri di giustizia sociale.

 

L'azionedirettiva comporta un lavoro di gestione delle persone, poiché senza di questeé impossibile venire a capo di qualsiasi impresa o azione. Per questo lagestione delle risorse umane esige attualmente alcuni ruoli direttivi con unlivello adeguato di capacità professionale insieme a equilibrate competenzenell'ambito delle relazioni umane.

 

Un aspettoche si deve potenziare in tutti i Centri dell'Ordine sono le vie di comunicazione.Si deve tendere a stabilire una comunicazione strutturata, sviluppandostrumenti comunicativi adeguati per raggiungere tutti i livellidell'organizzazione e tutti i lavoratori. Almeno si devono predisporrespecifici canali comunicativi e facilitare una informazione verace ecomprensibile.

 

Un altropunto importante nell'Ordine e nei suoi Centri deve essere la accoglienza el'inserimento di tutta la persona che inizia a lavorare, così come il suoaccompagnamento nelle prime tappe del lavoro.

 

5.3.3.3. L'azione sindacale. La dottrinasociale della Chiesa, ormai da molti anni, ha riconosciuto il diritto dellavoratore a costituire associazioni per la difesa dei suoi diritti comuni olavorativi. Il sindacalismo è una realtà sociale in ambito mondiale. In questosenso l'Ordine riconosce e rispetta il diritto all'esercizio della libertàsindacale.

 

La dottrinasociale della Chiesa assume e sostiene questa realtà e la considera un elementoindispensabile della vita sociale contemporanea, come forza costruttiva diordine sociale e di solidarietà, capace di ottenere non solo che il lavoratore abbia di più ma che sia di più. I sindacati non sono solo strumenti contrattuali maanche luoghi in cui si esprime la personalità dei lavoratori; i loro servizicostituiscono lo sviluppo di un'autentica cultura del lavoro e aiutano apartecipare in modo pienamente umano alla vita dell'impresa.

 

L'accettazionedi questa realtà ci deve portare a trovare formule diinformazione-comunicazione tra la direzione e i sindacati con un atteggiamentoonesto e realista, salvaguardando sempre i diritti dei malati  e degli ospiti.

 

5.3.3.4. Selezione e contratto delpersonale. Il personale sarà selezionato tenendo conto della suaqualificazione tecnica e umana, assicurandosi che le sue motivazioni,attitudini e comportamenti rispettino i principi dell'Ordine.

 

E’ opportunoche ogni Centro possieda norme di attuazione chiare relative alla selezione delpersonale essendo auspicabile che siano conoscibili da parte di tutti leprocedure relative alla selezione stessa: posti in organico, atti, normative,ecc.

 

Si deveprestare particolare attenzione ai seguenti criteri contrattuali:

 

- Tecnici. Si esigerà per l'assegnazionedi una persona a un posto di lavoro che questo sia in possesso del titoloprofessionale che la legislazione vigente esige. Indipendentemente dal titolosi curerà con attenzione che abbia adeguate capacità e competenze professionaliper esercitare e realizzare quel dato lavoro.

- Profilo umano. Si devono valorizzare lequalità umane come attitudini e capacità di relazione umana, equilibrioemozionale, senso di responsabilità e capacità di prendere decisioni, vocazionesanitaria e/o sociale.

- Profilo etico. E' necessario che lepersone che lavorano nei Centri dell'Ordine promuovano i principi del codicedeontologico della propria professione, rispettino e promuovano i principidell'Istituzione, essendo il rispetto di entrambi i principi una condizioneminima per lavorare nei Centri dell'Ordine.

- Dimensione religiosa. Si farà in modoche l'attitudine delle persone sia favorevole a far sì  che l'attenzione religiosa nel Centro sivada potenziando.

 

5.3.3.5. Sicurezza di impiego. Partiamodalla base che tutte le realizzazioni dell'Ordine nel campo del lavoro debbanoadeguarsi alla legislazione vigente in ogni paese, sempre che questa non violii princìpi dell’Ordine.

 

Nonostantequanto già attuato in quest'ambito (anche se condizionato principalmente dalbene dell'Ente e delle persone assistite) si devono evitare situazioni diinstabilità e demotivazione nelle persone coinvolte offrendo al contrarioquelle condizioni di sicurezza e stabilità di impiego, necessarie per unmigliore svolgimento del lavoro personale.

Così pure écerto che la dinamica del funzionamento dei Centri sanitari e sociali con unorario permanente di apertura obbliga a una complessa rete di supplenze esostituzioni che rende difficile la garanzia di una stabilità nell'impiego aquelle persone che occupano questo posto in modo temporaneo. Non é escluso cheanche in questo campo, si studino sistemi che possano porre dei limiti allainstabilità lavorativa.

 

5.3.3.6. Sistema salariale. La giustaremunerazione del lavoro realizzato é un problema chiave di tutta l'eticasociale. I problemi salariali sono quelli più frequentemente rivendicati dailavoratori.

 

La dottrinasociale della Chiesa considera il salario come la verifica concreta dellagiustizia sociale nelle relazioni lavorative. Non é l'unico riscontro macertamente il più importante.

 

Non é facilequantificare il giusto salario, dato che il salario in sé é fluido a causa difattori come la situazione economica dei vari paesi, le aspettative dei varimercati -incluso quello sanitario e sociale- la situazione di ciascun Centro,le aspettative e i bisogni di ogni singolo lavoratore, ecc.

 

Tutto questoci obbliga a remunerare i lavoratori con il salario che é possibile dar loro,per quanto coscienti che a volte possono non esaudire le aspettative.  Però, al di sopra delle remunerazioniconcrete esistenti, bisogna rimanere aperti a un reale atteggiamento di impegnoa migliorare le condizioni sia economiche che sociali dei lavoratori. Il lorocomfort e benessere sarà sempre un fattore positivo per il benessere e ilcomfort del malato e del bisognoso.  

 

5.3.3.7. Motivazione. La motivazione diun lavoratore dipenderà dal grado di soddisfazione delle sue necessitàfondamentali e dalla percezione delle attrattive che un'impresa oun'organizzazione offrono per consentire lo sviluppo delle sue capacità umane eprofessionali.

 

Lamotivazione del personale è uno strumento fondamentale per conseguire uno degliobiettivi di tutta l’organizzazione cioè lo sviluppo umano e professionale deilavoratori.

 

Hanno unafondamentale incidenza sul grado di soddisfazione e motivazione nel lavoro i sistemi retributivi  (salari, incentivi, premi, ecc.), le condizioni di lavoro (ambiente,sicurezza, clima, lavoro in équipe, ecc.) e glistimoli individuali (sicurezza, stabilità nell'impiego, considerazione,realizzazione, ecc.). Si devono, quindi, realizzare gli sforzi necessari perconseguire un adeguato livello di queste tre aree fondamentali che soddisfanole necessità dei lavoratori.

 

Comestrumento di motivazione, l'Ordine pone particolare attenzione alla promozionepersonale. Si tratta di un campo specifico di intervento degli organi dirigentie in modo speciale di gestione delle risorse umane.  Si deve ottenere che le persone possano intravedere unaaspettativa di futuro a livello professionale e vocazionale nei nostri Centri.Per questo si dovranno individuare gli strumenti più idonei: per qualcuno saràla formazione, per altri la ricerca, per altri ancora l'insegnamento, ecc.

 

5.3.3.8.Convergenza di valori tra tutti coloro che costituiscono il Centro. Unadelle caratteristiche della nostra società é il pluralismo; possiamo dire chel'epoca di predominio da parte di una cultura su di un'altra volge al termine.Ormai da tempo in molte delle nostre opere si stanno realizzando forme digestione, di direzione, di assistenza che cercano di raggruppare e integrarequesta realtà multiculturale.

 

E' urgentecontinuare lungo questa strada, che tutti ci impegniamo in questo progetto diriunificare gli sforzi e le culture, essendo capaci di integrare i diversielementi culturali contemporaneamente presenti nei nostri Centri.Ogni progettodi convergenza comporta che si trovi una unione: i valori non si conseguono perimposizione. Probabilmente sarà necessario stabilire alcuni minimi che nonpossono essere modificati. Ma a partire da questi bisogna lavorare perconseguire una cultura con alcuni valori specifici, promossi e assunti datutti.

 

Nella misurain cui i collaboratori dispongono di spazi per esprimere le proprie idee, ipropri valori, si staranno impegnando nel conseguimento di un progettocondiviso. E' altrettanto necessario che possano sentirsi responsabili su temi,aree e spazi che vengono loro delegati.

 

5.3.3.9.Creare una cultura di appartenenza al Centro, alla Provincia,all'Ordine. Le indagini attuali delle scienze amministrative hannoevidenziato l’importanza che per le istituzioni ha lo sviluppo di una “culturaorganizzativa” coerente con la sua missione ed i suoi valori. L’OrdineOspedaliero come istituzione ha sviluppato un proprio modello su questa lineasin dalla sua fondazione.0

 

Forse in passato, abbiamo mantenuto alcune attitudinipaternalistiche, protettive nei confronti dei lavoratori come riflessoincosciente di un'attitudine difensiva di ciò che è nostro e, in particolare,della nostra cultura. Senza perdere tutti i valori che questa cultura ha,dobbiamo superare tale attitudine difensiva e uno strumento adeguato per farloé la costituzione di un gruppo di persone professionalmente qualificate chesappia dirigere e orientare la realizzazione di una cultura comune.

 

Elementoineludibile di questo processo, sarà il rispetto e la applicazione dellalegislazione sul lavoro vigente, in modo speciale la sicurezza sul lavoro e lasalute del lavoratore, elemento dinamizzante, la difesa dei diritti deilavoratori.

 

Lasoddisfazione personale, la gratificazione per il lavoro ben realizzato, ilsollievo che si ottiene a vedere che gli obiettivi si stanno raggiungendo,insomma la serenità, la pace interiore che inonda la persona quando si senterealizzata nella sua professione, quando vede che con quello che fa, insieme aisuoi colleghi, sta contribuendo alla costruzione del nostro mondo, a unamigliore sanità, a migliori servizi sociali. Tutte queste sono realtà chedobbiamo potenziare.

 

Un richiamova fatto per evitare che vi siano tra di noi situazioni lavorative che siano diostacolo per la integrazione dei professionisti. E' certo che con il passar deltempo le persone si stabilizzano perdendo gli stimoli iniziali. Saràresponsabilità della direzione vegliare e animare le persone perché questasituazione non si verifichi e, in casi estremi, possano esser presi leconseguenti decisioni.

Ebbene,un'opera in cui non vi siano alcune garanzie di stabilità non sarà mai unospazio adeguato per invitare i collaboratori a impegnarsi in un progettocongiunto.

 

L’Ordinemantiene l'appoggio e la difesa dei lavoratori in caso di interventogiudiziario, salvo in casi di manifesta negligenza professionale. Dinanzi alledenunzie, che sfortunatamente arrivano ai Centri, si richiede un principio di onestàsulla prassi istituzionale e un manifesto sostegno alle persone coinvolte.

 

In egualmodo, se vogliamo realizzare la cultura propria delle nostre opere, sarànecessario creare forme specifiche di attuazione nei momenti di difficoltà etensione che si possono verificare nei rapporti di lavoro. Anche nellaconflittualità può esservi una forma specifica di impegno per trovare lasoluzione.

 

5.3.4. Politica economica e finanziaria

 

5.3.4.1. Enti senza fine di lucro. L'Istituzioneé stata definita sempre come "ente senza fine di lucro", cioè che nonha come obiettivo di accumulare ricchezza.

 

I mezzi chesi possono ottenere verranno destinati al proprio centro perché in ogni momentole sue attrezzature, le sue équipes, i suoi metodi di lavoro, siano coerenti eadeguati alla sua ubicazione e classificazione territoriale.

 

5.3.4.2. Carattere benefico e sociale. L'originedell'Istituzione sta nella beneficenza, nella generosa collaborazione di variepersone perché l'opera realizzi la sua missione. Sarà bene che promuoviamoquesta dimensione di carità cristiana per continuare con l'iniziativa originaledell'Istituzione.

 

E' arrivatoil momento di dare una dimensione più universale alla nostra solidarietà. Nelnostro mondo le diseguaglianze si vanno accentuando e le differenze sono ognivolta più grandi. Questa dimensione benefico-sociale delle nostre opere,potrebbe trovare uno spazio attuale di collaborazione tra i Centri o tra ipaesi nel campo della salute o delle necessità sociali.

 

5.3.4.3. Equilibrio finanziario. L'arte della gestione é l'artedell'assegnare risorse alle differenti necessità. Nel caso dei Centri él'assegnazione di risorse alle diverse attività che si realizzano in quelladata struttura.

 

 Si dovrà decidere sull'assegnazione aciascuna delle parti però garantendo il futuro del Centro o, ciò che é lostesso, il suo equilibrio finanziario.

 

Se per unascorretta ripartizione delle risorse, poniamo il Centro in condizione diinsussistenza economica, stiamo mettendo in pericolo il futuro dell'opera e ditutte le persone che ne fanno parte.

 

5.3.4.4. Trasparenza di gestione. Sel'insieme di valori che vogliamo promuovere nelle nostre opere e che dannosenso alla nostra missione giungono a termine, non vi sarà nessun inconvenientea far conoscere ai professionisti, agli utenti, alla società e alla pubblicaamministrazione la realtà dei nostri Centri.

La ragione sitrova proprio nella trasparenza della nostra gestione: se i principi sonochiari e se intendiamo metterli in pratica, vi é un motivo in più per farliconoscere.

 

Laquantificazione numerica del centro (attività, ricavi, spese, risultati,investimenti, disponibilità finanziarie) non é che una parte di tutta la suarealtà e pertanto può essere anch'essa conosciuta.

 

Un modo adeguato per farconoscere la realtà dei nostri centri, favorire la trasparenza e stimolare lacorresponsabilità, potrebbe essere la pubblicazione di una memoria annualedelle attività in ogni centro.

 

5.3.5. Responsabilità sociale

 

5.3.5.1. Servizio alla società come elemento legittimante le opere.  Ogni Istituzione, ogni opera, corre ilrischio di chiudersi in se stessa e di entrare in una dinamica dilegittimazione della sua esistenza ai margini della realtà.

 

Non é rarovedere enti che in questo isolamento stanno progettando un'opera che non énecessaria o che nessuno ha chiesto. Non deve esser così nelle nostre. La lororagion d'essere sta nel servizio che offrono e, quindi, devono rimanere aperteai mutamenti e all'evoluzione per essere attuali nel servizio.

 

Lungo questadirettrice le Costituzione specificano che noi siamo amministratori dei beni enon proprietari, con la missione specifica di garantire una correttautilizzazione delle risorse nelle opere.

 

5.3.5.2. Rispetto e applicazione dellalegge. Nella nostra volontà di dare un apporto specifico alla società éimprescindibile che sia garantito il rispetto e la applicazione della legge.

 

Se intendiamola legge come il minimo comune che regola tutti coloro che costituiamo lasocietà é necessario che ci distinguiamo nell'allocazione di questo minimocomune denominatore. Ma non possiamo limitarci ad applicare questo minimocomune; nella misura delle nostre possibilità dobbiamo superarlo tentando dipromuovere i nostri principi al di sopra di ciò che propone la legge.

 

Unasituazione particolare si verifica quando la legge può esser contraria allaidentità e ai valori che l'Istituzione promuove. In questo caso, riconoscendocinel pluralismo che cerchiamo di promuovere nella nostra società ci appelliamoall'obiezione di coscienza per ciò che riguarda l'applicazione della leggenella nostra opera.

 

5.3.5.3. Impegno di giustizia sociale nelladistribuzione delle risorse. Non é facile nella nostra società garantireun'equa distribuzione delle risorse. I gruppi di pressione da un lato e legrandi diseguaglianze dall'altro, possono far pendere il bilancio in modo pocoequo.

 

Sarànecessario fare uno sforzo di gestione e di educazione ai valori perché non visia sempre la legge del più forte. Dovremo tenere presenti le diverse realtàcon l'intento di una giusta ripartizione delle risorse.

 

In modospeciale bisogna stare attenti alla dimensione universale delle nostre vite edelle nostre opere. Dobbiamo ammettere che vi sono segni di ingiustizia nelladistribuzione mondiale delle risorse: non ci rendiamo anche noi partecipi diquesta ingiusta distribuzione. Vogliamo lavorare per un'azione solidale,partendo da un missione universale e da una universale visione dei problemi.

 

Questo devecostituire uno spazio per applicare la dottrina sociale della chiesa e nellamisura in cui la sviluppiamo, la promuoviamo. E potremo contribuire a far sìche in modo pratico tale dottrina si vada estendendo, come un compendio deivalori della nostra società.

 

5.3.5.4. Funzione di denunzia nellesituazioni che lo richiedono. Diamo il contributo della nostra riflessionee dei nostri suggerimenti a quelle situazioni che vediamo chiaramente, esseredeficitarie.

 

Nella nostradenunzia non ci limitiamo a lamentarci; oltre a evidenziare le deficienze diamosuggerimenti e orientamenti.

 

Se siamocapaci di dare soluzioni concrete e poi riusciamo a realizzarle, la nostrafunzione di denunzia avrà raggiunto la sua massima espressione.

 

5.3.6. Presenza della società nel Centro

 

5.3.6.1. Gli utenti. Associazioni di malatie familiari. Tradizionalmente l' "utente" del servizio sanitarioe sociale lo abbiamo chiamato paziente ma é arrivato un tempo in cui desideraessere attivo ed é bene che assuma questo ruolo.

 

Due tipi diassociazioni di pazienti sono presenti attualmente:

 

- leassociazioni generiche di malati con un intento rivendicativo importante efrequentemente con una certa predisposizione a far uso delle vie legali;

 

- leassociazioni specifiche intorno a una data malattia, in genere patologiecroniche o molto gravi.

 

Entrambedevono avere uno spazio nei nostri Centri.

 

Le prime émolto probabile che si presentino con una querela o una qualche rivendicazione.Sarà nostro compito dar loro uno spazio di espressione in cui possano sentirsiinterlocutori sociali validi perché in modo costante possano collaborare con ilnostro modo di lavorare e noi possiamo farle partecipi del lavoro che stiamorealizzando.

 

Le secondedevono trovare nei Centri un sostegno privilegiato, in modo particolari ai loroinizi. Nella nostra dinamica sociale, solo un raggruppamento di persone puòpermettere di raggiungere certe mete e, in molti casi, é difficile costituireun gruppo iniziale. Il Centro é sempre una piattaforma che consente di superarequeste difficoltà iniziali.

 

In entrambi icasi, il dialogo e le posizioni aperte permetteranno che le parti - Centro eAssociazione - siano a conoscenza della situazione che si vive, dellepossibilità, dei limiti e anche degli errori.

 

Purtroppo nonriusciremo a evitare la dinamica della querela o della chiamata in giudizio -inmolti casi con l'unico fine di lucro- ma possiamo trovare forme diverse direlazione che si basino sulla reciproca fiducia.

 

Il realizzareservizi di relazione col pubblico che mediante l'applicazione di diversemodalità possa esprimere la sua opinione é una via particolarmente idonea perattivare la presenza del cittadino all'interno delle opere.

 

5.3.6.2. I lavoratori. I lavoratorihanno alcuni organismi rappresentativi, riconosciuti dalla legge, mediante iquali si dovrà articolare il rapporto collaboratore-Istituzione.

 

Quindi nellamisura in cui consideriamo che l'Istituzione é una realtà costruita e condivisatra tutti sarà bene che si articolino modalità, forme e stili di legame chesenza trascurare il precedente presupposto diano spazio a questo nuovo progettoche cerchiamo di fare in ogni opera di San Giovanni di Dio.

 

Per alcuni illegame sarà nell'ambito della relazione lavorativa in modo esclusivo. Questitroveranno la via di collegamento nel quadro del riferimento legislativo.

 

Altri sisentiranno motivati da una risposta vocazionale che superi quellaprofessionale. Sarà bene che questi stabiliscano vie formali e informali perchépossano far crescere il proprio impegno di solidarietà col malato e colbisognoso.

 

Infine alcunivedranno la propria presenza all'interno dell'opera come espressione delproprio impegno di fede. Anche questi dovranno disporre di uno spazio in cuipoter esprimere in gruppo ciò che li motiva nella loro vita a servire il malatoe il bisognoso ad esser presenti in un'opera di San Giovanni di Dio.

 

Fatto salvoil primo presupposto che viene definito dal dettato legislativo, le altresituazioni, che dovranno essere realizzate da ogni singolo centro, sarà il modopiù sicuro di esprimere questo legame che si attua nelle opere di San Giovannidi Dio.

 

5.3.6.3. I benefattori. Essi permiseroal  nostro Fondatore di portare avantila sua opera; furono capaci di assolvere a tutti gli infiniti impegni che SanGiovanni di Dio andava assumendo nei confronti dei malati e dei bisognosi.

 

Nel corso deisecoli essi hanno seguito e sostenuto la nostra opera; in alcuni paesi più e inaltri meno. Ma fino alla costituzione dello stato sociale la maggior partedelle nostre opere é vissuta grazie alle generose donazioni di persone chehanno posto la propria fiducia nell'Ordine Ospedaliero e nel servizio all'uomoda questo compiuto.

 

Oggi lamaggior parte dei Centri non dipende dalle loro elargizioni economiche come unavolta, ma ancor oggi tutto ciò continua ed é fondamentale per ciò che riguardal'ambito della solidarietà e della carità. Il principio persiste ed  é quello dell'uomo che decide di essersolidale con un altro uomo  facendoloattraverso l'Ordine Ospedaliero.

 

La formapotrà cambiare; di fatto é cambiata e continuerà a cambiare. Ma sta a noi laresponsabilità di rendere effettiva questa solidarietà nel modo più equopossibile e, se é possibile, anche aumentarla.

 

Forse éarrivato il momento in cui in ossequio a una maggior efficacia dellasolidarietà dobbiamo dare ad essa un carattere più collettivo che ci permettadi aiutare di più dove maggiori sono le necessità.

 

Senza dubbiosi tratta di un tema aperto alla riflessione, al dibattito e alla creativitàmirata a individuare nuove vie per ottenere fondi e nuovi modi per rendere piùefficace quest'opera di solidarietà.

 

Questo éstato ed é un tema molto radicato nella cultura di molte opere e anche di molteprovincie ed é un impegno di tutti far sì che sia promosso. Probabilmente inuovi mezzi di comunicazione saranno una via da valorizzare per questo lavoro,soprattutto con l'obiettivo di potenziare il legame di queste persone conl'opera.

 

5.3.6.4. I volontari.  L'Ordine ha saputo sempre muoversi nel mondodella collaborazione altruista in alcuni casi come espressione di solidarietà ein altri come espressione di carità cristiana.

 

Il nostrofondatore poté mandare avanti la sua opera grazie alla generosa collaborazionedi molte persone; alcune con il loro contributo economico, benefattori, altrecon il loro lavoro gratuito e i loro sforzi, volontari.

 

L'Ordine hasaputo dare una risposta ai nuovi movimenti del volontariato. In alcuni paesi éstato addirittura pioniere dell'incorporazione dei movimenti di volontariatoall'interno dei Centri. Tuttavia bisogna essere costantemente aggiornati epronti all'adattamento per non rimanere attaccati a idee e strutturesorpassate.

 

Ogni Centro édifferente e dovrebbe promuovere una creatività e una originalità nel suovolontariato. La diversità, in questo caso, sarà una prova di ricchezza.

 

Il processodi orientamento e selezione dei candidati, il profilo del volontario, la suamissione nel centro, il tempo che vi dedica, la formazione di cui ha bisogno,ecc. sono temi da discutere nell'Ordine, in ogni Centro.

 

Ugualmente,forse, é giunto il momento in cui le associazioni di volontari e i loro membriabbiano la possibilità di indirizzare le loro osservazioni agli organi digoverno del Centro. Essi possono cogliere una realtà diversa da quella che siritiene al Centro. Sarebbe bene che si potesse conoscere tale visioneattraverso uno strumento appropriato.

 

5.3.6.5. La chiesa locale. Siamo unaIstituzione esente dall'Ordinario del luogo. Questo é un punto di partenza chedovremmo tener presente ma é altrettanto certo che, se l'Ordine vuole avere unapresenza significativa nel secolo che viene, deve farlo con un lavoro congiuntoe coordinato con la Chiesa.

 

Se comeChiesa siamo il popolo di Dio e tutti siamo chiamati a far parte di questo popolo,dovremo riflettere a come realizzare questa azione di popolo di Dio. Il luogodove più facilmente si può realizzare questa articolazione é nella diocesi enella comunità parrocchiale.

 

Forse mancaancora molto perché possiamo cooperare allo stesso progetto pastori, religiosie laici.

 

Non si trattadi rinunziare alle rispettive identità né di rinunziare ai progetti pastorali;ognuno dal suo posto, deve lavorare per costruire un progetto pastorale comune.In caso contrario o non sarà comune o non sarà progetto.

 

5.3.6.6. La pubblica amministrazione. Lenostre opere hanno un orientamento pubblico nella loro attività ed in molticasi si é fatto in modo che siano inserite nei servizi sanitari o socialipubblici.

 

Questasituazione necessita un livello di relazione con la pubblica amministrazionemolto fluido che ci permetta di essere informati sulla realtà del presente, suiprogetti e i piani per il futuro e che ci permetta di poter informare sullanostra situazione e le nostre proiezioni.

 

Bisogna continuarea percorrere questo cammino di relazione e connessione con la pubblicaamministrazione. Da parte nostra questo esigerà onestà, chiarezza etrasparenza. Onestà come espressionedi coerenza con i principi che difendiamo; chiarezzanella nostra posizione e nelle nostre pretese; infine trasparenza nei nostri criteri nel momento di applicare le risorseche riceviamo.

 

In tutto ciòche si riferisce alle relazioni istituzionali l'Ordine deve riflettere sulruolo che deve occupare. Due sono i rischi estremi: il rimanere intrappolati inqueste relazioni e per la dinamica che comportano lasciare che si diluisca, neltempo, l'essenza della nostra identità; o l'allontanarci dalle stesse elasciare che sia il Centro e il suo progetto assistenziale a diluirsi trovandosidisconnesso dalla realtà.

 

Una cosa éevidente, che l'intrattenere queste relazioni istituzionali esige unaformazione professionale, umana e religiosa sufficientemente grande. In casocontrario la nostra presenza sarà controproducente; una volta di più si mettein evidenza che se vogliamo dire qualcosa dobbiamo dirlo con un linguaggioconsono alla nostra società.

 

5.3.7. Verifica

 

Se vogliamoesser fedeli alla missione che si va progressivamente attualizzando ericreando, ne consegue che periodicamente dobbiamo osservare in quale misurastiamo realizzando i nostri piani.

 

Dovremovalutare come stiamo applicando nella gestione, nella direzione e nellaassistenza i principi filosofici dell'Ordine e i suoi criteri generali.

 

5.3.7.1. Attenzione ai segni dei tempi. Lanostra società é una realtà molto dinamica. La scienza é in costante evoluzionee ogni giorno appaiono nuovi metodi di lavoro, nuove tecniche professionali enuovi strumenti tecnici.

 

Un messaggio,un principio filosofico é attuale nella misura in cui si trasmette con mezzi,metodi e tecniche del momento. In caso contrario la nostra proposta puòrisolversi in un discorso inutile.

 

In questoprocesso sarà necessario valutare la idoneità dei mezzi che la società cifornisce poiché può accadere che volendo ottenere una maggiore efficacia ciserviamo di strumenti che sono contrari alla filosofia dell'Istituzione. 

 

5.3.7.2. Risposta alle necessità dell'uomo edella società. In questa evoluzione costante della società, anche l'uomosta cambiando anche se non siamo in grado di distinguere se é il cambiamentodella società a trascinare l'uomo o se é il cambiamento dell'uomo che conduceal mutamento della società.

 

Quel che écerto é che in questo comune cambiamento stanno comparendo:

            - nuove infermità alle quali énecessario far fronte;

            - nuovi atteggiamenti della personadi fronte alla malattia che esigono nuovi modi di prestare assistenza;

            - nuovi problemi nella famiglia chedobbiamo saper affrontare, appoggiare, illuminare ed accompagnare;

            - nuovi bisogni che esigonocreatività e solidarietà da parte nostra se vogliamo dare una rispostacoerente;

            - nuove forme di egoismo che ciinterpellano per trovare nuove forme di risposte di solidarietà a livelloistituzionale.

 

Risponderealle necessità della persona con i mezzi e le forme attuali, mantenendo lostile e i valori dell'Ordine significa essere fedeli alla Nuova Ospitalità comesintesi del nostro progetto apostolico.

 

Per la riflessione:

 

1)      Identificasuccessi e difficoltà “nell’applicazione a situazioni concrete” quali sipresentano nei nostri Centri e nelle nostre Comunità nei seguenti ambiti:

·       assistenza integrale e diritti del malato

·       problemi specifici della nostra azione assistenziale

·       gestione e direzione

 

2)      Definiscile priorità che si pongono per l’Ordine in base all’analisi fatta al puntoprecedente nei seguenti ambiti:

·       assistenza integrale e diritti del malato

·       problemi specifici della nostra azione assistenziale

·       gestione e direzione

 

 

NOTE DELQUINTO CAPITOLO

 

(1) Alcuni preferiscono il termine privacy che costituisce un insieme più ampio, più globale, diaspetti della personalità che considerati isolatamente possono esser carenti disignificato intrinseco ma che legati coerentemente tra loro riflettono unritratto della personalità dell'individuo che questi ha il diritto di custodireriservatamente.

(2) ConcilioVaticano II, Gaudium et Spes (GS),16.

(3) GiovanniPaolo II, Evangelium Vitae (EV),44.

(4) SacraCongregazione per la dottrina della fede, Donum Vitae, 22 febbraio 1987, # 2.

(5) PontificioConsiglio per gli Operatori Sanitari, Carta degli Operatori Sanitari, cittàdel vaticano, 1995, #142.

(6) Ibid, 21.

(7) Ibid, 87

(8) Ibid, 129.

(9) Ibid, 146.

(10) Cfr. EV 57.

(11) SacraCongregazione per la dottrina della fede, Dichiarazione sull’eutanasia,  5maggio 1980, p. 549. Cf.

(12) Cfr. Cartadegli Operatori Sanitari, 119-120.

(13) Cfr. EV 65.

(14) Cfr. Codice di Norimberga, Dichiarazione diHelsinki, Dichiarazione di Ginevra, Good Clinical Practice, ecc.. Oltre aicriteri del Magistero, vedi anche la Cartadegli Operatori Sanitari, 75-82.

(15) Cfr. EV 63.

(16) Cfr. Pierluigi Marchesi, L’Ospitalità dei Fatebenefratelli verso il2000, , Roma 1986, AppendiceIII

 

* - - - *

 

6.

FORMAZIONE, INSEGNAMENTO E RICERCA

 

6.1. Formazione

 

6.1.1. Formazione tecnica, umana, carismatica

Oltre aquanto detto negli capitoli del presente documento, vogliamo sottolineare quialcuni aspetti specifici relativi alla responsabilità di formarsi che hanno imembri dell’Ordine e i Collaboratori. Non insisteremo sulla necessità diformazione umana, intesa come quella che si orienta a promuovere la conoscenzadi sé e ad approfondire le modalità di relazionarsi con la persona e lasocietà, imprescindibile per poter essere agenti di umanizzazione nelle operedell’Ordine.

 

Alcune caratteristiche del nostrotempo sono determinate dalla velocità del progresso delle scienze, in generale,e della biomedicina, in particolare; dalla velocità e facilità dellecomunicazioni; dalla globalizzazione dei problemi; dalla mentalitàscientifico-tecnica in riferimento alla visione della realtà e alla concezionedell’uomo -riduzionismo scientifico- dal fondamentalismo religioso–riduzionismo spiritualista-; e dalla constatazione che l’unico criterio eticoche possiamo considerare globalmente condiviso, per lo meno sul piano teorico,è il rispetto della dignità della persona che esige che la persona non siastrumentalizzata come mezzo per un fine, per elevato che sia o possa apparire.Questo fatto che non è nuovo, riveste un’importanza particolare nelle relazionidegli operatori sanitari con la persona malata.

 

A partire dagli anni 70 abbiamoin effetti assistito ad una profonda trasformazione del rapportomedico-paziente come non si era mai visto negli ultimi secoli. Il fulcro diquesta trasformazione è stata la presa di coscienza che il paziente capace deveessere riconosciuto come soggetto morale autonomo nelle decisioni cheriguardano la salute. L’informazione corretta del paziente passa così in primopiano. Inoltre il ruolo del medico nell’assistenza ha perso, perlomeno nelmondo occidentale, la sua funzione esclusiva e preponderante. Oggi dobbiamoparlare di rapporto tra équipe assistenziale, paziente ed ambiente sociale. Ilcarattere ambiguo, in quanto a progresso umano, di talune tecnologie che, anchese impiegate con la massima correttezza, presentano tremendi conflitti travalori vitali e valori spirituali, e la crescente importanza degli infermierinei reparti e dei tecnici di laboratorio nei processi diagnostici esigono una formazionemolto più rigorosa che in altri tempi. Sia negli ospedali che nei servizi diassistenza primaria e/o centri sociosanitari il livello dell’assistenzaintegrale dipende in maniera determinante dal grado di formazione deglioperatori sanitari.

 

La formazione tecnica eprofessionale da un lato, e la formazione umana ed etica dall’altro, devonocamminare parallele nel quadro della formazione permanente. Ci saranno momentiin cui si dovrà privilegiare il primo aspetto, mentre in altri si dovrà dareuna speciale enfasi al secondo, il tutto a favore di un aggiornamento continuodelle conoscenze che rendono possibile una corretta assistenza sanitariaintegrale secondo criteri attuali.

 

Ogni centro deve impegnarsi a promuovere programmi diformazione a tutti i livelli prevedendo le necessarie risorse economiche neipreventivi.

 

Mentre l’attualizzazione delle conoscenze scientifiche etecniche non richiederà, in generale, uno sforzo di motivazione eccessivo,nell’altro caso è necessario una motivazione in più per formarsi nellafilosofia assistenziale e nei criteri carismatici dell’Ordine. Questo tipo diformazione deve essere occasione per accrescere il senso di appartenenza e unostrumento per attualizzare i valori che improntano la cultura e l’identità dell’Ordinee deve esser promossa dalla direzione dei Centri, pienamente integrata nelpiano di formazione del Centro stesso.

 

E’ importante che una persona,nella misura del possibile, stia al passo con i programmi e le esperienze chesi stanno realizzando nelle diverse regioni del globo per vedere se si possonoadeguare al proprio luogo e centro. Dato che formatori capaci di comprendere laproblematica sanitaria e di destreggiarsi, allo stesso tempo, con dominiopedagogico negli ambiti del pensiero contemporaneo filosofico, teologico,pastorale e spirituale, sono un bene raro, ci si dovrà sforzare di costituireéquipes e di potenziare le qualità di diversi soggetti in ordine a elaborare un programma comune. Questoprogramma dovrà essere realistico, efficace ed efficiente. I comitati di eticapotrebbero espletare perfettamente questa funzione.

 

Oggi che la Chiesa vive conparticolare forza la necessità del ‘dialogo interreligioso’ affinché, seguendoil Vaticano II, si “riconoscano, conservino e facciano progredire i valorispirituali, morali e socioculturali che si trovano in altre religioni percollaborare alla ricerca di un mondo di pace, libertà, giustizia e valorimorali”(1), appare imprescindibile offrire, oltre alla necessariaformazione professionale e tecnica, una solida formazione nel carismadell’Ordine, in filosofia e teologia, centrata in maniera speciale nellapersona e nel mistero di Gesù Cristo.

 

Le grandi correnti del pensierofilosofico(2) e teologico devono fungere da pilastri fondamentalinella formazione, nella quale il carisma dell’Ordine e la sua profondaconoscenza devono ispirare gli atteggiamenti e i comportamenti a favore deipoveri e bisognosi.

 

In questo modo saremo in grado distabilire il quadruplo dialogo necessario in un mondo di pluralismo religioso (3):

 

·     dialogo di vita, in cui le persone si sforzano divivere in uno spirito di apertura e di buon vicinato condividendo le loro gioiee sofferenze e problemi e preoccupazioni umane;

 

·     dialogo d’azione, in cui cristiani ed altri s’impegnanoa collaborare per lo sviluppo integrale e la libertà delle persone;

 

·     dialogo d’esperienza religiosa, in cui le persone,radicate nelle proprie tradizioni religiose, condividono le loro ricchezzespirituali per quanto riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e icammini di ricerca di Dio e dell’Assoluto;

 

·     dialogo d’interscambio teologico, in cui gli esperti sisforzano di comprendere più profondamente le rispettive eredità religioseapprezzandone i rispettivi valori spirituali.

 

6.1.2. I Comitati di Etica quali strumenti di formazione

Anche se questo tema è stato giàtrattato nel quinto capitolo del presente documento, vogliamo riproporlo quinella prospettiva della ricerca e della formazione.

 

Nel campo della clinica, laparola bioetica è correlata al concetto del dialogo interdisciplinare comemetodologia di lavoro e, a partire dal 1978, ai principi comuni della bioeticacontemporanea: autonomia, beneficio/non nocività e giustizia. Questi principi,basati sul paradigma antropologico del personalismo di ispirazione cristiana,altro non sono che la traduzione del principio del rispetto per la dignitàdella persona, del servizio al bene del paziente integralmente considerato edella solidarietà.

 

La necessità di garantire laprotezione dei soggetti umani partecipanti ad una sperimentazione o ad unaricerca clinica e la rilevanza e correttezza scientifica del protocollo diricerca dettero origine all’istituzionalizzazione di comitati appositamenteincaricati di svolgere queste funzioni. Sono i Comitati Etici di RicercaClinica e i Comitati di Bioetica. I termini corrispondenti nella letteraturaamericana sono Institutional Review Boards e Institutional Ethics Committee.Questi ultimi sono denominati anche Clinical Ethics Committees.

 

I Comitati Etici di RicercaClinica si diversificano per composizione, funzionamento e riconoscimentolegale a seconda dei paesi. In ogni caso devono rispettare e vigilare, affinchésiano messe in pratica le cosiddette Norme della Buona Pratica Clinica. Ledecisioni di questi comitati sono giuridicamente vincolanti. I membri deiComitati Etici di Ricerca Clinica devono essere qualificati per esaminareprogetti di ricerca, valutando innanzitutto se si dispongono di sufficientidati scientifici, test farmacologici e tossicologici su animali chegarantiscono che i rischi che corrono le persone implicate nellasperimentazione proposta, siano ammissibili, e che le persone interessate sianostate correttamente informate e partecipino alla sperimentazione liberamente.Altri aspetti da considerare sono: soppesare se il problema che si intendeindagare sia importante o banale; se il progetto sperimentale proposto siaadeguato agli obiettivi previsti; se esista un’assicurazione che copre i danniche come conseguenza della sperimentazione potrebbero derivare per le personesoggette alla stessa.

 

Non ci sono dubbi che lapartecipazione a questi comitati riveste un grande valore pedagogico e diarricchimento. Dove il dialogo bioetico negli ospedali assume in ogni caso unaimportante funzione pedagogica, è la discussione di casi concreti nei comitatidi etica assistenziale. Questi comitati, per la loro composizioneinterdisciplinare, per la loro metodologia di informazione-formazione, per ilrispetto reciproco, per l’importanza dei casi da discutere, per la necessità diindividuare soluzioni rispetto ai conflitti di valori che si pongono e dinormare, in qualche modo, la condotta in casi simili, sono in se stessiformativi.

 

La funzione docente è moltoimportante. In primo luogo, “locus” di formazione degli stessi membri delcomitato. Secondaria, ma non meno importante, è la programmazionedell’insegnamento bioetico nella Provincia, nei Centri, e la sua realizzazione.Il dialogo interdisciplinare come metodologia di lavoro è necessario. Generalmente,la presa delle decisioni deve avvenire per consenso etico e non meramentestrategico. I consultori di casi concreti –medici, infermieri, psicologi...-devono essere membri “ad hoc” nelle deliberazioni del comitato, affinché ledecisioni abbiano la forza del vincolo morale. La composizione dei comitatipotrà variare a seconda del tipo di ospedale o centro residenziale e/osociosanitario.

 

In ultima istanza, i comitati dietica assistenziale rappresentano qualcosa di antico come la consultazionecollegiale e qualcosa di relativamente recente come il riconoscimentodell’équipe di salute ed una medicina orientata al paziente considerato comeagente morale autonomo che non perde i suoi diritti per il fatto di essereospedalizzato. I comitati che funzionano correttamente possono essere strumentiefficaci per definire la “lex artis” dell’ospedale con le relative implicazionigiuridiche.

 

I comitati devono stabilire qualè il sistema di valori di riferimento in caso di conflitto: ispirazionecristiana; diritti umani; codici deontologici professionali in ambito nazionaleo internazionale, ecc. Il comitato di etica assistenziale deve passare l’esamedi coerenza nelle sue decisioni.

 

E’ imprescindibile assicurare lafunzionalità dei comitati attraverso una serie di misure, tra cui ha unaparticolare importanza il comitato per la soluzione di casi urgenti.

 

A questo punto desideriamoprecisare alcuni aspetti. Riteniamo importante, in primo luogo, analizzare lepremesse necessarie per affrontare correttamente la decisione etica: a) storiaclinica corretta; b) competenza professionale per la discussione scientificadel caso clinico; c) controllo di qualità.

 

Stabiliti il problema clinico ele alternative possibili di trattamento, si passa a considerare le dimensionietiche riguardanti i problemi collegati alla qualità di vita, dalla prospettivaprofessionale e dalla prospettiva del paziente e della sua famiglia, i cuisistemi di valori devono essere rispettati. I fattori non clinici, inparticolare quelli economico-sociali, devono trovare una specialeconsiderazione in una medicina che vuole essere integrale.

 

Il consenso da parte di terzi,per l’incapacità del paziente, presenta problemi di difficile soluzione inneonatología, psichiatria, pazienti comatosi, disabili mentali ecc. In questicasi, in cui sovente si può parlare di problematica limite, si rivela in tuttala sua utilità la funzione dei comitati di etica assistenziale al servizio diuna medicina di qualità scientifico-tecnica ed umana.

 

La formazione per la soluzione di conflitti nella ricercae nella clinica richiede come elementi fondamentali: 1) capacità e competenzaprofessionale per comprendere il problema posto dalla prospettiva in cui unapersona lavora; 2) aver meditato sul proprio atteggiamento etico ed un minimodi fondamento razionale dello stesso. A questo proposito si deve distingueretra il fatto in se stesso (atteggiamento coerente nella vita tra essere eagire) e la possibilità di concettualizzazione. Questa dev’essere sorretta daun programma di formazione in antropologia e etica filosofica e/o teologica. 3)Metodologia per la soluzione di conflitti in un clima di dialogo che nonescluda il confronto.

 

Qui facciamo riferimento soltantoal paragrafo precedente. Non c’è dubbio che i principi bioetici precedentementepronunciati sono strumenti pedagogici che si rivelano utili nei dialoghi deicomitati di etica assistenziale. La soluzione dei problemi può essereaffrontata dal punto di vista della discussione di principi che entrano inconflitto o della loro gerarchia in un caso concreto (per esempio priorità delprincipio di autonomia o del principio di beneficità/giovamento) o dell’analisicasistica. Consideriamo che questa sia la più adeguata nella discussione dicasi clinici.

 

6.2. Insegnamento

 

6.2.1.             L’insegnamento,una costante nell’Ordine

L’insegnamento nell’Ordineaffonda le sue radici nello stesso Fondatore San Giovanni di Dio, che prima di insegnare, si è fatto insegnarel’arte del guarire a Guadalupe, famosa in tutta Spagna come centro di formazionedal XV secolo, come dimostra il seguente detto: “Ni que hubieras andado toda tuvida a la práctica de anatomía en Guadalupe...”(‘Sembra che tu non abbia fattoaltro nella vita che fare pratica di anatomia a Guadalupe’, detto di personamolto esperta).

 

“Guadalupe diede a Giovanni diDio una visione allo stesso tempo scientifica e caritativa, grazie all’apportodella “Scuola” di Medicina, la cui qualità trova unanime elogio presso iricercatori più recenti… Lì scoprì uno strumentario sconosciuto in tutti glialtri ospedali spagnoli e le lezioniteoriche e pratiche impartite ai principianti“ (4).

 

Il primo seguace di San Giovannidi Dio, Antón Martín, ebbe una sensibilità speciale per l’insegnamento. Nellacosiddetta Madrid de los Austrias, intorno al 1553, gli venne l’idea di crearela “Scuola dei Chirurgi minori” per il suo ospedale dell’ “Amore di Dio”,progetto che sarebbe poi stato realizzato dal suo successore Pedro Delgado (5).

 

“Questa Scuola di Chirurgiaraggiunse un gran credito e presto vi accorsero, spinti dal desiderio dipraticare nelle sue cliniche e ricevere insegnamento... persone che volevano acquisire i requisiti necessari per superarel’esame dinanzi al Tribunale dei Protomedici come chirurgi. L’Hospital de laPlaza di Antón Martín fu dunque il primo ospedale a Madrid a carattere docentee con un’organizzazione secondo specialità mediche” (6).

 

Man mano che l’Ordine si espansedapprima in Spagna e poi in Europa e in America Latina, per diffondersifinalmente in tutti e cinque i continenti,non abbandonò mai la sua inquietudine per la pedagogia ospedaliera. Il suoinsegnamento avvenne, per dir il vero, prevalentemente più per via verbale che per via scritta, con un linguaggio spiccatamentepratico ed accessibile a tutti. Inoltre elaborò importanti manuali in differenti specialità.

 

L’Ordine plasmò questainquietudine pedagogica in diverse scuole con differenti livelli formativi checontinua a promuovere e a sostenere.

 

6.2.2.            L’insegnamento, un imperativo nell’attualità

Nel 1956, l’OrganizzazioneMondiale della Salute (OMS) ha definito l’ospedale, tra l’altro, come “centro di formazione del personalemedico sanitario e di ricerca”.

 

A partire daquesta data, tutti i paesi, nelle loro legislazioni sanitarie, contemplanol’insegnamento come un imperativo: non esiste modello assistenziale che non glidedica ampio spazio. Insegnare ciò che si apprende giorno per giorno nellapratica e metterlo a disposizione della collettività attraverso i molteplicimezzi di cui oggi disponiamo, è un compito altrettanto importante come ilcurare, prevenire e indagare.

 

L’insegnamentosi converte ogni giorno dentro le strutture assistenziali in una garanzia diqualità. Se non siamo capaci di dimostrare alla società quello che facciamo informa di insegnamento, non possediamo la vitalità che la collettività s’aspettada noi. Da qui l’impegno di contemplare nei preventivi annuali dei Centri unavoce dedicata all’insegnamento e la volontà di concertare con enti pubblici e/oprivati la messa in pratica della “vocazione docente” propria dell’Ordine sindalle prime origini.

 

In vista delfuturo l’insegnamento è una responsabilità di ogni Centro. Un accreditamentoche legittimerà ed avallerà la nostra presenza nella società. Un elementobasico della qualità assistenziale che richiede impegno. Una missione diinsegnare a tutti a pensare e a agire in maniera nuova per il bene dellapersona che soffre.

 

6.3. Ricerca

 

6.3.1. Trasmissione dell’ottica dell’Ordine

L’attività assistenziale, tecnicae scientifica dell’Ordine Ospedaliero ha prodotto lungo gli ultimi cinquesecoli tutt’una serie di validi contributi a favore della salute e della vita.Lo stesso Giovanni di Dio iniziò la sua “avventura ospedaliera” andando a Baezae a Guadalupe per formarsi, consigliato dal maestro Giovanni d’Avila. Sonooramai diversi gli autori che sostengono che il padre maestro, noto per la suacuriosità scientifica e sicuramente a conoscenza dell’alta qualità degliospedali gestiti a Guadalupe dai frati di San Girolamo, vi abbia inviatoGiovanni di Dio come pellegrino e apprendista ospedaliero per conoscere comefunziona un ospedale (7). Di ritorno a Granada, ha poi messo inpratica il suo progetto di servizio agli infermi. In considerazione del suoalto contributo all’assistenza – organizzazione di due ospedali con metodimolto avanzati rispetto all’epoca - la storia lo riconosce difatti comeFondatore dell’ospedale moderno.

 

Durante il processo d’espansionedell’eredità dinamica di San Giovanni di Dio attraverso il tempo e lo spazio, iFatebenefratelli e i loro collaboratori hanno perfezionato i suoi metodi,accumulando esperienze ed aumentando le loro conoscenze. “In termini generalisi può dire che l’evoluzione dell’Ordine ha rispecchiato l’evoluzione dellapsichiatria e della neurologia”(8).

 

Sono stati i Fatebenefratelli acreare il primo ospedale per epilettici in Europa (9). Inoltre, giànei primi ospedali, integrarono l’attività di cura con attività di formazione:difatti già dal XVI secolo si ha notizia delle prime scuole per chirurgi installatenegli ospedali dell’Ordine (10). A queste vanno aggiunte scuole dichimica, farmacia, medicina ed infermeria, di cui alcune create in epoca piùrecente e tuttora in funzione.

 

D’altro canto, ci sono statireligiosi Fatebenefratelli noti e meno noti che si sono distinti come medici,chirurgi, dentisti ed infermieri. Alcuni di loro sono stati veri esempi di comeintegrare col massimo profitto carisma dell’ospitalità e spirito scientifico einvestigativo. (11)

 

L’Ordine Ospedaliero èun’istituzione con secoli di presenza nel mondo della salute e dei servizisociali; per questo può e deve sostenere l’impegno continuo di migliorarel’assistenza attraverso la promozione della ricerca. Senza rinunciare ad alcuncampo della ricerca, le aree più specifiche da promuovere dovrebbero esserel’assistenza integrale, l’umanizzazione, la bioetica nei suoi risvolti clinici,epidemiologici, gestionali e formativi, tanto nella medicina comenell’infermeria, la pastorale, il dialogo interreligioso nella predisposizionedi servizi per i poveri e i bisognosi, i valori dell’istituzione in generale,ecc.

 

L’approfondimento creativo diquesto documento, la qualità delle risorse umane di cui si dispone nei diversicentri e la motivazione dei collaboratori a potenziare la dimensione innovativadell’Ordine Ospedaliero che è stato sempre un suo segno caratteristico,determineranno le linee di lavoro più opportune per giungere ad una proficuacollaborazione in questo campo.

 

6.3.2. Promozione della ricerca in vista del terzo millennio

Il costante progresso dellascienza e l’impegno degli operatori della salute, non solo nell’attivitàpropriamente assistenziale, ma anche in quella di carattere sperimentale,rendono indispensabile oggi un’adeguata promozione della ricerca. Non c’è progresso  della medicina che non sia stato precedutoda un’adeguata e notevole attività di ricerca (teorica, di laboratorio, suanimali e sull’uomo). Pertanto, l’assistenza integrale al malato e bisognosopassa necessariamente attraverso queste fasi preliminari.

 

Anche se tradizionalmentel’attività dell’Ordine mirava prevalentemente all’assistenza diretta ai malatie bisognosi, di fronte ai nuovi sviluppi sociali e sanitari, la ricerca sipresenta oggi come una premessa indispensabile che non ha bisogno di “altri”professionisti, ma che rientra a pieno titolo nelle attività che possono essererealizzate e promosse nei nostri centri.

 

Questo è già una realtà dadiversi anni all’interno dell’Ordine con grande beneficio per i malati e grandegratificazione per i collaboratori, pienamente inseriti nei circuiti dellaricerca internazionale e pertanto partecipi di quel “progresso della salute” acui tutta la comunità scientifica è interessata.

I mezzi principali per realizzaretale attività saranno: la sperimentazione clinica, le convenzioni con istitutidi ricerca, la partecipazione a programmi internazionali di ricerca, laspecifica ed esclusiva qualificazione di alcuni collaboratori in questosettore.

 

Per una promozione più proficuadella ricerca, si potranno costituire inoltre associazioni che abbiano comeobiettivo fare ricerca in maniera più organica, coordinata e interdisciplinare,anche col contributo di professionisti qualificati “esterni” allo stessocentro.

 

Un particolare problema riguardala destinazione dei mezzi finanziari. Non si tratta di risorse “sottratte” almalato, ma al contrario, impiegati per una sua migliore cura, anche quando nonsi vede immediatamente il “ritorno”, dato che a volte in un primo momentosembra che le risorse impiegate non abbiano dato i risultati sperati.

 

Proprio per questo l’Ordine nonsolo apprezza e favorisce la ricerca sperimentale nei suoi centri, ma si faanche promotore della stessa di fronte agli enti che legittimamente laperseguono come campo istituzionale proprio. Di ciò si dovrà tener conto,sempre che la tipologia di un determinato Centro lo permetta, anche nel momentodi stipulare le rispettive convenzioni con i governi che destinano alla ricercauna parte dei fondi (anche se modesta) dei propri preventivi.

 

Per la riflessione:

 

1)      Qualisono i programmi di formazione, insegnamento e ricerca che esistono nel suoCentro o nella sua Provincia? Dai una valutazione della messa in pratica edella loro efficacia.

 

 

2)      Qualidovrebbero essere le priorità per l’Ordine in questo campo?

·       nella formazione

·       nell’insegnamento

·       nella ricerca

 

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NOTE DEL SESTO CAPITOLO

 

(1) Concilio Vaticano II, Nostra Aetate, 2 s.

(2) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Fede e Ragione, 1999, Capitolo 1.

(3) Consiglio Pontificio per il dialogointerreligioso e Congregazione per la Evangelizzazione dei popoli: Dialogo e Annuncio, BCDR (1991),210-250.

(4)   JAVIERRE,José María Juan de Dios, loco en Granada,Sígueme, Salamanca, 1996.

(5)   PLUMEDMORENO, C. “Jornadas Internacionales de Enfermería” San Juan de Dios. 1992.

(6)   ALVAREZSIERRA, José  Antón Martín y el Madrid de los Austrias,  1961.

(7) JAVIERRE, Ibid., p. 413.

(8) RUMBAUT, Ruben D.  Johnof God: his place in the history of Psychiatry and Medicine, 1978, edizionebilingue (Ing/Spa), p. 115.

(9) ALVAREZ SIERRA, José Influencia de San Juan de Dios y de su Ordenen el progreso de la Medicina y de la Cirugía, Talleres Arges, Madrid,1950, p. 148.

(10) RUSSOTTO, Gabriele OH.  SanGiovanni di Dio e il suo Ordine Ospedaliero, Roma 1969, volume secondo, p.124.

(11) Nella succitata opera di P.Gabriele Russotto ci sono 73 pagine dedicate a Fatebenefratelli distintisi neidiversi campi della medicina. Le figure più conosciute tra i Medicie Chirurgi sono: Fra Gabriele Ferrara (Italia), Fra Alonso Pabón (Spagna),Fra Bernardo Fyrtram (Austria), Fra José Lopez de la Madera (Spagna), P.Costantino Scholz (Silesia, Austria), Fra Ambrosio Guivebille (Austria), P.Lázaro Nobel (Germania), Fra Matías del Carmen Verdugo (Cile), Fra Miguel Isla(Colombia), P. Probo Martini (Germania, Cechia, Silesia), P. Bertrando Schroder(Austria), P. Norberto Boccius (Ungheria, Cechia), P. Manuel Chaparro (Cile),P. Ludovico Perzima (Polonia), Fra Eliseo Talochon (Francia), P. Odilone Wolf(Cechia), Fra Justo Sarmiento (America), P. Fausto Gradischeg (Austria), P.Giovanni Luigi Portalupi (Italia), P. Benedetto Nappi (Italia), P. CelestinoOpitz (Cechia), P. Prosdocimo Salerio (Italia), P. Celso Broglio (Italia), P.Juan de Dios Sobel (Silesia), P. Francisco de Sales Whitaker (Irlanda eInghilterra). La lista termina con San Riccardo Pampuri.

 

Tra i Farmacisti e i Botanicipiù famosi della storia dell’Ordine ricordiamo: P. Augustin Stromayer (Cechia),P. Innocenzo Monguzzi (Italia), P. Ottavio Ferrario (Italia), P. Gallicano Bertazzi(Italia), P. Anastasio Pellicia (Italia) e P. Antonio Mattia dell'Orto(Italia).

Tra i Dentisti, i più famosisono due: Fra Giovanni di Dio Pelizzoni (Italia) e P. Giovan Battista Orsenigo(Italia) che fu molto conosciuto a Roma.

In Colombia, Fra Miguel de Isla(XVIII secolo) fu medico, cattedratico di medicina e riformatore della Facoltàdi Medicina dell’Università del Rosario. In Cile, Fra Manuel Chaparrointrodusse il metodo dell’inoculazione (vaccino) –mai utilizzato prima eperfino sconosciuto in Europa- per domare una devastante epidemia di vaiolo cheimperversava dal 1765 al 1772.

Da ricordare infine che nel 1821il farmacista Fra Ottavio Ferrario scoprì il Iodoformio, anche se il merito fuattribuito a un francese che fece la stessa scoperta nello stesso anno. SempreFra Ferrario fu la prima persona in Italia ad estrarre nel 1822 chinina,isolando le costituenti attive della china.

 

* - - - *

 

 7.

LA RETTITUDINE PERSONALE COME BASE PER L'AZIONE

 

7.1. La rettitudine come progetto esistenziale

 

7.1.1. Vivere in armonia con i valori checonfigurano la persona

Intendiamoper rettitudine personale la qualità morale della persona il cui agire é inarmonia con i principi e i valori spirituali che professa: ”Operari sequitur esse” (l’operare segue l’essere). Questarettitudine esige un cuore indiviso, correttezza nell'operare e fedeltà inmezzo alle prove e alle difficoltà. In ultima istanza bisogna dire che l'uomoretto é quello che vive in accordo con il comandamento dell'amore che ci hadato Gesù: "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato".

 

L'unità dimente e di cuore, di coerenza tra il sentire e l'operare richiede un processopiù o meno ampio di maturazione umana, psicologica e spirituale in rapporto aivari individui, al loro grado di vocazione al servizio e di generosità nellarisposta. Integrare l'azione e l'unione con Dio secondo il carisma di SanGiovanni di Dio é compito di tutta la vita.

 

Se nel nostroagire noi tendiamo solo o prevalentemente all'utilità sociale, in vistadell'efficacia, eliminando la dimensione della testimonianza di amore a Cristo,secondo il carisma di San Giovanni di Dio, attentiamo alla nostra rettitudinecome progetto esistenziale e le nostre opere non avranno la forzaevangelizzatrice che devono avere. Se la persona é retta lo é per quello che é,non per quello che dice o fa.

 

7.1.2. L'uomo testimone della trascendenza edell'amore

La vocazionedell'uomo é la vita divina: "Irrequietumest cor nostrum donec requiescat in Te" (il nostro cuore è inquieto fino quando riposa in Te) . La sequeladi Gesù Cristo, pienezza di rivelazione di Dio, é il cammino dell'uomo verso lapienezza della sua realizzazione. La sequela di Gesù Cristo secondo lo stile diSan Giovanni di Dio, identificandosi con i più poveri e bisognosi é il modelloesemplare dell'Ordine Ospedaliero.

 

Il darsi incondizionatamente agli altri come segnodell'amore di Dio esige un certo grado di maturità umana e spirituale:l'esperienza intima di Dio, il sapersi amati da Dio e conoscere se stessiaccettandosi come si é sono condizioni per conseguire il necessario grado diidentità, fiducia e libertà necessari per l'apostolato. L'orazione é necessariaper vitalizzare, unificare e integrare la vita spirituale e l'attività.

 

L'esperienzadella misericordia di Dio per noi e del suo amore incondizionato ci dà lamisura della relazione che dobbiamo avere nei confronti del bisognoso,aiutandolo a costruire la sua vita, a valorizzare la sua dignità e a rivelarglila sua propria capacità di amare. L'esperienza dell'amore incondizionato aiutale persone a scoprire la loro vocazione di figli di Dio.

Il Vangelo di Cristo nel rivelare all'essere umano la suaqualità di persona libera chiamata a entrare in comunione con Dio suscita lapresa di coscienza delle profondità della libertà umana: la liberazione da ognischiavitù, la liberazione dal peccato, la liberazione per proclamare ilVangelo, la liberazione per crescere in libertà secondo lo Spirito.

 

7.2. La coscienza come motore della nostraazione

"Nell'intimodella coscienza l'uomo scopre una legge che non é lui a darsi ma alla qualeinvece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare ilbene e fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie delcuore: fa questo, fuggi quest'altro. L'uomo ha in realtà una legge scritta daDio dentro al suo cuore; obbedire é la dignità stessa dell'uomo, e secondoquesta egli sarà giudicato"  (1) .

 

“La dignitàdella persona umana implica ed esige la rettitudine della coscienza morale. Lacoscienza morale comprende la percezione dei principi della moralità("sinderesi"), la loro applicazione nelle circostanze di fattomediante un discernimento pratico delle ragioni e dei beni, e infine ilgiudizio riguardante gli atti concreti che si devono compiere o che sono statigià compiuti. La verità sul bene morale, dichiarata dalla legge della ragione,é praticamente e concretamente riconosciuta attraverso il giudizio prudentedella coscienza. Si chiama prudente l'uomo le cui scelte sono conformi a questogiudizio”(2).

 

“L'uomo ha ildiritto di agire in coscienza e libertà per prendere personalmente le decisionimorali. L’uomo non deve essere costretto ad agire contro la sua coscienza manon si deve neppure impedirgli di operare in conformità ad essa soprattutto incampo religioso" (3).

 

Nellaformazione della coscienza, la Parola di Dio é la luce sul nostro cammino; ladobbiamo assimilare nella fede e nella preghiera e metterla in pratica.Dobbiamo anche esaminare la nostra coscienza rapportandoci alla croce del Signore.Siamo sorretti dai doni dello Spirito Santo, aiutati dalla testimonianza e daiconsigli altrui e guidati dall'insegnamento certo della Chiesa.

 

La riflessione personale e comunitaria, una delle cuimanifestazioni sono i Comitati di etica può apportare luce nei difficiliproblemi in cui i casi concreti sfuggono alla normativa etica deipronunciamenti del Magistero. Competenza professionale, docilità e rispetto delMagistero, spirito di dialogo sono requisiti essenziali per discernere lecondotte concrete in casi particolarmente conflittuali in cui é necessaria unagerarchizzazione dei valori che entrano in conflitto.

 

Posto che iproblemi etici più importanti del diritto naturale non trovano una rispostaesplicita nella Bibbia, bisogna insistere maggiormente in una fondazioneconvincente e razionale che non si appoggi sulla semplice autorità. Senzaquesta condizione sarà sempre più difficile che l'uomo di oggi, cosciente dellasua autonomia e responsabilità, dia il suo assenso liberamente.

 

7.3. Coscienza e rettitudine morale

 

7.3.1. Ilservizio all'uomo malato e bisognoso come "conditio sine qua non"  

Il termine "servo" nella primacomunità ecclesiale formalizza e definisce la condizione del credente che, peramore, si mette a disposizione dei suoi fratelli. Tale attitudine é resa piùevidente nella cura che la comunità ecclesiale mette in atto dei confronti deimalati e dei bisognosi.

 

In realtà già autorevoli testimonianze del passato(giuramento di Asaph, preghiera di Maimonide, ecc.) avevano sottolineatol'impegno etico di servizio dell'operatore sanitario e l'idea di stessa di mini­sterialitàsocio-sanitaria è comune a molti versanti ideologico-culturali. Tuttavia è nelCristianesimo che tale idea assume un rilievo del tutto particolare per ilriferimento alla ministerialità di Cristo, "diacono" del Padre pergli uomini, servo di Dio per essere servo dei fra­telli. Non a caso Policarpo(fine I sec.) lo chiamerà "diacono, servo di tutti".

 

Proprio per questo all'interno dell'Ordine religioso chefa dell'ospitalità il suo carismaspecifico la dimensione del servizio diventa assolutamente irrinunziabile edesprime la ragion d'essere delle proprie opere e l'atteggiamento interiore deicollaboratori più coinvolti.

 

In taleprospettiva può inserirsi una differen­ziazione vocazionale che fa dellapluralità motivo di ricchezza carismatica per cui le vicende esistenziali, glistati di vita, l'ambito lavorativo diventano occasioni e impegni"ministeriali". Laddove poi il proprio impegno professionale ed ecclesialeha insita  in  sé una  così diretta  partecipazione alle necessità esi­stenzialidell'altro, come nel caso dell'Ordine Ospedaliero, il servizio diventa una verae propria linea-guida del suo agire.

7.3.2.  Gradi di coinvolgimento personale nellamissione dell'Ordine

 

7.3.2.1. I Confratelli. Costituiscono.com'è ovvio, le persone più radicalmente coinvolte, in virtù della professionereligiosa. Tale termine (professione)  non a caso é identico a quello che indical'esercizio di un'attività lavorativa. Entrambe le situazioni sonocaratterizzate da tre elementi: il credere, dichiarandolo apertamente eformalmente, alla realtà esistenziale che liberamente si abbraccia;l'appartenere a un particolare gruppo sociale che fa di tale realtà la suaragion d'essere; l'impegno a esprimere nella vita la realtà professata.

 

La primadimensione, credere, riguarda la sfera intellettivae si realizza, se così possiamo dire, nel "credereall'ospitalità". Non si puòvivere né agire secondo lo stile di S. Giovanni di Dio, cioè concretamenteincarnando il carisma dell'ospitalità, se a tale ospitalità innanzitutto non sicrede. Si tratta cioè di rinnovare una testimonianza che scaturisca dalleprofondità della propria sorgente vocazionale, rinnovandosi quotidianamente eriformulando ogni giorno il proprio "sì" all'ospitalità.

 

La secondaprospettiva, appartenenza, riguarda l'ambito relazionale, cioè il senso di appartenenza e, più concretamente ladimensione comunitaria della propria vita. Questa é innanzitutto specchio diuna vocazione, pur senza eliminare la dimensione personalistica di un Dio che"chiama per nome", siattualizza all'interno di una comunità. Inoltre, nella sua risposta, comportauna specifica appartenenza comunitaria che si realizza: per ciò che riguarda ilsuo essere, nella struttura organicadell'Ordine; per ciò che riguarda il suo agire,nella vita fraterna e nel comune impegno ospedaliero.

 

Infine laprospettiva volitiva, impegno, si esprime elettivamente nellaprofessione dei voti. A tal proposito é necessario sottolineare ancora unavolta la loro dimensione oblativa piùche ascetica, vedendoli cioè nellaloro realtà di "dono" più che di "rinunzia". In taleottica, il loro significato può costituire una imitabile esemplarità valoriale anche per i collaboratori  trovando una dimensione comunionale chesupera l'ambito del semplice lavorare insieme. Il  Confratello potrà così condividere con il laico l'obbedienza comeadesione alle circostanze esistenziali dalle cui trame può trapelare la volontàdi Dio; la povertà come dono dei propri averi interiori, del proprio tempo, delproprio intelletto, del proprio cuore; la castità come offerta della propriacorporeità e delle risorse specifiche del proprio essere uomo o donna el’ospitalità come espressione di accoglienza e servizio verso la persona malatae bisognosa.

 

7.3.2.2. I collaboratori laici. Inquest'ambito possiamo includere tutti coloro che, lavorando all'interno delleCase dell'Ordine o partecipando da "esterni" a iniziative e operepromosse dall'Ordine ne attuano le finalità. “I livelli di questapartecipazione sono ovviamente vari: così ci sono persone che si sentonoparticolarmente legate all’Ordine attraverso la sua spiritualità; altri invecevivono la partecipazione tramite il disimpegno della stessa missione. Ma quelche conta è che il dono dell’ospitalità ricevuto da San Giovanni di Dioinstauri tra Confratelli e Collaboratori un legame di comunicazione che sia perambedue impulso e stimolo a sviluppare la loro vocazione cristiana e a essereper il povero e il bisognoso segno visibile dell’amore misericordioso di Dioverso gli uomini”. (4)

 

Indipendentementedalla loro fede, i collaboratori dei nostri Centri, contribuiscono a realizzarein modo determinante l’attività dell’opera divenendo partecipi della suamissione. Essi instaurano con l'Ordine un rapporto essenzialmente basato sullavoro essendo in gran parte artefici del servizio che l’opera rende allacollettività. Per il loro numero e per l'oggettiva promozione della strutturache essi realizzano danno un contributo significativo alle opere dell’Ordinepur senza cercare una più profonda condivisione carismatica secondo stili emodalità che, probabilmente, non trovano consoni alla propria situazioneesistenziale. Nel rispetto delle loro scelte valoriali e senza alcuna forzaturadelle coscienze sarà opportuno, tuttavia, dar loro tutti gli strumenti perchépossano intraprendere un cammino che nel tempo possa condurli ad assumereliberamente un più diretto coinvolgimento nella missione dell'Ordine.

 

I collaboratoripiù sensibili e impegnati, che vogliono vivere una loro identificazione con lamissione dell'Ordine sono pienamente partecipi del carisma di S. Giovanni diDio che su di essi si estende e in loro vive e si diffonde non meno che neiConfratelli. Proprio per questo, nell'ambito di tali collaboratori, si sono giàrealizzate (ed è apprezzabile che si continui a farlo) particolari formeassociative che, più direttamente, esprimono nello stile di vita secolare latestimonianza del carisma ospedaliero, contribuendo a realizzare erivitalizzare la missione dell'Ordine. In questa prospettiva la collaborazionetra Confratelli e Collaboratori cessa di essere un fatto occasionale espontaneo per appartenere istituzionalmente alla vita dell'Ordine nell’otticadi una vera e propria integrazione.

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Sitratta di una prospettiva oggi fortemente avvertita dalla Chiesa universale:“Di fronte alle nuove situazioni, non pochi Istituti sono giunti allaconclusione che il proprio carisma puòessere partecipato ai laici. Questi sono invitati a partecipare in modo piùintenso alla spiritualità e alla missione del medesimo Istituto. In continuitàcon le esperienze storiche dei diversi Ordini secolari o dei Terz’Ordini si puòdire che sia iniziato un nuovo capitolo, ricco di speranze nella storia dellerelazioni tra persone consacrate e laici”. (5)

 

 

Per la riflessione:

 

1)      Qualirisorse si stanno impiegando per promuovere l’integrità personale di cui siparla in questo capitolo?

2)      Qualialtre risorse bisognerebbe utilizzare?

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NOTE DEL SETTIMO CAPITOLO

 

(1) ConcilioVaticano II, Gaudium et Spes, 16

(2) Catechismodella Chiesa Cattolica, n. 1780

(3) Ibid., n.1782

(4) CuriaGeneralizia, Fatebenefratelli ecollaboratori, insieme per servire e promuovere la vita, #. 116

(5) Giovanni Paolo II, Vita consecrata, 1997, # 54.

 

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8.

CREARE IL FUTURO CON SPERANZA

 

8.1. Le sfide del presente

Nellariflessione sul futuro, più propriamente sul rapporto tra creatività etemporalità, dobbiamo registrare e superare una contraddizione: il tempo chevogliamo indagare non é uno spazio mentale astratto e lontano, ma é unadeterminazione del nostro presente.

 

È l'epoca incui si vive che prepara il futuro: nei valori fondanti la nostra testimonianzarisiede il seme dell'avvenire. Perché l'impegno e la testimonianza non devonoessere continuamente trasferiti in un ipotetico futuro che ci priverebbecontinuamente dell'assunzione delle nostre responsabilità presenti ed attuali.

 

Occorreentrare nel terzo millennio con il coraggio vocazionale e profetico di nuoviruoli e di nuove testimonianze.(1) Nel mondo dell'Ospitalità, lasperanza come annuncio di salvezza crea un possibile futuro solo se generastrutture di salute che accolgano l'uomo sofferente di oggi. Creare vuol direistituire e promuovere processi in grado di fecondare il tempo in maniera daprodurre iniziative fedeli al volere di Dio e ai segni in cui esso si manifestanel tempo.

 

Creare inospitalità significa generare e testimoniare costantemente un amore vivo,operante, costruttivo, per il fratello nel dolore. Fermarsi costantemente a progettare  e pensare il futurosenza creare il NUOVO può mettere l'Ordine fuori dalla storia.

 

Ilcambiamento epocale che stiamo vivendo ci impone di valutare e quindi sceglieree produrre concretamente le risposte più adeguate poste dal crescentepluralismo culturale, dal movimento dei diritti umani, dall'invecchiamentodella popolazione, dalla crescita delle povertà vecchie e nuove, dal desideriodi pace e dal ridursi delle risorse economiche disponibili per la difesa dellostato sociale.

 

Come si dicein altra parte di questo documento, il dialogo bioetico si impone comeparametro del nostro corretto agire religioso e professionale, proprio perchéimpone un punto di vista più universale al nostro comportamento ed alle nostrescelte, mirate sempre alla promozione dell'umanità dell'uomo.

 

L'uomo, come ha testimoniato San Giovanni di Dio, non éun oggetto insignificante nel panorama della natura, ma un punto di vista originalesu tutta la creazione .(2)  Per testimoniare il futuro orizzonte della nostra ospitalitàdobbiamo considerare più a fondo le esigenze dell'uomo bisognoso collegandoetica e spiritualità ad un'antropologia coerente.

 

Oggi, noiConfratelli e Collaboratori abbiamo il compito di essere profeti di speranza,di dignità del sofferente, di amore che viene spento dalla tecnica e dalleleggi del mercato che hanno penetrato il mondo della sanità e dell'assistenza.

 

Nel passato,in molte circostanze, abbiamo sostituito o anticipato  l’ambito dello Stato: oggi dobbiamo entrare in questo ambito enelle organizzazione di mercato con la cultura e lo spirito di San Giovanni diDio a difesa del povero, degli anziani e dei cronici. L'Ordine deve realizzareun percorso che traduca l'insegnamento sociale della Chiesa, avvalendosi ditecnici competenti che lascino spazio alla creatività dell'amore e allaspiritualità dell'Ordine stesso.

 

Tutto questopotrebbe portare a ripensare la presenza dell’Ordine in alcune opere specifichema forse consentirà una rifondazioneall’inizio di questo millennio.

 

Creare ilfuturo vuol dire entrare come lievito nella pasta dell'umanità rinunziando arestare muti osservatori al di qua delle nostre limitate finestre, scambiatespesso per la totalità del mondo.

 

Mandati adevangelizzare il mondo sanitario, annunciamo che la salvezza é in mezzo a noi esi manifesta nell'accogliere Cristo nel fratello: ogni opera di ospitalità ésegno di speranza per raggiungere la vera salute.

 

8.2. Forza profetica dell'ospitalità

Per viverenella nuova ospitalità abbiamo bisogno di ridisegnare la nostra presenza nellasanità che cambia immettendoci in un movimento vertiginoso che rischia didistruggerci, a meno che non definiamo i nostri progetti e le strategieadeguate per realizzarli. Non si tratta di salvare delle "opere" madi rendere possibile l'annunzio del Vangelo attraverso la pratica del Carismadi ospitalità quale servizio a Dio nei bisognosi. Dopo aver sentito tanteinvocazioni al cambiamento, oggi siamo chiamati ad andare oltre il cambiamento:dobbiamo avviare un processo destinato a reinventarci e reinventarel'Ospitalità.

 

Attendere ovoler essere "perfetti" nel cambiamento significa non sentire Dio chepensa nella nostra storia personale e non solo nella storia delle nostre opere.Il tempo, il domani, non giocano a nostro favore se non viviamo con coraggio econ pienezza il nostro oggi.

 

La forzaprofetica, infatti, non si esprime semplicemente nella capacità di interpretarei segni dei tempi, ma anche e soprattutto nel saper andare oltre il presente e"leggere il futuro" secondo lo sguardo di Dio.

 

"Anchese il rinnovamento non é sparito dal lessico dell'Ordine e dai suoi progetti eviene auspicato e ricercato dai singoli e dalle Comunità, occorre che la suanecessità e i mezzi per la sua realizzazione vengano richiamati con maggioreforza". (3)

 

Rifletteresul rinnovamento con spirito profetico ci fa pensare a tante cose sulle qualioperare un discernimento. Rinnovare l'ospitalità significa offrire servizi diqualità per i bisogni umani, valutare correttamente le risorse economiche,considerare le esigenze di giustizia sociale, curare la formazione deiConfratelli e dei Collaboratori, adeguare le strutture organizzative.

Un vero sforzo di "formazione nuova” per i  Confratelli e per i  Collaboratori  si impone come scelta prioritaria. Non si può più avere unaformazione "provinciale": occorre avere un respiro mondiale. E'pertanto indispensabile una valorizzazione delle esperienze delle varieProvincie dell'Ordine, con interscambi culturali e pastorali per religiosi ecollaboratori laici, per avere una nuova spinta, un nuovo entusiasmo, capaci diispirare una nuova evangelizzazione ed una nuova ospitalità.

 

Ma tuttoquesto può non essere sufficiente a produrre un vero e proprio movimento diinnovazioni durature. Perciò, ispirati da un vero amore per il nostro serviziocarismatico non dobbiamo limitarci a semplici proposte correttive di situazioniche abbiamo trovato insufficienti o inadeguate. Dobbiamo andare alla radice deiproblemi, rimettere in discussione ciò che costa maggiormente mettere indiscussione, vale a dire noi stessi come persone, come Confratelli o comeCollaboratori, la nostra mentalità, il modo di guardare la nostra comunità e iCentri da noi animati.

 

I Confratellidebbono costruire un tessuto nuovo comunitario nel quale il ruolo di"proprietari" delle opere sia equilibrato dalla funzione di"animatori". Quindi, occorre che si aprano a una condivisione piùconvinta e coerente con quanti vogliono unirsi a loro con vincoli più strettidella pura e semplice collaborazione.

 

Ilrinnovamento richiesto dalla nuova ospitalità, la re-invenzione della nostraesistenza in sanità consiste piuttosto nel ridisegnare non soltanto lestrutture visibili ma anche quelle invisibili e quelle culturali. Dobbiamopensare ad una trasformazione che permetta di mantenere nel tempo imiglioramenti indipendentemente dalle variazioni del contestoeconomico-sanitario esterno.(4)

 

Il fine ultimo della vita dei Fatebenefratelli é di farepresente nel loro apostolato di carità Cristo che li invita a impegnarel’esistenza nell'evangelizzazione dei poveri e degli ammalati. (5) Allaluce della nuova evangelizzazione, la Chiesa li invita a verificare:

       - se il  loro apostolato ha in tutte le sueespressioni una autentica valenza evangelizzatrice;

       - in quale misura lecomunità nella loro azione apostolica sono coscienti del loro ruoloevangelizzatore;

       - fino a che punto isingoli si percepiscono e si apprezzano nella loro dimensione di testimoni delVangelo;

       - in quale misura sannoessere animatori motivati, fondati nel Vangelo ma nello stesso tempo sensibilialle scienze umane e organizzative;

       - fino a che punto sonoriusciti ad armonizzare la dimensione apostolica e la dimensione contemplativanella loro vita.

 

In ultimo, èimportante che riscoprano il senso di gioia che circonda il profeta entusiastadi aver scoperto il senso della sua chiamata: "Mi hai sedotto, o Dio, edio mi sono lasciato sedurre!".  (Ger 20, 7)

 

La partecipazionecondivisa della gestione, della testimonianza, della missione o dellaspiritualità si rivela il passaggio obbligato per realizzare il ministero disalute e salvezza che annunciamo profeticamente all'umanità sofferente.

Dobbiamoconvincerci nella pratica delle cose concrete che la soluzione partecipativacoinvolge le persone e impone la revisione del sistema gerarchico che spesso hacondizionato i rapporti tra Collaboratori e Confratelli, e anche tra iConfratelli stessi.

 

Lapartecipazione deve tracciare un suo itinerario che investa sia gli aspetticulturali e di comunicazione, sia quelli organizzativi e avvia alla maturazionedi più moderne relazioni nell'azienda-ospedale e nella comunità ospedaliera.

 

Ciò vuol diresottomettersi tutti ad un confronto costante sui problemi concreti quali laproduttività, il miglior uso delle strutture tecniche, la qualità del lavoro edel servizio, il riconoscimento della centralità dell'uomo malato. Lasoddisfazione del paziente va cercata in tutti i modi con la stessaintelligenza e costanza con cui va cercata la creazione di un ambiente dilavoro soddisfacente.

 

Lapartecipazione può accrescere la soddisfazione degli operatori e degli utentise viene sostenuta dallo sviluppo professionale, da un sistema retributivo piùvicino alle modalità partecipative, da un'attenta cura della formazionespirituale di tutti il fedeltà al carisma dell'ospitalità.

 

Ma, ancor dipiù, su un altro piano, la partecipazione comporta un'informazione più diffusae una comunicazione più interattiva di quanto non sia stato fatto finora.

 

8.3. Vitalità umano-divina del carismadell’ospitalità

Nulla puògarantirci il successo nelle sfide future o di mantenere le eventuali conquistese non l'Uomo radicato nella fiducia al Padre. Si può investire su tutto, ma segli uomini non sono all'altezza non c'è niente da fare. nella risposta convintae integrale alla chiamata di Dio noi coinvolgiamo tutto il nostro essere etutte le nostre risorse nel servizio all'umanità.

 

In questo, ilcarisma di ospitalità é grazia riversata per mezzo nostro sugli uominisofferenti e ci impegna a diventare guide morali Essere guide morali impone unacoerenza di vita nei comportamenti quotidiani, nell'espletamento dei nostricompiti, nella nostra opera di evangelizzatori positivi e propositivi nel mondosanitario.

 

Radicatinella fedeltà a Cristo uomo-Dio salvatore dell'uomo, noi dobbiamo costruire leopportunità perché sia rispettata la dignità umana, riconosciuto il senso e ildestino trascendente di ogni uomo.

 

Emerge qui ladimensione spirituale, più propriamente teologica del nostro carisma. Lavitalità umana del carisma, il visibiledel nostro stile, deve essere una manifestazione dell'invisibile del nostro legame con Dio. Dal modo in cui riconosciamoe connotiamo la figura di Dio e il "senso" della sua funzione nellastoria, nella natura, nell'esistenza degli uomini, noi determiniamo il Suoruolo nella nostra vita personale.

 

Il modello diazione apostolica che dobbiamo formulare ed attuare deve trovare il suofondamento nella teologia del servizio. Infatti, se la nostra sceltavocazionale é orientata al sollievo della sofferenza, noi dobbiamo determinarequal é il nostro modo di concepire tale compito come un preciso servizio reso aDio. Sta scritto, infatti:

 

"Quando verrà il Figlio dell'uomo nella suamaestà...allora il Re dirà a quelli che sono alla sua destra: venite, benedettidal Padre mio, prendete possesso del Regno preparato per voi sino dallacreazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mideste da bere; fui pellegrino e mi albergaste; ero nudo e mi rivestiste;infermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi. Allora i giusti glirisponderanno: Signore, quando mai ti vedemmo infermo o carcerato e siamovenuti a visitarti? E il Re risponderà loro: «in verità vi dico: ogni volta chevoi avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi ieri fratelli,l'avete fatto a me»". (Mt 25, 31-40)

 

Ma ciò che secondo il Vangelo appariva così istintualmente vicino allamentalità della Chiesa primitiva, in seno alla quale nascono i  Vangeli - lo spirito comunionale e il vivosenso della testimonianza - é più difficile da attuare nell'era moderna. Perchéla nostra visione del mondo, la cultura moderna, ci hanno portato ad escluderela vitale dipendenza divina e trascendente delle cose terrene.

 

Quindi énecessario rivedere i nostri procedimenti di pensiero e di azione, per potertrasformare la nostra esistenza di Confratelli e di Collaboratori, ed essereveramente "trasparenti", vivi testimoni dell'amore misericordioso.(6)

 

È dunqueimprorogabile la fondazione di un nostro modello efficace di teologia delservizio: il concetto di servizio é al centro della tradizione cristiana.

 

Nell'immensacomplessità della società contemporanea, la ricerca di un modello di teologiadel servizio deve essere compiuta quasi distaccandoci dalle abitudinidottrinali, come per un salto rischioso che ci porti alla invenzione diqualcosa di nuovo. Siamo chiamati a ripensare in maniera nuova la relazionefondamentale e fondante, sempre particolare tra la fede cristiana e le formedel servizio religioso, politico o intellettuale rese al mondo dalla prassisociale cristiana.

 

Occorre uncoraggio nuovo per rischiare questa apertura a doppia uscita che comprenda inun unico movimento sia Dio, il totalmente altro e l'uomo del tutto simile anoi. Una teologia dunque, centrata sull'ospitalità di Dio nell'uomo, edell’uomo nell’uomo. Soltanto inquesta rischiosa apertura, come una splendida avventura, potrà fondarsi ilnostro servizio.

 

Così ilmalato, il sofferente e il bisognoso diventa per la fede in Dio, una sorgentedi vita. Fare posto all'altro, esercitare il carisma dell'ospitalitàsignificherà in certo qual senso, cedere il posto all'altro e farlo vivere connoi e in noi.

 

Tradurre inoperosità questi principi o questi rischi avventurosi cambierebbe erivoluzionerebbe il nostro essere, daremmo una testimonianza che potrebbeaffascinare i giovani della nostra epoca e darebbe ai nostri centri unacaratteristica propria che il nostro fondatore volle per il suo ospedale.

 

Atteggiamento di semplicedisponibilità, ma anche lotta per offrire un posto “agli altri” nella nostrapreghiera, nelle nostre parole, nell’esercizio concreto delle nostreprofessioni, nell’accoglienza, nell’assistenza e nell’accompagnamento deimalati e dei bisognosi.

 

E cosìl'ospitalità diventa luogo teologico in cui Dio che ci ha accolti da sempre eispira gesti di ospitalità che Lo facciano sentire accolto negli uomini e Lorendano presente al mondo.

 

Per la riflessione:

 

1)      Qualisegni attuali ci fanno guardare al futuro con timore?

2)     Quali segni attuali ci fanno guardare al futuro con speranza?

 

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NOTEDELL’OTTAVO CAPITOLO

 

(1) Una primatraccia é stata indicata nel documento dell'Ordine Ospitalità dei Fatebenefratelli verso il 2000, trasmesso aiConfratelli nell'aprile 1987.

(2) Cfr. Seconda lettera di San Giovanni di Dio alla Duchessa di Sessa.

(3) LXIII CAPITOLO GENERALE, La Nuova Evangelizzazione e la NuovaOspitalità alle soglie del terzo millennio, Bogotá, 1994, # 3.3., ultimoparagrafo.

(4) Tutta la carica propositivadi queste parole é contenuta nella pagina conclusiva del documento La Nuova evangelizzazione e nuova ospitalitàalle soglie del terzo millennio, Op. Cit., 5.6.

(5) Cfr. Costituzioni n. 41

(6) Cfr. Costituzioni n. 2

(7) GIOVANNI PAOLO II, Redemptor Hominis, 1979. Vedi anche Vita Consacrata: ‘La vita consacrata epifania di Dio nel mondo’; n.73: Al servizio diDio e dell’uomo.

 

 



 

 

 


 

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