Messaggio di Natale 2006

Roma, 1 dicembre 2006

 

Roma, 1 dicembre 2006

Prot. N. PG 0611/06

 

 

MESSAGGIO DI NATALE

 

“Vi do la mia pace”

(Gv 14, 27)

 

 

A tutto l’Ordine

 

 

Cari Confratelli, Collaboratori, malati e quanti serviamo attraverso il carisma dell’Ospitalità, amici dell’Ordine,

 

 

Con questo mio primo Messaggio di Natale desidero salutare tutti coloro che fanno parte della nostra Famiglia Ospedaliera, che sono a noi legati o che usufruiscono dei nostri servizi, ovunque essi siano. Il Natale è un tempo veramente speciale per noi che abbiamo il privilegio di chiamarci cristiani, in ragione del dono della fede che abbiamo ricevuto. Ci sono nel mondo tanti uomini e donne che non condividono la nostra fede, ma che riconoscono in Gesù un grande Profeta o un uomo santo, e che per questo partecipano alle celebrazioni che contraddistinguono questo importante evento del nostro anno liturgico.

 

La liturgia dell’Avvento ci aiuta a prepararci spiritualmente per la festa del Natale, giorno in cui celebriamo la nascita di Cristo, il Salvatore del mondo. Accostiamoci a queste celebrazioni liturgiche con umiltà, con gratitudine a Dio per essere venuto tra noi e con il profondo desiderio di condividere la nostra gioia con gli altri perché, per usare le parole di San Pietro, è “la ragione della speranza che è in noi” (cfr.1 Pt 3,15).

 

Diffondiamo il vero significato del Natale

Stiamo vivendo in un mondo sempre più materialista che, in modi impercettibili o fin troppo evidenti, cerca di minare il vero significato del Natale attraverso i suoi tentativi di escludere Cristo da questa festa. Sappiamo che molte delle nostre solennità cristiane traggono le proprie origini da festività pagane, che la Chiesa ha incorporato, o che ha adattato alle proprie celebrazioni. Ciò è particolarmente vero per il Natale: il solstizio d’inverno si celebrava proprio in dicembre. In molte parti del mondo il 25 dicembre è il giorno più corto dell’anno, quando la luce del sole è presente solo per poche ore. Parte delle celebrazioni pagane, perciò, venivano fatte alla luce delle candele, e prevedevano alberi decorati, banchetti e altri riti. La cristianità ha adottato alcuni di questi simboli, come il ceppo di Natale (un gran ceppo di abete che soprattutto nel passato si accendeva nel camino per riscaldare l’ambiente in segno di ospitalità e di accoglienza per la venuta del Figlio di Dio), i rami di vischio, le candele dell’Avvento e gli alberi decorati. Per noi cristiani, ogni tentativo di rimuovere la figura di Cristo dal Natale è una cosa priva di senso, così come sarebbe stato insensato per i pagani togliere il sole dalle celebrazioni per il solstizio d’inverno. Pertanto, per trasmettere il vero significato del Natale, dobbiamo essere cauti, attenti, sensati e creativi nel nostro modo di celebrare questo evento cristiano.

La tendenza a eliminare dal Natale ogni riferimento a Cristo o a Dio, potrebbe avere gravi conseguenze per il futuro della Chiesa e per il suo messaggio, ma anche per la civiltà stessa. Credo che dobbiamo essere consapevoli di ciò che sta accadendo attorno a noi e di quanto viene fatto per distruggere la nostra memoria cristiana e i valori sui quali si basa il messaggio cristiano. “Se avessi compreso anche tu la via della pace!”, disse Gesù piangendo, nel vedere la città di Gerusalemme (Lc 19, 41). Oggi più di prima, noi seguaci di Gesù siamo chiamati a dare una testimonianza chiara ed inequivocabile di ciò in cui crediamo, dei valori che guidano le nostre decisioni e del modo in cui viviamo la nostra esistenza terrena.

La nostra difficoltà nel comunicare il vero significato del Natale e il suo messaggio sorge dal fatto che gran parte di quanto viene detto in questo periodo dell’anno purtroppo mal si adatta all’esperienza di molte persone povere e sofferenti, e alla realtà del mondo di oggi. Parliamo di pace mentre imperversano guerre, violenza e terrorismo. Noi abbiamo da mangiare in abbondanza, e invece tanti nostri fratelli e sorelle continuano a patire la fame.  Siamo bersagliati dalla pubblicità che ci invita al consumismo estremo, mentre tante persone non hanno neanche un tetto per proteggersi. Parliamo di casa e di famiglia, e invece anche attorno a noi sono tanti gli immigrati che vivono lontani dai propri familiari e che si sentono veramente soli, specialmente in questo periodo dell’anno. Molti di noi che si professano cristiani hanno delle gravi responsabilità al riguardo. Non sempre riusciamo a “praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con Dio” (Michea 6, 8).

Che regni la pace

Tutti dobbiamo contribuire affinché nella nostra società regni la pace. Tutti, senza eccezione alcuna, ci dobbiamo adoperare per creare una società giusta e pacifica, dove quanti amano la pace – la stragrande maggioranza delle persone – possa vivere nella pace. Pace non significa soltanto mancanza di guerra o di violenza, ma una società o un ambiente in cui siano rispettati i diritti di ogni persona; una società in cui tutti abbiano l’opportunità di crescere e di migliorare, così da consentire a ciascuno di raggiungere il pieno potenziale come essere umano e come figlio di Dio. Inoltre, una società può dirsi pacifica quando le persone che sono le più vulnerabili, le più deboli, come i malati, gli anziani, gli immigrati o i disabili, sono difesi e protetti. Nessuno si trova in una posizione svantaggiata quando regna la pace!


Il nostro modo di portare la pace

Per noi che facciamo parte della Famiglia Ospedaliera, contribuire a creare una società pacifica significa praticare l’ospitalità secondo il modo che ci è stato mostrato da San Giovanni di Dio. L’ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio è l’antitesi dell’ostilità.  La nostra ospitalità è la risposta, se vogliamo l’antidoto, per un mondo diviso da violenze, tensioni razziali, terrorismo, sfiducia, guerre, emarginazione per ragioni di malattia, disabilità, credo religioso, povertà o per differenze culturali. L’ospitalità praticata secondo lo stile di San Giovanni di Dio è ciò di cui ha più bisogno il nostro mondo.

In questa società globalizzata, molti Paesi corrono il pericolo di essere ridotti alla povertà, alla povertà morale. Sarebbe bene però ricordare che, così come l’alba di ogni nuovo giorno è composta dalla luce e dall’oscurità, nella vita reale ci sono le luci dell’amore, della generosità e della compassione, ma anche le ombre della violenza, della discriminazione, della manipolazione, e dei sistemi ingiusti di governo che lasciano le persone nella povertà, nella privazione e nell’oppressione. Questa è la realtà. E’ però anche il mondo che Dio ama, di cui Egli stesso ha fatto parte, e per il quale ha dato la propria vita. Molte persone, oltre ai loro familiari, che giungono in un nostro Centro o servizio perché colpiti dalla malattia o dalla disabilità, sperimentano la luce dell’ospitalità che porta loro conforto, guarigione e, per molti, la speranza di un futuro migliore.

Un dono speciale per Gesù

In questo periodo dell’anno, la natura della nostra missione esige che molti nostri Confratelli e Collaboratori lavorino durante il Natale e il Capodanno, spesso proprio la Notte Santa o a Capodanno. Vorrei rivolgermi in particolare a queste persone per ricordare i loro sacrifici, il loro attaccamento al lavoro e la generosità con la quale lo svolgono, e ringraziarle di cuore. Questo servizio è un grande atto di generosità e di altruismo da parte loro, e riceve tutto il nostro apprezzamento e la nostra ammirazione. Gesù si identifica con il bisognoso, con l’affamato e l’assetato, con il forestiero, l’ignudo, il malato e il carcerato. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). “Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 15). I nostri Confratelli e i nostri Collaboratori vivono questa realtà ogni giorno, ma penso che coloro che lavorano durante il periodo natalizio meritino una menzione speciale. Nella Notte Santa, si prendono cura di Gesù, nella persona dei malati, facendoGli in questo modo il miglior regalo che si possa fare.

Per molti il Natale è un tempo di tristezza

Per tante persone ricoverate nei nostri ospedali o centri residenziali, il Natale e il Capodanno possono costituire un momento di tristezza, perché sono lontane da casa. I Confratelli e i Collaboratori che si occupano di loro durante le festività perpetuano realmente l’operato di San Giovanni di Dio, prendendosi cura di questi malati con calore umano, comprensione e compassione. Lo stesso Giovanni di Dio, quando ritornava a casa la sera dopo aver chiesto l’elemosina in giro per la città, andava a visitare i malati del suo ospedale chiedendo se avessero bisogno di qualcosa. Mi ricordo che molti dei Confratelli più anziani della mia Provincia ogni sera, dopo la recita delle preghiere, si recavano a parlare con il personale che a quell’ora era in servizio, mostrando amicizia e apprezzamento per il loro lavoro. In un’altra delle nostre case, a Natale il Priore invitava i Collaboratori che smontavano il turno, o che iniziavano quello di notte, a venire nella casa della comunità per le celebrazioni, mostrando il proprio apprezzamento per il servizio reso ai malati o alle persone bisognose.

La porta dell’Ospitalità è sempre aperta

Nella maggior parte delle nostre istituzioni, viene fornito un servizio 24 ore al giorno e per 365 giorni l’anno. Mentre altre istituzioni come banche, scuole e persino chiese, sinagoghe e moschee, ogni giorno chiudono le porte ad una certa ora (anche in certe festività), la porta dei nostri centri, come quella della Casa di Ospitalità di San Giovanni di Dio, è sempre aperta per accogliere quanti hanno bisogno di noi. E’ una cosa molto bella che va salvaguardata e di cui dobbiamo andare orgogliosi. Così come il sole splende sempre sul mondo, anche l’ospitalità non smetterà mai di essere praticata dai nostri Confratelli e Collaboratori.

Oltre agli ospedali in cui le persone vengono per essere curate dalla malattia che le affligge, in molti Paesi l’Ordine possiede centri, asili notturni o case di ospitalità per persone che vivono situazioni particolari e che qui trovano una casa in cui vengono accolte. Siamo aperti nei confronti di queste persone, dimostrandoci sensibili e pronti a rispondere ai loro bisogni; in questo modo manteniamo vivo lo spirito di San Giovanni di Dio. E’ un prezioso servizio che rendiamo all’umanità. Per noi Confratelli, in particolare, come persone consacrate nell’ospitalità, è anche un privilegio che ci dà l’opportunità di portare la “testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare” (DCE, 31c). Nel farlo condividiamo la missione della Chiesa, che è quella di Cristo, perpetuando il suo ministero sanante per la salvezza per tutti. Mostriamo il volto di un Dio ospitale, che si privò di tutto, persino della sua essenza divina, per scendere tra noi come Gesù di Nazaret per mostrarci il suo amore infinito ed accompagnarci nel viaggio della vita, fino al ritorno alla Casa del Padre (cfr. 2 Cor 8, 9).

Un ricordo del Natale

Ho ancora vivo nella memoria un Natale che ho trascorso in Corea, assieme ai Confratelli della comunità. E’ stato per me un periodo di gioia e di grande ricchezza interiore. Vorrei condividere questo ricordo con voi. La vigilia di Natale di molti anni fa ci siamo recati nel posto in cui vivevano i senzatetto. Questi giovani vivevano raccogliendo bottiglie, vestiti vecchi, cartoni e altre cose da poter rivendere. Dopo averle raccolte, le mettevano in un grande cesto che poi si portavano sulle spalle mentre, a piedi, giravano per la città. Ci recammo a celebrare il Natale nella casa in cui vivevano i lustrascarpe del posto, e si unirono a noi anche i senzatetto. Noi portammo cibo, bevande e doni; mentre con canti e danze i nostri ‘amici’ pensarono ad animare la celebrazione. Ciascuno diede il proprio contributo, anche se probabilmente nessuno di loro era cristiano. Nel nostro cuore eravamo soddisfatti perché speravamo che, attraverso di noi, queste persone avrebbero potuto avvertire almeno un po’ dell’amore che Dio nutre per tutti gli uomini. Il giorno di Natale andammo in un luogo che, dopo la guerra civile, assomigliava ad un centro per i rifugiati. Abbiamo servito un pasto caldo agli oltre 200 residenti e a molte altre persone che per l’occasione arrivarono da un villaggio vicino, dove si viveva nell’estrema povertà. Ovviamente non incontravamo queste persone soltanto una volta l’anno; alcuni di loro venivano nel nostro ospedale per essere curati, mentre gli altri li incontravamo durante le nostre visite al loro domicilio. Quel Natale, mentre tornavamo a casa nel tardo pomeriggio per le nostre celebrazioni liturgiche, la cena e la preghiera serale avevano un significato particolare per noi, perché sentivamo di aver portato un po’ di gioia nella vita dei ‘più poveri tra i poveri’.

Ci sono molti modi per praticare l’ospitalità. Per usare le parole del nostro Fondatore,  non dobbiamo cessare mai di fare il bene mentre possiamo farlo” (cfr. 1 DS, 13). Come seguaci di San Giovanni di Dio, dobbiamo ritenerci fortunati per avere così tante opportunità di fare del bene per amore del Signore.

Conclusione

Come i re Magi che, seguendo la stella, giunsero alla capanna dove c’era il Salvatore del mondo, la maggior parte dei membri del nuovo Governo Generale (ad eccezione dei due che erano già qui, e cioè Fra Vincent ed io), sono arrivati a Roma. Non sono venuti su un cammello o seguendo una stella, ma per rispondere alla chiamata dei Confratelli riuniti nel Capitolo, per servire l’Ordine e la Chiesa nel ministero che è stato loro affidato come Consiglieri Generali o Segretario Generale. Hanno dovuto abbandonare molte cose per rispondere a questa chiamata, e ciò non è mai facile. Hanno lasciato il proprio Paese, la comunità e le persone con le quali hanno lavorato e costruito rapporti di amicizia e di cooperazione. Hanno lasciato anche i propri familiari, e questo non è un sacrificio solo per il Confratello ma anche per la sua famiglia, specialmente se i genitori sono anziani. In particolare, proprio i genitori avvertono intensamente il distacco, ma condividono anche la gioia e la giusta ricompensa per un’offerta che viene fatta liberamente, nel servizio reso per l’edificazione del Regno di Dio.

Per concludere, auguro a quanti fanno parte della Famiglia Ospedaliera di trascorrere un sereno Santo Natale. Prego il Signore affinché il nuovo anno 2007 porti a tutti salute e vigore, per continuare a servire i nostri fratelli e sorelle che hanno bisogno di noi, sospinti dall’intenso desiderio di comunicare l’amore di Dio per i suoi figli sofferenti.  In altre parole, per portare la Buona Novella. Impegniamoci a praticare l’ospitalità di San Giovanni di Dio con passione, con un inestinguibile desiderio di diffondere questo messaggio in tutto il mondo, nella ricerca di nuovi modi per esprimere l’ospitalità, per giungere alle persone malate, sole, a quanti non si sentono amati, o che sono rifiutati ed emarginati dalla società e portare loro speranza e cure, secondo quanto ci è stato insegnato da Gesù e tramandato dall’esempio di San Giovanni di Dio.

Ancora una volta, assieme al Governo Generale desidero ringraziare quanti ci hanno offerto il proprio supporto, in particolar modo nelle nostre Province d’origine, ed ovviamente i nostri familiari ed amici. Vi chiediamo di continuare a pregare per noi, di essere pazienti di fronte alle nostre mancanze e di sostenerci attraverso il vostro esempio e i vostri consigli. Grazie ancora a tutti, e che possiate trascorrere nel migliore dei modi questo Santo Natale. Che il Nuovo Anno 2007 sia per tutti apportatore di pace, di gioia e di serenità.

 

Vi saluto fraternamente in San Giovanni di Dio. 

 

 

 

Fra Donatus Forkan, O.H.

Superiore Generale

 

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