Storia della vita e sante opere di Giovanni di Dio

Prima biografia di San Giovanni di Dio

Capitolo 1

Capitolo 1

 

DELLA NASCITA E LUOGO D’ORIGINE
DI GIOVANNI DI DIO

 

 

Nell’anno del Signore 1538[1], regnando in Spagna l’imperatore Carlo V, arcivescovo della città di Granata [era] don Gaspare de Avalo[2], insigne, prudente e buon pontefice, il quale ai suoi tempi ebbe la gioia di veder fiorire nel suo vescovato uomini che si segnalarono per santità e virtù, tra i quali ve ne fu uno che, sebbene fosse povero, umile e spregevole agli occhi degli uomini, tuttavia era molto stimato agli occhi di Dio, sì che meritò di portare il suo nome: Giovanni di Dio.

Di nazione portoghese, questi nacque in un paese chiamato Montemor-o-Novo, che si trova nel vescovato di Evora, nel regno del Portogallo, da genitori di media condizione, non ricchi né del tutto poveri[3].

Crebbe in casa dei genitori fino all’età di otto anni, quando a loro insaputa venne portato da un chierico nella città di Oropesa, dove visse molto tempo in casa di un brav’uomo, chiamato il Mayoral[4].

Giunto ad età conveniente, costui lo mandò in campagna insieme agli altri suoi servitori che guardavano il gregge. Ivi attendeva a prendere e portare l’approvvigionamento necessario con ogni diligenza, perché, essendogli venuti a mancare i genitori in così tenera età, procurò di compiacere e servire questo brav’uomo nella menzionata occupazione e come pastore tutto il tempo che stette in casa sua. Per questo i suoi padroni gli volevano molto bene, ed era amato da tutti.

Essendo ormai giovane di 22 anni, gli venne la volontà di andare in guerra, e si arruolò in una compagnia di fanteria d’un capitano di nome Giovarmi Ferruz, che allora il conte di Oropesa inviava al servizio dell’Imperatore per soccorrere Fuenterrabía, che era stata occupata dal re di Francia[5].

Mosso Giovanni dal desiderio di vedere il mondo e godere di quella libertà che comunemente sogliono prendersi coloro che vanno in guerra correndo a briglia sciolta per il cammino largo (benché faticoso) dei vizi, incontrò in essa molti travagli e si vide in molti pericoli.

Trovandosi, infatti, in quella frontiera, un giorno a lui e ai suoi compagni venne a mancare l’approvvigionamento. Essendo egli giovane e molto volenteroso si offri per andare a cercare da mangiare presso certi casali o fattorie, che si trovavano un po’ distanti da loro. Per potere andare e tornare più presto, montò su una giumenta francese, che era stata presa ai nemici. Arrivato a circa due leghe da dove era partito, la giumenta, riconoscendo i luoghi nei quali di solito andava, cominciò a correre furiosamente per rientrare nella sua terra. Siccome, però, non aveva per briglia che una cavezza, con la quale Giovanni la guidava, non fu possibile trattenerla, e corse tanto per le falde di un monte che lo scaraventò contro alcune rupi, dove rimase per oltre due ore, senza parola, buttando sangue dalla bocca e dalle narici, completamente privo dei sensi, come un morto, senza che vi fosse alcuno che potesse vederlo ed aiutarlo in tanto pericolo.

Ripresi i sensi, tormentato dal colpo ricevuto per la caduta e visto il rischio di incorrere in altro non minor pericolo di esser fatto, cioè, prigioniero dai nemici, si sollevò da terra come meglio poté, senza quasi poter parlare, si mise in ginocchio e, alzati gli occhi al cielo, invocò il nome di nostra Signora la Vergine Maria, della quale fu sempre devoto, cominciando a dire: «Madre di Dio, venite in mio aiuto e soccorso, pregate il vostro santo figlio che mi liberi dal pericolo in cui mi trovo e non permetta che venga preso dai miei nemici».

Poi, sforzandosi alquanto e preso in mano un palo ivi trovato, col quale si aiutava, si mise in cammino e piano piano giunse dove stavano i suoi compagni ad aspettarlo. Avendolo visto così mal ridotto e credendo che lo avessero incontrato i nemici, gli chiesero che cosa fosse accaduto. Egli raccontò loro quanto gli era occorso con la giumenta, ed essi lo fecero mettere a letto e sudare, ponendogli molti panni addosso. Così di lì a pochi giorni, guarì e stette bene.

 

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Capitolo 2

 

D’UN ALTRO CASO CAPITATO A GIOVANNI
IN GUERRA CHE FU MOTIVO PER LASCIARLA

 

 

Non passarono molti giorni che venne a trovarsi in altro pericolo maggiore di questo, ed è il seguente.

Il suo capitano gli aveva dato in custodia certa roba, che era stata presa ad alcuni soldati francesi. Essendosi egli distratto e non avendola messa al sicuro, gli fu rubata.

Quando il capitano lo seppe, montò in tanta collera che, senza volere ascoltare le preghiere che gli rivolgevano in suo favore molti soldati, ordinò che fosse impiccato ad un albero.

Avvenne che si trovò a passare di là una persona generosa, per la quale il capitano aveva rispetto, e, conosciuta la causa della condanna, lo pregò di non fare eseguire l’ordine, contentandosi che Giovanni non gli comparisse più davanti e lasciasse subito il campo[6].

Vedendo Giovanni il pericolo in cui si trovava la sua vita e la cattiva ricompensa che il mondo dà a chi più lo segue, decise di tornarsene ad Oropesa a casa del suo padrone il Mayoral, e riprendere la vita quieta di pastore che conduceva prima, parendogli in tutto molto più sicura che non quella della guerra.

Il suo padrone provò una gran gioia nel rivederlo, perché l’amava come un figlio, essendo Giovanni fedele e diligente, ed era cresciuto in casa sua.

Questa seconda volta rimase con lui, servendolo, quattro anni, in capo ai quali, poiché i giovani non sogliono star fermi e non si accontentano di poca esperienza, stando un giorno con i suoi compagni a custodire il gregge in campagna, venne a sapere che il conte di Oropesa andava con uomini in Ungheria al servizio dell’imperatore, il quale si era recato a Vienna per fermare l’avanzata del Turco da quella parte[7].

Informatosi bene di ciò, Giovanni, dimentico di quanto gli era accaduto a Fuenterrabía, decise di arruolarsi al seguito del conte, come effettivamente si arruolò.

Durante tutto il tempo che il conte stesse in Ungheria nel campo dell’Imperatore, Giovanni servì con molta diligenza nella sua casa, sì che era amato da tutti[8].

Finita la guerra e ritiratosi il Turco, il conte tornò per mare in Spagna e, sbarcando nel porto della Coruña, si recò a Oropesa. Giovanni sbarcò con lui.

 

 

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Capitolo 3

 

COME GIOVANNI DI DIO TORNÒ NELLA SUA TERRA
E DI QUELLO
CHE GLI ACCADDE

 

 

Allorché, dunque, il conte sbarcò, Giovanni ebbe un gran desiderio di andare nella sua terra, perché di là il cammino gli sembrava comodo e perché non vi era mai tornato da quando ne parli bambino, e per aver notizie dei suoi genitori e parenti.

Si mise in cammino e giunse a Montemor-o-Novo, e, chiedendo dei propri genitori, nessuno dei suoi parenti lo riconobbe, essendo andato via dalla terra quand’era tanto piccolo, né sapevano dargli informazioni di essi perché non sapeva neppure il nome dei suoi genitori.

Andando dagli uni agli altri, s’imbatté in un suo zio, vecchio onorato e di buona vita, e, parlando con lui, questi, sia per le indicazioni che dava dei suoi genitori, sia per la fisionomia del volto, lo riconobbe e gli chiese che n’era stato di lui dopo che andò via da quella terra[9].

Giovanni di Dio glielo narrò e lo mise al corrente di tutto quello che gli era accaduto dopo che lo avevano portato via dalla casa di suo padre.

Dopo aver parlato tutti e due gran parte della giornata, interrogandosi l’un l’altro, lo zio gli disse:

«Figlio, dovete sapere che vostra madre morì dopo pochi giorni che vi portarono via da questa terra.

Dal suo dolore e dalla pena che sentì per la vostra assenza, e perché non sapeva chi vi avesse portato via, né dove né come vi avesse condotto così piccino, tutti capimmo che tale pena le aveva accorciato tanto presto i suoi giorni e fu causa principale della sua morte.

«E vostro padre, vedendosi senza moglie e senza figli, se ne andò a Lisbona, dove entrò in un monastero e ricevette l’abito del signor San Francesco, ed in esso fini santamente i suoi giorni[10].

«Pertanto, se volete, figlio, rimanere in questa terra e stare in casa mia, io vi aiuterò e vi terrò in luogo di figlio, tutto il tempo che gradirete la mia compagnia, come lo vedrete con i fatti».

Giovanni risenti molto la morte dei suoi genitori, specialmente perché gli sembrava di essere stato anch’egli causa delle loro pene, e ben lo dimostrava col pianto e con molte parole di rammarico, sì che mosse alle lacrime anche lo zio.

Lo ringraziò, quindi, della sua intenzione e di quanto aveva fatto per lui: e, vedendosi senza genitori, solo e non conosciuto dai suoi parenti, trascorso alquanto tempo, gli disse: «Signor zio, giacché Dio ha voluto chiamare a sé i miei genitori, è mia volontà di non rimanere in questa terra, ma di cercare un luogo dove io possa servire nostro Signore fuori del luogo nativo, come fece mio padre, lasciandomene tanto buon esempio. E poiché sono stato tanto cattivo e peccatore, è giusto che, avendomi il Signore dato la vita, quella che mi rimane la spenda nel fare penitenza e servirlo. E confido nel mio Signore Gesù Cristo che mi darà la sua grazia perché io possa realmente mettere in pratica il mio desiderio. Datemi, perciò, la vostra benedizione e raccomandatemi molto a Dio perché mi conduca per mano, ed il Signore vi rimuneri per la buona intenzione ed accoglienza che mi avete fatta in casa vostra».

E lo zio gli diede la sua benedizione, ed abbracciandosi i due si separarono, non senza abbondanza di lacrime, mentre il buon vecchio, mirando al cielo, gli diceva: «Giovanni, andate felicemente, poiché io spero che nostro Signore vi assisterà nell’attuare i vostri buoni desideri, e che le preghiere dei vostri buoni genitori vi aiuteranno molto affinché possiate andare a tener loro compagnia».

 

 

 

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Capitolo 4

 

DI CIÒ CHE IN SEGUITO ACCADDE A GIOVANNI DI DIO

 

Congedatosi dallo zio e ricevuta la sua benedizione, se ne andò verso l'Andalusia e, in terra di Siviglia, si allogò come pastore del gregge di una signora, occupandosi per alcuni giorni in quel lavoro, nel quale era cresciuto e che perciò gli piaceva sopra ogni altro[11].

Sembra che nostro Signore abbia voluto così farlo esercitare per qualche tempo in questi due lavori: della pastorizia e della guerra, che sono molto a portata di mano e, specialmente quello della guerra, si addicono molto alla vita spirituale, la quale all'uomo che l'ha intrapresa fa ben vedere che non gli conviene mai lasciare le armi dalla mano, bensì combattere continuamente col demonio, col mondo e con la carne, come appunto fece Giovanni. E si esercitò anche nel lavoro della pastorizia, dovendo essere pastore e guida di tanti poveri e bisognosi, ai quali con tanta amorevole industria procurò il cibo spirituale e temporale e la cura del loro corpo.

Egli perciò diceva che sentiva una gran pena allorché in casa del conte di Oropesa vedeva nella scuderia i cavalli grassi e lucidi e ben coperti, ed i poveri invece deboli ed ignudi e trattati male. E dentro di sé diceva: «E come, Giovanni, non sarebbe meglio che tu attendessi a curare e nutrire i poveri di Gesù Cristo, piuttosto che le bestie del campo?». Poi, sospirando, esclamava: «Dio mi conceda un giorno di poterlo fare».

Con questo veemente desiderio, e non vedendo ancora quale via nostro Signore gli avrebbe aperto per servirlo (benché gliene avesse già dato la volontà), se ne andava triste e non trovava tranquillità né riposo, né gli piaceva più stare a guardare le pecore.

E così, dopo essere stato alcuni giorni presso quella signora, un giorno, pensando che cosa avrebbe dovuto fare per abbandonare il mondo, senti un gran desiderio di andarsene nelle parti dell'Africa e vedere quella terra e rimanervi qualche tempo; e lo pose subito in atto.

Licenziatosi, pertanto, dalla sua padrona, si recò a Gibilterra, che è frontiera di Ceuta. Siccome nostro Signore lo incamminava in modo che, esercitandosi in alcune opere eroiche di carità, meritasse parte di quella grazia che poi gli avrebbe concesso, a Gibilterra gli fece incontrare un cavaliere portoghese, il quale, si recava a Ceuta, inviatovi in esilio dal re del Portogallo, a causa di alcuni delitti commessi, per cui gli erano stati confiscati i beni e gli era stato comandato di stare alcuni anni in quella frontiera[12]. Avendo Giovanni parlato con lui e manifestatagli la propria intenzione, quegli si offrì di prenderlo con sé e fargli un ottimo trattamento e pagarlo molto bene. Accordatisi in tal senso, i due s'imbarcarono e giunsero a Ceuta[13].

 

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Capitolo V

 

DI CIÒ CHE ACCADDE A GIOVANNI DI DIO

FINO AL SUO RITORNO IN SPAGNA

 

 

Giunti che furono tutti a Ceuta, quella terra fu tanto nociva al cavaliere e ai suoi familiari, che per questo, come deve credersi, e per la gran pena che sentivano nel vedersi esiliati e poveri, caddero tutti malati, il che fu causa che finissero di spendere quel poco che avevano portato e trovarsi così in estrema necessità.

Si videro perciò costretti a chiedere aiuto a Giovanni di Dio, che, per quanto poco, era il maggiore che allora potevano avere, dato il luogo e la circostanza. E così il cavaliere decise di chiamare Giovanni e confidargli in segreto la sua grande necessità, dimostrandogli quanto fosse impellente per mantenere quelle povere ed oneste ragazze, che erano cresciute nell’abbondanza; e, non avendo essi altro aiuto, lo pregava di volersi recare a lavorare nelle opere del Re, che allora si stavano eseguendo a Ceuta per la fortificazione di alcune muraglie, sì che, con quello che gli dessero, avrebbero potuto mangiare tutti.

Queste ragioni, che da se stesse commuovevano molto e specialmente il cuore di Giovanni già così inclinato a qualsiasi opera che riconosceva essere di servizio e gradimento a nostro Signore, furono per lui tanto persuasive che, vedendosi aperta la via all’attuazione del suo desiderio, si offrì subito assai volentieri a fare quello che gli si chiedeva; e così fece per tutto il tempo che stette in casa di lui, consegnandogli ogni sera la paga della giornata ben volentieri vedendo che con essa si mantenevano quelle povere ragazze e i loro genitori.

Se accadeva talvolta che per qualche impedimento Giovanni non andava a lavorare o avendo lavorato non gli davano la paga, essi non mangiavano; e così tiravano avanti con molta pazienza e senza parlarne con nessuno.

Era tanto buona quest’opera e sembrava che fosse tanto gradita a nostro Signore, che alcun volte Giovanni di Dio diceva di aver capito che nostro Signore, per sua grande bontà, in quel tempo lo condusse ad esercitarsi in quell’opera buona per meritare un po’ di quella grazia che poi gli concesse.

Vedendo però il demonio, nostro avversario, il frutto che da quest’opera buona riportava chi la faceva e chi la riceveva, procurò d’impedirla con la sua malizia abituale, e fu così: quelli che andavano a lavorare nelle menzionate opere, dai ministri del Re venivano maltrattati, a fatti e a parole, come se fossero schiavi; e perciò, non potendo essi usare della propria libertà, trovandosi nella frontiera, ed andare in terra di cristiani, alcuni, impazienti e, come si deve supporre, di cattivi costumi, fuggivano nella vicina città di Tetuan e si facevano mori. Tra questi vi fu un compagno di Giovanni, con cui aveva contratto amicizia, il quale, ingannato dal demonio, fuggi e andò a farsi moro, senza avergli accennato nulla.

Fu tanto grande il dolore che sentì Giovanni di Dio per la sventura del suo compagno, che non faceva se non piangere e gemere, dicendo: «Oh, povero me! Qual conto dovrò io dare di questo fratello, che ha voluto così separarsi dal grembo della santa Madre Chiesa e rinnegare la verità della sua fede per non voler sopportare un po’ di travaglio!». E, mentre il suo pensiero era occupato in tale immaginazione, il demonio gli andava suggerendo che ciò era accaduto per colpa sua, e, non resistendogli Giovanni per la sua debolezza, giunse fin quasi a persuaderlo di disperare della propria salvezza e di fare come aveva fatto il suo compagno.

Ma nostro Signore, che teneva lo sguardo su di lui e lo destinava a grandi cose, lo scosse, come suol fare, nella maggiore necessità, e si compiacque di aprirgli gli occhi dell’anima e fargli comprendere il pericolo in cui si trovava e provvederlo del rimedio necessario, che fu di guidarlo al medico spirituale, com’egli stesso aveva già chiesto con molte lacrime e sospiri implorando il soccorso della Vergine nostra Signora. Recatosi in un convento dell’Ordine di san Francesco, che si trova lì a Ceuta, il Signore gli fece incontrare un frate, dotto e di buona vita, al quale fece una lunga confessione e scoprì le proprie piaghe; e quello gli diede il rimedio che allora conveniva, ordinandogli espressamente, fra altre cose, di lasciare subito quella terra e di tornarsene in Spagna per vincere del tutto quella diabolica tentazione, perché essendo essa tanto grave richiedeva un efficace rimedio; il che fu da lui attuato il più presto possibile, benché ne soffrisse molto pensando all’aiuto che veniva a mancare ai suoi padroni. Vedendo però che ciò era necessario, depose ogni altro pensiero, si recò da loro e disse che la sua partenza era necessaria per la salvezza della propria anima, e non poteva quindi farne a meno; che lo perdonassero; che egli avrebbe desiderato continuare a render loro quel servizio con la medesima buona volontà avuta fino allora tutto il tempo che fossero rimasti li, ma che nostro Signore comandava diversamente; che il Signore, qual Padre, avrebbe avuto cura di loro soccorrendoli come aveva fatto fino allora; che confidassero perciò in lui e gli dessero il permesso di andarsene.

Non è possibile dire il dolore che padre e figlie sentirono a questa notizia. Visto però che non se ne poteva fare a meno, gli diedero il permesso piangendo tutti ed augurandogli che il Signore si compiacesse di dargli nelle sue necessità quel soccorso che egli aveva dato loro, e così avesse sempre il suo aiuto.

E con questo, si congedò da loro, s’imbarcò e giunse a Gibilterra.

 

 

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Capitolo 6

 

DI CIÒ CHE ACCADDE A GIOVANNI DI DIO
FINO ALL’ULTIMA SUA CONVERSIONE A DIO

 

Appena Giovanni di Dio sbarcò a Gibilterra, si recò in una chiesa e, inginocchiatosi dinanzi all'immagine di un crocifisso, rese molte grazie a nostro Signore, dicendo: «Siate voi benedetto, Signore, ché la vostra bontà è tanto grande che, pur essendo io un gran peccatore e tanto immeritevole, vi siete degnato di liberarmi da sì grande inganno e tentazione, in cui per i miei grandi peccati son caduto, e di condurmi al porto della sicurezza, dove mi sforzerò di servirvi con tutte le mie forze, concedendomene voi la grazia; e vi supplico, perciò, quanto posso, mio Signore, di volermela dare e di non distogliere da me gli occhi della vostra clemenza, e degnarvi di indicarmi il cammino che devo intraprendere per servirvi ed essere per sempre vostro schiavo, e dare finalmente pace e tranquillità a quest'anima, trovando così ciò che tanto desidera, e con tanta ragione, poiché, Signore, siete degnissimo che la vostra creatura vi serva e vi lodi e si doni a voi con tutto il cuore e con tutta la volontà».

Rimase lì alcuni giorni, durante i quali si preparò e fece una confessione generale; e continuamente, ogni volta che poteva, entrava nelle chiese a pregare, e chiedeva sempre a nostro Signore, con tutto il cuore e molte lacrime, che gli perdonasse i peccati e gli aprisse la via in cui doveva servirlo.

Andava sempre a lavorare secondo che trovava; e, siccome si contentava di poco per sostentarsi, risparmiava danaro dalla paga giornaliera, e così giunse ad avere una piccola somma, con la quale comprò alcuni libri devoti, catechismi[14] ed immagini su carta, per venderli a sua volta, andando da un luogo all'altro dei dintorni. Gli sembrava, infatti, che con tale lavoro sarebbe vissuto in maggiore tranquillità e più virtuosamente che non fino allora, ed avrebbe inoltre giovato ad ogni sorta di gente, perché comprava anche dei libri profani e, quando alcuni venivano a comprarne, approfittava dell'occasione per dir loro che non comprassero quello ma un altro devoto e buono. Così li persuadeva e consigliava loro di leggere buoni libri, dando anche buoni avvertimenti specialmente ai fanciulli.

Con questa pia industria insegnava ottime cose e dava, inoltre, a molto minor prezzo il libro devoto perché lo comprassero, svilendo la merce temporale per vendere quella spirituale, a motivo del guadagno eterno che voleva ricavarne. Altrettanto faceva per le immagini, persuadendo tutti e dicendo che nessuno doveva esserne privo, perché, vedendole, ravvivassero continuamente la devozione e richiamassero alla memoria quanto esse ricordano e rappresentano; e lo stesso per i catechismi, perché potessero insegnare la dottrina cristiana ai propri figli.

Nel far questo aveva tanta buona grazia ed era tanto umano ed affabile con tutti, che molti compravano quello che non pensavano di acquistare, persuasi da quanto diceva con tanto buon garbo ed amore.

In poco tempo, pertanto, giunse ad aumentare il capitale spirituale e temporale, perché, oltre all’opera buona che faceva, inducendo molti a leggere buoni libri (è notorio il gran bene che da ciò risulta), accrebbe altresì il fondo dei libri, potendone avere di più e migliori.

Sembrandogli, però, molta fatica andare sempre col fagotto sulle spalle e di luogo in luogo, decise di recarsi a Granata ed ivi stabilire la sua dimora, e così fece: vi si recò all'età di 46 anni[15] e prese casa ed aprì bottega a porta Elvira, dove rimase svolgendo il suo lavoro fino a quando nostro Signore si compiacque di chiamarlo per servirlo in altro migliore[16].        

 

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Capitolo 7

 

DELLA CONVERSIONE DI GIOVANNI  DI  DIO AL SIGNORE

 

 

Essendo, infatti, il buon Giovanni di Dio tutto preso dal suo lavoro, il Signore, che non dimenticava la grazia che doveva fargli, si ricordò di lui, rivolgendo i suoi occhi di misericordia sopra di lui ed innalzandolo ad un altro differente lavoro, facendolo, da gran peccatore, gran penitente e giusto, e dispensiere dei suoi poveri. E fu in questo modo.

Nel giorno del beato martire san Sebastiano, nella città di Granata si faceva allora una festa solenne nel Romitorio dei Martiri, che si trova nella parte alta della città, di fronte all’Alhambra[17], ed avvenne che vi andò a predicare un eccellente uomo, maestro in teologia, chiamato il maestro Avila, luce e splendore di santità, prudenza e lettere, a tutti quelli del suo tempo, e tale che, col suo buon esempio e con la sua dottrina, nostro Signore, in tutta la Spagna, ricavò gran frutto tra le anime, in ogni genere e stato di persone, tanto che su questo si richiederebbe una narrazione molto particolareggiata. E siccome le sue prediche erano tali e tanto celebri, lo seguiva, con molta ragione, un gran numero di gente, e così fu in quel giorno; e fra gli altri andò ad ascoltarlo anche Giovanni di Dio[18].

Siccome il terreno della sua anima era sufficientemente disposto, per le confessioni e gli atti d carità che, come abbiamo detto, faceva, la parola di Dio in essa fruttificò.

Quell’uomo di Dio esaltava con vive ragioni il premio che il Signore aveva dato al suo santo martire per aver sofferto tanti tormenti per amor suo, concludendo da ciò fino a che punto un cristiano deve esporsi per servire il suo Signore e non offenderlo, ma patire piuttosto mille morti.

Aiutato dalla grazia del Signore, che diede vita a quelle parole, queste si fissarono talmente nell’intimo del suo animo e furono così efficaci, che subito mostrarono la loro forza e la loro potenza; poiché, terminata la predica, usci di là, come fuori di sé, chiedendo ad alta voce misericordia a Dio e, in dispregio di sé (come colui che davvero ormai stimava ciò che dev’essere stimato), si gettava a terra e batteva la testa sui muri, e si strappava la barba e le sopracciglia, e faceva altre cose, le quali facilmente davano a tutti il sospetto che avesse perduto la ragione.

Facendo salti e correndo, ripetendo le medesime parole, cominciò ad entrare in città, seguito da molta gente, e specialmente da ragazzi, che gli gridavano dietro: «Al pazzo! Al pazzo!»; e continuò fino alla sua dimora, dove aveva bottega e quanto possedeva. Appena vi giunse, prese i libri che aveva e, con le mani e con i denti, ridusse in molti pezzi quelli che trattavano di cavalleria e di cose profane, e quelli, invece, che trattavano della vita dei santi e della buona dottrina, li dava volentieri gratuitamente al primo che glieli chiedesse per amor di Dio. Lo stesso fece per le immagini e per tutto il resto che aveva in casa. E siccome coloro che ricevevano non venivano meno, in poco tempo rimase senza capitale e privo di tutti i beni materiali, perché non si limitò soltanto a questo, ma diede anche gli indumenti che aveva addosso, spogliandosene e dando ogni cosa, si che non gli rimase se non la camicia e un paio di calzoni, che ritenne per coprire la sua nudità.

E così, nudo, scalzo e col capo scoperto, tornò nuovamente a gridare per le strade principali di Granata, volendo, nudo, seguire Gesù Cristo nudo, e farsi totalmente povero per colui che, essendo la ricchezza di tutte le creature, si fece povero per mostrare ad esse il cammino dell’umiltà. In questo modo Giovanni andò chiedendo misericordia al Signore per le strade di Granata, e, seguendolo molta gente per vedere quello che faceva, giunse alla chiesa maggiore[19], dove, messosi in ginocchio, cominciò a gridare dicendo: «Misericordia, misericordia, Signore Dio, di questo grande peccatore che vi ha offeso!». E, graffiandosi , dandosi schiaffi e percosse e buttandosi a terra, non cessava di piangere e dar grida e chiedere al Signore perdono dei suoi peccati.

Era tanto quello che faceva, che, essendo stato visto da persone onorate, queste, mosse a compassione e considerando che quella non era pazzia, come comunemente si giudicava, lo alzarono da terra e, confortandolo con amorevoli parole, lo condussero nella dimora del padre Avila, per la predica. Ed egli ordinò a tutta la gente che veniva con lui di andar fuori, e rimase nella camera solo con lui; e Giovanni di Dio si gettò in ginocchio ai suoi piedi e, dopo di avergli fatta una breve narrazione della sua vita passata, gli manifestò, con grandi segni di contrizione, i propri peccati, e gli disse di prenderlo sotto la sua protezione e la sua guida, giacché il Signore, per mezzo suo, aveva cominciato a fargli tante grazie, ché da quell’ora egli lo prendeva per padre suo e profeta del Signore, ed era disposto ad obbedirgli fino alla morte.

 

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Capitolo 8

 

DI CIÒ CHE POI ACCADDE A GIOVANNI
E COME FU PRESO PER PAZZO

 

 

Il padre maestro Avila rendeva molte grazie a nostro Signore, vedendo i grandi segni di contrizione del nuovo penitente e il dolore che mostrava di sentire per avere offeso il Signore; e gli concesse di accoglierlo come figlio spirituale fin d’allora, e gli promise che avrebbe avuto cura di consigliargli ciò che sarebbe stato conveniente, dicendo: «Fratello Giovanni, confortatevi molto in nostro Signore Gesù Cristo e confidate. nella sua misericordia, poiché avendo egli incominciato quest’opera, la porterà a compimento; e siate fedele e costante in ciò che avete iniziato. Non voltatevi indietro, né lasciatevi vincere dal demonio. Sappiate che coloro che combattono come bravi cavalieri nella milizia di questo Signore sino alla fine, godranno con lui nella gloria; e quelli che voltano le spalle come codardi, cadranno nelle mani dei loro nemici e periranno per sempre. Quando, poi, vi sentirete sconsolato e afflitto (il che non può mancare) per le fatiche e le tentazioni che sogliono incontrare coloro che incominciano a combattere le battaglie del Signore, venite da me, perché, conoscendo io le percosse e le ferite che più vi fanno soffrire, e le insidie con le quali maggiormente vi combatte l’avversario, con la grazia e il favore di nostro Signore troverete la medicina salutare che curi la vostra anima, e nuove forze per combattere contro i vostri nemici. Andate in pace, con la benedizione del Signore e mia, perché io confido nel Signore che non vi sarà negata la sua misericordia». Giovanni di Dio rimase tanto consolato ed animato dalle parole e dai buoni consigli di quel santo uomo, che ricuperò di nuovo le forze per dispregiare se stesso e mortificare la propria carne e desiderare di essere da tutti preso e stimato pazzo e cattivo e degno di ogni disprezzo e disonore, per meglio servire e piacere a Gesù Cristo, poiché viveva solo sotto il suo sguardo, e per meglio coprire con questa santa cautela la grazia che aveva ricevuto dalla sua mano. E per questo, uscendo dal padre Avila, scelse come mezzo di andare a piazza Bibarrambla[20], dove si gettò e si arrotolò tutto in una pozza di fango che vi era, e, mettendo la bocca nel fango, cominciò a confessare ad alta voce, davanti a tutti quelli che lo guardavano (ed erano molti) i peccati che gli venivano in mente, dicendo: «Io sono stato un grandissimo peccatore verso il mio Dio, e l’ho offeso in questo e quest’altro peccato. Un traditore che ha fatto questo, quindi, che cosa merita se non di essere da tutti percosso e maltrattato e tenuto per il più vile del mondo e gettato nel fango e nel loto dove vengono buttate le immondizie?».

Tutta la gente del volgo, vedendo ciò, credette che avesse perso la ragione. Ma siccome egli era ormai tutto infiammato della grazia del Signore e desiderava morire per lui ed essere vilipeso e disprezzato da tutti, perché di fatto lo facessero, usci dal fango e, così come stava, cominciò a correre per le principali strade della città, saltando e facendo mostra di essere pazzo.

Al vederlo, i ragazzi e una numerosa plebaglia cominciarono a seguirlo, gridando e schiamazzando e tirandogli sassi e fango ed altre molte immondizie. Ma egli soffriva tutto con molta pazienza e contentezza, come se fosse a una festa, sembrandogli gran fortuna poter giungere a soddisfare i suoi desideri di patire qualche cosa per colui che tanto amava, e senza fare del male a nessuno.

Portava una croce di legno nelle mani e la dava a baciare a tutti. E se qualcuno gli diceva di baciare la terra per amore di Gesù, obbediva subito e lo faceva, anche se c’era molto fango e glielo avesse comandato un fanciullo.

Fece questo per alcuni giorni con tanto fervore, che molte volte cadeva in terra stanco e stordito dallo schiamazzo e dagli urtoni e dalle percosse che gli davano, poiché usava tanta abilità nel fingere la pazzia, che realmente quasi tutti lo credettero pazzo. Era, poi, tanto debole per le continue sofferenze che gli infliggevano e per il poco nutrimento, che non poteva reggersi in piedi, e, ciò non ostante, non era ancora sazio di obbrobri, ed offriva con volto lieto (senza lagnarsi né protestare) il proprio corpo alle sassate e alle percosse dei ragazzi.

Avendolo visto in tale stato due uomini dabbene della città, mossi a compassione di lui, lo presero per mano e, togliendolo dallo schiamazzo del volgo, lo condussero all’Ospedale Reale, che è il luogo dove vengono rinchiusi e curati i pazzi della Città[21], e pregarono il maggiordomo di volerlo ricoverare e farlo curare, mettendolo in una stanza, dove non vedesse gente e potesse riposare, perché così forse si sarebbe guarito della pazzia che lo aveva colpito.

Il maggiordomo, poiché lo aveva visto andare per la città e soffrire quel tormento, lo ricevette subito ed ordinò a un infermiere di ricoverarlo.

Avendolo visto così maltrattato, con gli indumenti a brandelli e pieno di ferite e lividure per le percosse e le sassate, lo presero subito in cura. E sebbene all’inizio procurarono di trattarlo con buone maniere perché potesse tornare in sé e non soccombesse, dato che la principale cura che ivi si pratica a questi tali consiste in sferzate e nel contenerli in aspri vincoli, e cose simili, affinché, mediante il dolore e il castigo, perdano ferocia e, tornino in sé, gli legarono i piedi e le mani, e, nudo, con un flagello a doppia corda, gli diedero una buona dose di frustate.

Siccome, però, la sua infermità era di essere ferito dall’amore di Gesù Cristo, affinché, per suo amore, gli dessero più frustate e lo trattassero peggio, cominciò a dire in questo modo: «Oh, traditori nemici della virtù, perché trattate cosi male e con tanta crudeltà questi poveri infelici e fratelli miei che si trovano in questa casa di Dio insieme a me? Non sarebbe meglio che aveste compassione di essi e delle loro sofferenze, e li puliste e deste loro da mangiare con più carità ed amore di quello che non fate, poiché i Re Cattolici per questo lasciarono tutte le rendite che occorrevano?».

Udendo ciò gli infermieri, sembrando loro che alla pazzia aggiungesse la malizia, e volendolo curare dell’una e dell’altra, alla flagellazione aggiunsero altri poderosi colpi, più di quanti ne davano a coloro che ritenevano soltanto pazzi.

Non per questo egli cessava, sotto quel pretesto, di rimproverarli per le negligenze che vedeva commettere da essi. Ma tutto gli veniva ricambiato con una doppia dose di frustate. E così, in questo modo, patì molto più di quanto possa dirsi, offrendo in cuor suo tutto a colui per amore del quale soffriva e per il quale si era messo in quell’impresa.

 

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Capitolo 9

 

COME IL PADRE AVILA MANDÒ A VISITARE
E CONSOLARE GIOVANNI DI DIO NELL’OSPEDALE

 

 

Allorché il maestro Avila seppe che Giovanni di Dio, preso per pazzo, si trovava all'Ospedale Reale, conoscendo bene la causa della sua infermità e pazzia, inviò subito un suo discepolo a visitarlo e dirgli che si rallegrava molto di ogni suo bene, vedendo che cominciava a patire qualche cosa per amore di Gesù Cristo; che da parte sua lo pregava, per lo stesso Signore, di comportarsi come un buono e coraggioso soldato, esponendo la vita per il suo re e signore, e che ricevesse con umiltà e pazienza tutte le sofferenze che la divina Maestà gli avrebbe mandato; poiché, se considerava quanto il nostro Redentore patì sulla croce, qualunque tormento gli sarebbe sembrato lieve; e dicevagli inoltre: «Addestratevi, fratello Giovanni, ora che ne avete il tempo, per quando andrete per il mondo a combattere contro i tre nemici, ed abbiate fiducia che il Signore non vi abbandonerà».

Il fratello Giovanni riteneva come un gran favore, e gli era di molta consolazione, che il suo buon padre e maestro Avila mandasse a visitarlo e si ricordasse di lui, che stava in quella prigione, dimenticato da tutti; e che solo egli, dopo il Signore, ne avesse memoria per consolarlo nelle sue sofferenze. E perciò piangeva per la gioia che sentiva di questa grazia che il Signore gli faceva, e rispondeva così: «Dite al mio buon padre che Gesù Cristo lo visiti e gli ripaghi la buona opera che sempre mi fa; che il suo schiavo, acquistato in buona guerra, è qui che spera nella misericordia del Signore; che sono servo cattivo e neghittoso; che, per amore di nostro Signore, non si dimentichi di raccomandarmi alla divina Maestà nelle sue preghiere, perché così vivrò contento e spero che non mi mancherà il suo aiuto».

Con queste e simili parole, i due si visitavano segretamente e si intendevano l'un l'altro.

Gli infermieri dell'ospedale si prendevano molta cura di lui, e di quando in quando, vedendolo alterato, ed egli (come si è detto) ne dava loro occasione, non lasciavano di dargli le sue frustate, come agli altri, con l'intenzione di vederlo guarito. Ed egli le riceveva allegramente e diceva: «Datele, fratelli, a questa carne traditrice, nemica del bene, che è stata causa di ogni mio male; ed avendole io obbedito, è ragionevole che paghiamo tutti e due, perché tutti e due peccammo». E vedendo castigare gli infermi, che erano pazzi e stavano insieme con lui, diceva: «Gesù Cristo mi conceda il tempo e mi dia la grazia di avere io un ospedale, dove possa raccogliere i poveri abbandonai i e privi della ragione, e servirli come desiderio io». E nostro Signore lo esaudì pienamente, come si vedrà in seguito.

Trascorsi alcuni giorni, da quando Giovanni di Dio stava nell'ospedale, patendo queste e molte altre sofferenze, per meglio dissimulare e mettere in pratica il desiderio e l'ansia che aveva di servire nostro Signore nei suoi poveri, e, sembrandogli ormai tempo, cominciò a far vedere che stava quieto e tranquillo, e a rendere grazie a Dio con lacrime e sospiri, e a dire: «Sia benedetto nostro Signore, perché mi sento guarito e libero, e meglio di quanto io merito, dal dolore e dall'angustia che sentivo nel mio cuore nei giorni passati».

Il maggiordomo e gli altri ufficiali ebbero molto piacere di vederlo più riposato e sentirgli dire che stava meglio; e perciò gli tolsero i vincoli e gli diedero libertà di andare sciolto per la casa. Ed egli si mise subito, senza attendere che gli dicessero qualcosa, a servire i poveri in tutte le loro necessità, con molto amore, strofinando e scopando e pulendo i servizi.

Gli infermieri provavano molta contentezza nel vederlo che, libero da quella malattia, aveva così bene riacquistata la ragione, che li precedeva tutti nella carità e diligenza, con cui serviva i poveri; e ne rendevano grazie a nostro Signore.

 

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Capitolo 10

 

COME GIOVANNI DI DIO SI RECÒ IN PELLEGRINAGGIO

A NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE

 

 

Essendo Giovanni di Dio occupato in ciò che è stato detto, stando un giorno seduto alla porta dell'ospedale, pensando ai suoi travagli e alle grazie che aveva ricevuto da nostro Signore, guardando verso la campagna, nel giorno delle undicimila vergini, vide passare davanti all'ospedale molta gente a cavallo e molto clero ed altre persone religiose, che portavano ed accompagnavano la salma dell'imperatrice, moglie dell'imperatore Carlo V, la quale era allora passata dalla presente vita, per darle sepoltura nella Cappella Reale di Granata[22]. Informato di che si trattava e stimolato da quel nuovo spettacolo, gli venne una gran volontà di uscire subito dall'ospedale e mettere in opera i suoi buoni desideri, che erano di servire nostro Signore e i poveri e procacciar loro da mangiare, ed accogliere gli abbandonati e i pellegrini, poiché in quel tempo nella città (essendo terra da poco conquistata) non vi era ancora un ospedale dove potessero ricoverarsi.

Con questa determinazione, si recò dal maggiordomo e gli disse: «Fratello, nostro Signore Gesù Cristo vi ripaghi l'elemosina e la carità che mi è stata fatta in questa casa di Dio durante il tempo che vi sono stato infermo. Ora, benedetto sia nostro Signore, mi sento bene e sano per poter lavorare. Perciò, per amor di Dio, datemi, se volete, il permesso di andarmene».

«Io - rispose il maggiordomo - avrei desiderato che foste rimasto alcuni giorni di più in questa casa per ristabilirvi in salute e riprendere le forze, perché siete molto debole e malandato per le passate sofferenze. Ma poiché è vostra volontà di andarvene, andate, con la benedizione di Dio, e portate con voi una mia dichiarazione, perché la gente che vi vede non vi riporti all'ospedale, credendo che non siete libero dalla malattia sofferta, e possiate andare liberamente dove volete».

Giovanni la ricevette con ogni umiltà, poiché era contento che tutti rimanessero nell'opinione che si erano fatta di lui, giudicandolo per vero pazzo.

Congedatosi Giovanni di Dio da quelli della casa, i quali l'amavano grandemente, col vestito molto rotto e maltrattato, scalzo e col capo scoperto, si mise subito in cammino verso nostra Signora di Guadalupe[23], e vi andò per visitare la Vergine nostra Signora e renderle grazie degli aiuti e favori ricevuti, e chiederle nuovo soccorso ed aiuto per la nuova vita che intendeva fare, perché diceva di aver sentito sempre il suo manifesto favore ed aiuto in tutti i suoi travagli e necessità.

In questo viaggio patì molti disagi per la fame, il freddo e la nudità, perché, essendo nel rigore dell'inverno e non avendo egli danaro, doveva mendicare per mangiare e andava scalzo[24].

Ciò non ostante, per non andare ozioso, era solito, ogni qualvolta che giungeva in un luogo dove doveva mangiare o fermarsi, di portare un fascio di legna sulle spalle e recarsi direttamente all'ospedale, se vi era, e lasciarlo lì per i poveri, ed andava subito a mendicare quel poco che gli bastava per sostentarsi con molta austerità.

Giunto che fu a Guadalupe, entrò in ginocchio nella chiesa e, con molta devozione e lacrime, presentò a nostro Signore le proprie necessità e gli rese grazie per quanto aveva ricevuto, e si confessò e comunicò; e stette ivi alcuni giorni, dedito all'orazione, fino a quando gli parve tempo di ritornarsene.

 

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Capitolo 11

 

COME GIOVANNI DI DIO TORNÒ A GRANATA
E PER CONSIGLIO DI CHI

 

 

Concluso il suo pellegrinaggio, Giovanni riprese il cammino verso Granata e, giunto a Baeza[25], ebbe notizia che il suo buon maestro il padre Avila, si trovava lì per predicare, come faceva in altre città e paesi. Subito che lo seppe, andò a fargli visita ed informarlo del suo viaggio; ed esso lo accolse con molta gioia. Stette con lui alcuni giorni, al termine dei quali, avendogli chiesto consiglio su ciò che voleva fare, quello gli disse: «Fratello Giovanni, conviene che torniate a Granata, dove foste chiamato dal Signore, ed egli, che conosce la vostra intenzione e il vostro desiderio, vi incamminerà verso la via nella quale dovete servirlo. Tenetelo sempre presente in tutte le vostre cose, e pensate che egli vi sta guardando, ed operate come alla presenza di tanto gran Signore. Giungendo, poi, a Granata, prendetevi subito un confessore, che sia tale come io vi ho detto, e sia il vostro padre spirituale, senza il consiglio del quale non fate cosa che sia importante[26]; e quando vi si presenta qualcosa in cui vi sembra di aver bisogno del mio consiglio, scrivetemi dovunque io mi trovo, perché, con l’aiuto di nostro Signore, io farò per voi tutto ciò a cui la carità mi obbliga».

Con questo, si parti da lui e si avviò verso Granata, e, giungendo nella città di mattina, dopo avere ascoltato la messa, andò nel monte a raccogliere un fascio di legna. Al ritorno fu tanta la vergogna che ebbe di entrare in città col fascio di legna, da non riuscire a passare dalla porta dei Mulini, che si trova abbastanza distante dal traffico della città, e perciò lo diede lì ad una povera vedova, che gli sembrava averne bisogno.

Il giorno dopo, vergognandosi della codardia del giorno avanti, si alzò di buon mattino e, ascoltata la messa, tornò al monte per un altro fascio di legna, e, giungendo con esso in città, cominciò ad avere la medesima vergogna del giorno precedente; ma egli, spronandosi e andando avanti, cominciò a dire al suo corpo: «Voi, signor somaro, che non volete entrare a Granata con la legna, per vergogna e per non perdere l’onore, ora lo perderete, e la porterete fino alla piazza maggiore, dove da tutti quelli che vi conoscono possiate essere visto e riconosciuto, e perdere così l’orgoglio e la superbia che avete».

E così andò fino alla piazza. Appena lo videro con la legna dove non lo avevano più visto dal tempo della pazzia, molta gente, meravigliandosi di rivederlo, lo circondò, ed alcuni, ai quali piaceva ridere e burlare, gli dicevano: «Che succede, fratello Giovanni, vi siete ora fatto legnaiolo? Come vi è andata all’Ospedale Reale con gli infermieri? Nessuno può capirvi: ogni giorno cambiate mestiere e modo di vivere». E in questo modo si burlavano di lui, con altre parole, i giovani oziosi.

Egli accettava tutto allegramente, senza inquietarsi, di nulla, anzi ridendo, per partecipare al loro divertimento e per non perdere il suo profitto, rispondeva: «Fratelli, questo è il gioco del birlimbao, tre galere e una nave, ché quanto più vedrete, tanto meno comprenderete»[27].

E così, con questo ed altri simili graziosi giochi di parole, rispondeva amorevolmente a coloro che lo interrogavano sulla sua vita, coprendo con essi la grazia che riceveva dal Signore e rallegrandosi che lo ritenessero per un soggetto da poco e senza valore. E vi riusciva bene, perché la gente comune giudicava sempre che quello che gli vedevano fare era un ramo di pazzia, finché poi videro bene quanto frutto e quale buon vino quel seme, sotterrato e marcito, venne a portare.

Passarono infatti alcuni giorni, durante i quali si esercitava a portar fasci di legna dal monte e si nutriva in questo modo. Quello che gli avanzava lo distribuiva ai poveri, che cercava di notte, buttati giù per quei portici, intirizziti e nudi, piagati ed infermi. Vedendone la moltitudine, mosso da grande compassione decise di procurar loro con maggiore impegno il rimedio.

 

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Capitolo 12

 

DEL PRIMO OSPEDALE CHE EBBE GIOVANNI DI DIO

 

Deciso di procurare realmente il conforto e il rimedio ai poveri, Giovanni di Dio parlò con alcune pie persone che durante i suoi travagli l'avevano confortato e, con il loro aiuto e il suo fervore, prese in affitto una casa alla pescheria della città, perché era nei pressi di piazza Bibarrambla, da dove e da altre parti raccoglieva i poveri abbandonati, infermi e storpi, che trovava[28]; e compro alcune stuoie di giunco ed alcune coperte vecchie in cui potessero dormire, non avendo ancora né danaro per far di più, né altra cura da prestar loro. E diceva ad essi: «Fratelli, rendete molte grazie a Dio, che vi ha atteso tanto tempo perché facciate penitenza. Pensate in che cosa lo avete offeso, ché io voglio condurvi un medico spirituale che vi curi le anime, e per il corpo poi non mancherà il rimedio. Confidate nel Signore, perché egli provvederà a tutto, come si suol fare con quelli che da parte loro fanno quel che possono».

Quindi usciva e conduceva loro un sacerdote e li faceva confessare tutti. Vista la sua gran carità infatti, qualunque sacerdote, al quale si rivolgeva, andava molto volentieri a fare, quest'opera buona.

Dopo di che, usciva animosamente per tutte le vie e, portando con molto sforzo una grande sporta sulle spalle e due pentole nelle mani, appese ad alcune cordicelle, andava dicendo ad alta voce: «Chi fa del bene a se stesso? Fate bene per amor di Dio, fratelli miei in Gesù Cristo!».

Siccome all'inizio usciva di sera, a volte anche piovendo, e nell'ora in cui le persone stavano riu- nite nelle loro case, la gente, meravigliata nel sentire quel nuovo modo di chiedere elemosina, si affacciava dalle porte e dalle finestre. Con la sua voce lamentevole e la virtù che gli dava il Signore, sembrava che trapassasse l'animo di tutti. Ed insieme commuoveva molto il suo aspetto debole e affaticato, e l'austerità della sua vita, sì che tutti uscivano con le proprie elemosine, ciascuno secondo le sue possibilità, e gliele davano volentieri, con molto amore: alcuni danaro, altri pezzi di pane o pani interi, altri quanto avanzava dalla loro mensa, di carne ed altre cose, e lo ponevano nelle pentole che a ciò portava.

Quando egli vedeva di aver ricevuto elemosina sufficiente, tornava correndo ai suoi poveri e, appena giunto, diceva: «Dio vi salvi, fratelli. Pregate il Signore per chi vi fa del bene».

Quindi riscaldava ciò che aveva portato e lo distribuiva a tutti. Quando avevano mangiato e pregato per i benefattori, egli da solo lavava i piatti e le scodelle e strofinava le pentole, scopava e puliva la casa e portava acqua con due brocche dalla fontana con molta fatica, perché, essendo recente il ricordo che era stato giudicato pazzo e vedendolo così malandato, nessuno voleva andare a fargli compagnia per aiutarlo; e così sosteneva il lavoro da solo, fino a quando lo riconobbero per quello che era.

Poiché egli serviva i poveri con grande carità, ve ne andavano molti. E siccome la casa era piccola e la gente molta, non c'era posto per quelli che vi accorrevano attirati dalla fama di Giovanni di Dio, e per quelli che egli stesso cercava con affabilità ed amore, i quali, pur avendo supplicato, non potevano entrare negli altri ospedali.

Vista, perciò, la necessità che aveva, prese in affitto un'altra casa più grande e spaziosa, dove trasferì sulle proprie spalle tutti i suoi poveri menomati ed infermi che non potevano camminare da sé, come pure i giacigli in cui dormivano essi e i pellegrini. Qui mise più ordine ed armonia, e sistemò alcuni letti per i più sofferenti; e nostro Signore lo provvedeva di infermieri, che lo aiutassero a servirli, mentre egli andava a cercare elemosine e medicine per poterli curare[29].

Pertanto, come cresceva la carità in Giovanni di Dio, così andavano crescendo e moltiplicandosi l'arredamento e le masserizie della casa di Dio, giacché ormai la gente si era reso conto; e molte distinte ed onorate persone, dentro e fuori di Granata, lo tenevano in considerazione e lo stimavano, vedendo e constatando che perseverava, teneva ordine nelle sue cose e andava progredendo sempre di bene in meglio.

E quando videro che non solo alloggiava pellegrini e abbandonati, come all'inizio, ma aveva altresì letti apprestati ed infermi che in essi curava, cominciarono tutti ad avere molta fiducia in lui e gli davano e garantivano qualunque cosa gli occorreva per i suoi poveri, e gli donavano elemosine più abbondanti di quanto solevano, come pure coperte, lenzuoli, materassi, indumenti ed altre cose.

E poiché accorreva a lui ogni sorta di poveri e bisognosi per essere aiutati - vedove ed orfani onorati, in segreto; persone coinvolte in liti giudiziarie, soldati sbandati e poveri contadini, ché, essendo quello un anno penoso e di scarso raccolto, erano più numerosi -, egli soccorreva tutti secondo le loro necessità, e non mandava via nessuno sconsolato. Agli uni, infatti, quando poteva dava subito e con gioia, agli altri dava conforto con parole amorevoli e gioviali, infondendo in essi fiducia che Dio avrebbe provveduto, affinché tutti rimanessero confortati, e così avveniva, poiché si ritiene per prodigio che nessuno mai giunse a lui, senza che il Signore provvedesse Giovanni del poco o del molto, in modo che potesse aiutarlo.

Non si contentava di occuparsi di tutti costoro, ma cominciò anche a prendersi la cura di cercare i poveri vergognosi: ragazze ritirate, religiose e monache povere, e donne sposate che pativano necessità in occulto. E con molta diligenza e carità le provvedeva del necessario, chiedendo elemosina per esse alle signore ricche ed agiate; ed egli stesso comprava loro il pane e la carne, e pesce e carbone, e tutto il resto che è necessario per il sostentamento, affinché non avessero motivo di uscire per procurarselo, ma rimanessero ritirate e coltivassero la virtù e il raccoglimento.

E dopo averle provvedute del necessario per il corpo, perché non stessero in ozio ma lavorassero per aiutarsi a vestire, andava nelle case dei mercanti per cercare ad alcune seta da lavorare e ad altre lino da filare, e stoppa. E poi si sedeva un po' e le animava al lavoro e teneva loro un breve discorso spirituale, esortandole ad amare la virtù e aborrire il vizio. A tale scopo apportava vivaci argomenti, sebbene semplici, che ancora oggi sono vivi nella memoria di molti che li udirono. Dava loro speranza che così facendo, oltre a conseguire la grazia dal Signore, non sarebbe ad esse mancato il necessario per il sostentamento. Inoltre, prometteva anche qualche premio a quelle che avessero lavorato di più. Ed in questo modo le induceva ed animava a vivere virtuosamente e a servire nostro Signore.

Non gli mancarono invidiosi in quest'opera, come in tutte le altre che faceva, perché satana non cessa di far guerra, da sé o per mezzo dei suoi ministri, a coloro che vede usciti dal suo dominio ed incamminati nel servizio di nostro Signore. Alcuni di questi, infatti, lo motteggiavano o mormoravano di lui, dicendo che tutto era un ramo di pazzia, che gli era rimasto da quando andava per le vie di Granata privo della ragione, e che presto sarebbe crollato, perché non aveva fondamento.

E oltre a ciò, gli tenevano gli occhi addosso, osservando le case nelle quali entrava ed informandosi di quanto ivi diceva e faceva, ed anche appostandosi in luoghi occulti. E vedendo con i loro occhi il suo grande esempio e l'onestà e santità delle sue parole e delle buone opere che faceva, rimanevano sbalorditi e confusi, ed erano costretti a tacere; e perfino alcuni, quando lo incontravano, quasi loro malgrado, lo lodavano e gli davano elemosina.

Con tutto questo, non dimenticava i suoi poveri, perché la sua principale cura era per essi, consolandoli con le parole e provvedendoli del necessario la mattina prima di uscir di casa; e, dopo aver dato disposizioni su tutto, come ciascuno doveva adempiere il proprio ufficio verso di loro, e sapendo che i compagni, che già aveva per questo, lo facevano, egli se ne andava e si occupava a chiedere elemosina fino alle dieci o alle undici della notte.

 

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Capitolo 13

 

DI ALTRE OPERE IN CUI SI ESERCITAVA IL SERVO DI DIO

 

Era il fratello Giovanni di Dio molto devoto della passione di nostro Signore Gesù Cristo, perché, essendo questa la sorgente principale di ogni nostro rimedio, aveva trovato in essa grande profitto e soavità.

E perciò, volendo che quanto era giovato a lui giovasse anche al suo prossimo, per amor di Dio prese la devozione di andare il venerdì, giorno in cui si operò la nostra redenzione, nella casa delle donne pubbliche, per vedere se gli riuscisse di strappare qualche anima dalle unghia del demonio, nelle quali si trovano strettamente tenute queste tali.

Appena entrato, si rivolgeva a quella che gli sembrava più perduta e che meno pensiero avesse d’uscir di là, e le diceva: «Figlia mia, io ti darò tutto quello che ti darebbe un altro, ed anche di più: ti prego, però, di ascoltare due mie parole qui nella tua stanza».

Ed entrati nella stanza, la faceva sedere ed egli si inginocchiava per terra dinanzi a un piccolo crocifisso che portava con sé a tale scopo; ed ivi cominciava ad accusarsi dei propri peccati e piangendo amaramente, ne chiedeva perdono a nostro Signore, con tanto affetto, che anche in essa suscitava contrizione e dolore delle sue colpe. E così, con questo accorgimento, attirava la sua attenzione ad ascoltarlo e cominciava a narrare la passione di nostro Signore Gesù Cristo, con tanta devozione, che la commuoveva fino a farle versare lacrime.

Egli allora le diceva: «Guarda, sorella mia, quanto sei costata a nostro Signore e pensa a ciò che ha sofferto per te. Non volere essere tu stessa la causa della tua perdizione. Pensa al premio eterno che ha preparato per i buoni e al castigo eterno per quelli che vivono in peccato come te. Non provocarlo maggiormente, perché non ti abbandoni del tutto come meritano i tuoi peccati, e tu vada a precipitare come pesante pietra nel profondo dell’inferno».

Tali cose, ed altre simili a queste, il Signore gli faceva dire. E benché alcune, indurite nei loro vizi, non ne facessero caso, altre invece, aiutate da Dio, si compungevano e si muovevano a penitenza, e gli dicevano: «Fratello, lo sa Dio se io verrei con voi a servire i poveri dell’ospedale; ma mi sono impegnata e non mi lascerebbero andare con voi».

Egli rispondeva con molta gioia: «Figlia, confida nel Signore, perché, avendoti egli illuminata l’anima, ti darà il necessario per il corpo. Pensa bene a ciò che te ne viene servendolo e non offendendolo, e fa il fermo proposito di voler piuttosto morire che tornare al peccato. Ed aspettami qui, ché torno subito».

Andava, quindi, con molta sollecitudine dalle principali signore della città, che egli conosceva e sapeva che lo avrebbero aiutato, e diceva loro: «Sorelle mie in Gesù Cristo, sappiate che vi è una, schiava in potere del demonio. Aiutatemi, per amor di Dio, a riscattarla, e liberiamola da tanto miserevole schiavitù».

Erano di tanta carità quelle persone alle quali egli manifestava simili necessità, che poche volte se ne tornava senza avere avuto il loro aiuto.

Quando, poi, non trovava il necessario, rilasciava una ricevuta e s’impegnava a pagare il debito di tutte le donne che egli portava via da colui che le teneva a carico.

Le conduceva subito all’ospedale e le metteva nell’infermeria, dove si trovavano in cura altre donne che avevano tenuto il medesimo loro comportamento, affinché vedessero la ricompensa che dava il mondo e il guadagno che ne riportavano quelle che persistevano in quel mestiere. Alcune, infatti, avevano la testa imputridita, dalla quale si dovevano staccare pezzi di ossa, ed altre avevano imputridite altre parti del corpo, alle quali, col cauterio infuocato e con atrocissimi dolori, venivano asportate parti di esso, rimanendo brutte ed abominevoli.

E in tal modo cercava di conoscere a che cosa inclinasse l’intenzione di ciascuna.

Alcune, alle quali nostro Signore dava maggior luce, e che, considerata l’attitudine della propria vita, desideravano ritirarsi e far penitenza, egli conduceva nel monastero delle Ritirate e le provvedeva del necessario. Ad altre, che non erano portate a tanto e che egli vedeva inclinate al matrimonio, cercava dote e marito, e le faceva sposare. E di queste ne fece sposare molte, tanto che, la prima volta che si recò alla Corte con l’elemosina ivi raccolta, ne udì in matrimonio sedici in una sola volta, come ancora oggi testimoniano alcune di esse che sono vedove ed hanno vissuto e vivono onestamente e castamente.

Nell’esercizio di queste opere di carità, Giovanni di Dio patì molte mortificazioni e travagli; e ben dimostrò la grande ed eroica pazienza che nostro Signore aveva comunicato alla sua anima.

La maggior parte di queste donne, infatti, sono tanto ostinate e perdute e indurite nel loro peccato, che molti servi di Dio, per tal motivo, si astengono dal trattare con esse, benché si dolgano della loro perdizione.

Quando, perciò, egli ne prendeva qualcuna, le altre gridavano e lo insultavano e lo ricoprivano d’ingiurie e lo infamavano, dicendo che faceva ciò con cattiva intenzione.

Egli, però, a tutto questo non rispondeva parola, ma lo sopportava con molta pazienza, non ricambiando male per male, anzi, se qualcuno le riprendeva dicendo: «Perché siete così cattive e smoderate con chi vi fa tanto del bene?», egli diceva: «Lasciatele, non dite loro nulla, non mi private della mia corona, perché queste mi conoscono e sanno chi sono, e mi trattano come merito».

Accadde, a tal proposito, una cosa singolare e degna di memoria, più da fare sbalordire che da imitare, la quale fa conoscere veramente la sua fervida carità per il bene delle anime, che sapeva redente a grande inestimabile prezzo, e fu così.

Recatosi egli, come altre volte, nella casa pubblica ed avendo persuaso alcune donne a lasciare quella cattiva vita, quattro di esse si misero d’accordo e, fingendo di voler fare ammenda del passato, gli dissero che erano di Toledo e che, se non le avesse condotte dove dovevano dare ordine a certe cose che interessavano molto la loro coscienza, non avrebbero potuto lasciare la cattiva vita, e che, se ve le avesse condotte, gli promettevano di lasciarla e di fare tutto quello che egli avrebbe ad esse ordinato.

Sentito ciò e considerato l’acquisto di quattro donne insieme, egli si offrì di farlo.

Deciso, quindi, di condurle là, preparò le cavalcature e quant’altro occorreva, e, a piedi, parti insieme ad esse, portandosi un serviente dell’ospedale, chiamato Giovanni d’Avila, uomo prudente e di buona vita, morto da pochi giorni dopo aver servito lodevolmente molti anni nella casa, il quale diede testimonianza di ciò che accadde in quel viaggio[30].

E cioè, viaggiando con esse, i viandanti e la gente che li incontravano, vedendo due uomini di quell’abito con quattro simili donne, si burlavano di loro e li schernivano e, fischiando, rivolgevano loro molte ingiurie, dicendo che erano concubinari, ed altre simili cose.

Giovanni di Dio taceva e sopportava tutto ciò con molta pazienza, anche quando quel Giovanni d’Avila, irritato da quello che sentiva, lo riprendeva e gli chiedeva a che cosa mai servisse quel viaggio con quella gente perversa, nel quale dovevano sopportare tanti affronti; e specialmente allorché vide che, passando per Almagro[31], una se ne rimase lì, e giunti a Toledo, se ne fuggirono e disparvero altre due.

Allora il serviente lo strapazzava con maggior vigore, dicendogli: «Che pazzia è stata questa! Non ve lo dissi io che da questa gente perversa non c’era da aspettarsi che questo? Lasciatele, e torniamocene, perché tanto sono tutte della stessa razza».

A tutto questo egli rispondeva con molta pazienza: «Fratello Giovanni, tu non consideri che se ti fossi recato a Motril[32] per quattro carichi di pesci e al ritorno, durante il viaggio, te se ne fossero guastati tre e uno rimasto buono, non avresti gettato via insieme ai tre guasti anche quello buono. Ebbene, di quattro che ne abbiamo accompagnate, ce ne rimane una, che mostra buona intenzione. Abbi pazienza, per la tua vita, e torniamo a Granata con essa. Fiducia in Dio, ché, se rimaniamo con questa non è stato inutile il nostro viaggio, né poco il nostro guadagno».

E così fu, poiché quella che nostro Signore gli concesse ed egli riportò a Granata e fece sposare con un uomo dabbene, ha vissuto, e vive ancora oggi da vedova, con grande esemplarità, virtù e raccoglimento, e ha dato tanta buona fama di sé e tanto buon esempio di vita cristiana, che ben si vede come nostro Signore l’abbia attirata per quella via misteriosa perché lo conoscesse.

 

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Capitolo 14

 

DELLA GRANDE CARITÀ DEL  FRATELLO GIOVANNI DI DIO

 

Era tanta e tanto grande la carità, della quale nostro Signore aveva dotato il suo servo, ed erano così singolari le opere che da essa derivavano, che alcuni, giudicandolo con spirito vano, lo ritenevano per prodigo e dissipatore, non comprendendo che nostro Signore lo aveva messo nella cantina del vino ed ivi aveva stabilito in lui la sua carità[33], e che egli si era in tal modo inebriato del suo amore, che non negava nessuna cosa che gli venisse chiesta per lui, fino a dare molte volte, quando non aveva altro, la povera roba di cui era vestito, e rimanere ignudo, essendo pietosissimo con tutti e molto austero e rigoroso con sé.

Per la viva considerazione del molto che aveva ricevuto dal Signore, tutto quello che faceva e dava gli sembrava poco, e si sentiva sempre debitore di più. E perciò viveva con l'ansia propria dei santi, di dare se stesso in mille modi per amore di colui che era stato tanto magnanimo e munifico con lui. Gli uomini spirituali, infatti, hanno questo di proprio che, essendo ricchi dei beni spirituali, si sentono in tanta prosperità e abbondanza, che sembra loro di dover sempre dare a tutti, e così per loro il dare è sempre una cosa dolce, e non vorrebbero ricevere mai.

Si occupava tutto il giorno in diverse opere di carità, e la sera, quando tornava a casa, per quanto stanco fosse, non si ritirava mai senza aver prima visitato tutti gli infermi, uno per uno, e chiesto loro com'era andata la giornata, come stavano e di che cosa avevano bisogno, e con parole molto amorevoli li confortava spiritualmente e corporalmente.

Poi faceva un giro per la casa ed attendeva ai poveri vergognosi, che lo stavano aspettando, provvedendoli del necessario, senza rinviar nessuno privo di conforto.

Dava elemosina a tutti, senza badare ad altro se non che gliela chiedessero per amore di Dio.

Alcuni gli dicevano: «State attento, ché quello là chiede senza necessità».

Giovanni rispondeva: «Non inganna me. Pensi lui a se stesso, ché io gliela dò per amore del Signore».

Quando, poi, non aveva che dare (poiché accadeva che rimanesse avvolto in una coperta, avendo dato il vestito) per non dir di no, allorché gli chiedevano elemosina, dava una lettera per qualche signore o persona pia, perché soccorresse quella necessità.

Gli accadde un caso degno di essere ricordato, ed è che, trovandosi a Granata il marchese di Tarifa, don Pietro Enríquez[34], Giovanni di Dio si recò nella sua abitazione per chiedergli elemosina e lo trovò che stava giocando con altri signori. Gli diedero venticinque ducati di elemosina.

Fattasi ormai notte, Giovanni se ne tornò all'ospedale con il danaro ricevuto.

Avendo il marchese sentito molte cose circa la sua grande carità e volendola esperimentare in modo scherzevole, si travestì (perché Giovanni di Dio lo aveva visto solo quella volta) e gli andò incontro, gli si mise davanti e gli disse: «Fratello Giovanni, io sono un distinto signore, forestiero e povero. Sto qui per una causa e mi trovo in grande necessità per mantenere il mio onore. Ho sentito parlare della vostra carità. Vi prego di volermi soccorrere, perché io non finisca col commettere qualche offesa a Dio».

Il fratello Giovanni, visti i modi garbati di quell'uomo e ciò che gli aveva detto, rispose: «Mi dono a Dio (ché questo era il modo suo di parlare): vi dò quello che ho con me».

Mise subito la mano alla borsa e gli diede i venticinque ducati, che, come ho detto, gli avevano dati.

Quello se li prese, lo ringraziò e se ne andò. Giunto, sbalordito, dove stavano gli altri signori, narrò ad essi il fatto, e da tutti venne elogiato come meritava, meravigliandosi di tale carità, perché, pur avendo tanti poveri da soccorrere, era stato così generoso verso uno solo, confidando nella provvidenza di Dio. E la sua fiducia, certo, non rimase delusa, poiché il marchese, commosso da quanto era avvenuto, la mattina del giorno seguente gli mandò a dire di non uscire di casa, perché voleva recarsi a vedere l'ospedale. E andatovi, cominciò a scherzare con lui e a dirgli: «Che cos'è questa storia, fratello Giovanni? Mi hanno detto che ieri sera vi hanno rubato!».

Egli rispose: «Mi dono a Dio, ché non mi hanno rubato».

Avendo tra di loro scambiate altre parole, scherzando e ridendo, il marchese alla fine gli disse: «Ora, fratello, affinché non possiate negare il furto che vi hanno fatto, Iddio lo ha fatto capitare nelle mie mani: ecco qua i vostri venticinque ducati e altri centocinquanta scudi d'oro, che io vi dò in elemosina, e state attento un'altra volta come andate».

Quindi ordinò che gli portassero centocinquanta pani, quattro montoni e otto galline; e diede ordine che la medesima quantità gli fosse data ogni giorno per tutto il tempo che si fermava a Granata. E lasciò l'ospedale, grandemente edificato vedendo tanti poveri di ogni sorta, che ivi ricevevano la carità e venivano assistiti.

Accadde anche un altro caso, in cui Giovanni mostrò la sua carità esponendo la propria vita per i suoi fratelli.

Avvenne un giorno che nell'Ospedale Reale di Granata, fondato dai Re Cattolici don Fernando e donna Isabella, scoppiò un incendio così all'improvviso e con tanta furia, che devastò la maggior parte dell'ospedale; e appena si seppe, Giovanni di Dio accorse per soccorrere i poveri che vi erano assistiti; e fu tanta la sua sveltezza, vedendo il gran pericolo in cui essi si trovavano, che quasi da solo portò in salvo, sulle spalle, tutti i poveri, uomini e donne; e poi gettò dalle finestre, con prestezza più che umana, tutti i letti e la roba che vi si trovava.

Avendo messi al sicuro i poveri, sali nella parte alta, dove maggiore era il pericolo, per aiutare a smorzare il fuoco; e, mentre si stava affaticando in questo, dall'uno e dall'altro lato esplose una gran fiamma e lo prese in mezzo; e, stando la gente a guardarlo dal basso, si levò un fumo tanto spesso, che tutti credettero che certamente la fiamma lo avesse bruciato e consumato. E così corse per tutta la città la voce che Giovanni di Dio era morto nel fuoco.

Poco dopo, però, quando meno se lo aspettavano, lo videro uscirne libero e senza alcuna lesione, salvo che aveva soltanto le ciglia abbruciacchiate, essendo passato in mezzo alle fiamme, a testimonianza del prodigio che nostro Signore aveva operato per lui.

Di ciò hanno dato testimonianza l'Alcalde della città allora in carica, che lo vide, e molte persone autorevoli, che si trovavano presenti[35].

E di simili opere, che avvennero durante la sua vita, se ne potrebbero riferire molte, ma per brevità qui si omettono.

Dirò solo che chiunque fosse entrato nel suo ospedale, avrebbe visto con evidenza la grande carità di quest'uomo.

Avrebbe, infatti, visto che in esso venivano assistiti poveri, affetti da ogni genere d'infermità, uomini e donne, senza rifiutare nessuno (come si fa ancora oggi): affetti da febbre, da bubboni, piagati, storpi incurabili, feriti, abbandonati, bambini tignosi (e ne faceva allevare molti che venivano lasciati alla porta), pazzi e idioti, senza contare gli studenti che manteneva e i poveri vergognosi nelle loro case, come si è già detto.

Fece anche una cosa di grande aiuto, e cioè approntò un locale con focolare, apposta per i mendicanti e i pellegrini, perché la notte vi ritirassero a dormire e si riparassero dal freddo, spazioso e ben sistemato da contenere comodamente più di duecento poveri. Tutti vi godevano il calore del fuoco che stava nel centro, e per tutti vi erano panche per dormire: alcuni su materassi, altri su graticci di giunco ed altri su stuoie, secondo che ne avevano bisogno, come si fa ancora oggi nel suo ospedale.

In tal modo, oltre alla carità che faceva loro, evitava molte offese a nostro Signore, poiché andava a cercarli per le piazze ed impediva che stessero mischiati insieme uomini e donne, ed alcuni ve li conduceva per forza, e metteva le donne separate. E così ripuliva le piazze da questa gente perduta.

 

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Capitolo 15

 

DELLA PAZIENZA DI GIOVANNI DI DIO
E DELLA SUA GRANDE UMILTÀ

 

La pazienza, che corona e perfeziona i soldati di Cristo, possedeva in tal modo l’animo di questo santo uomo, che, per quanti travagli gli avvenissero, nessuno lo vide mai turbato, né senti uscire dalla sua bocca parola irritata. Nelle maggiori ingiurie e negli affronti, anzi, rimaneva quieto e allegro, come colui che non aveva altra volontà che quella di nostro Signore Gesù Cristo, della cui croce solo si gloriava, come si vide in molti casi che gli accaddero dei quali qui ne riporteremo alcuni.

Un giorno, mentre di mattina Giovanni scendeva dalla via detta dei Goméles per recarsi a cercare cibo per i poveri, dalla stessa strada saliva un signore, e, siccome in quel tempo la gente della città era molta, specialmente quella che scendeva da quella via dell’Alhambra, egli, senza accorgersene, lo urtò con la sporta nel mantello e glielo fece cadere dalle spalle. Quello si voltò subito molto adirato verso di lui e gli disse: «Ah, vile furfante! Non guardi come cammini?».

Ed egli, con molta pazienza, rispose: «Perdonatemi, fratello, ché non mi sono accorto di quel che ho fatto».

Quello, sentendo che gli dava del «voi» e lo chiamava «fratello» (com’era solito dire a tutti), si adirò maggiormente, gli si avvicinò e gli diede un ceffone.

Giovanni di Dio disse: «Io sono quello che ho sbagliato e perciò ben lo merito: datemene un altro».

Ma quello, sentendo che continuava a dargli del «voi», gridò ai suoi servi: «Dategli a questo villano malcreato!».

Mentre accadeva questo e si era raccolta della gente, uscì uno, che abitava lì vicino, uomo distinto, chiamato Giovanni della Torre, e disse: «Che succede, fratello Giovanni di Dio?».

Colui che lo aveva ingiuriato, appena sentito il suo nome, gli si gettò ai piedi e disse che non si sarebbe alzato di lì fino a quando non glieli avesse baciati, esclamando: «Questo è quel Giovanni di Dio tanto rinomato dappertutto?».

Giovanni di Dio lo alzò da terra e lo abbracciò, chiedendosi perdono l’un l’altro con molte lacrime.

Quel signore voleva condurlo con sé a mangiare, ma egli si scusò, dicendo che doveva andare.

Quello poi gli mandò cinquanta ducati d’oro per i poveri.

Gli accadde un altro caso in cui pure mostrò molta pazienza, e fu che, essendo entrato a chiedere elemosina per i poveri nella casa dell’Inquisizione vecchia, dove nel centro del cortile c’era una vasca piena d’acqua, un paggio scostumato gli si avvicinò, gli diede uno spintone e ve lo gettò dentro (dato che da alcuni era ritenuto ancora pazzo, dopo che era stato rinchiuso nell’Ospedale Reale).

Egli, con molta pazienza, ne uscì e, con parole e gesti allegri, ringraziò il paggio di quanto aveva fatto. Quelli che lo videro rimasero meravigliati e d’allora in poi ne ebbero molta più stima.

Una delle donne, che aveva tolta dalla casa pubblica e fatta sposare, era tanto importuna ed impaziente, che per ogni cosa che le mancava andava subito a chiederla a lui, ed egli procurava di dargliela e accontentarla. E perciò essa vi andava molte volte. In una delle quali, trovò Giovanni di Dio avvolto in una coperta, perché, non avendo altro da dare, aveva dato il proprio abito.

Egli le disse che non aveva che darle e tornasse perciò un altro giorno.

Quella, impaziente, si adirò e cominciò ad ingiuriarlo e a dirgli: «Uomo cattivo, santone ipocrita!».

Egli allora le disse: «Eccoti due reali e corri in piazza a dir questo ad alta voce».

La donna tornò ad ingiuriarlo, vociando forte.

Vedendola così, Giovanni le disse: «Prima o dopo io ti devo perdonare, perciò ti perdono subito».

E ben portò frutto di vita questa sua pazienza, poiché, nel giorno dei suoi funerali, questa stessa donna andava insieme ad altre, da lui tolte dal mal vivere, e gridava per le vie, lamentandosi e dicendo molto male di sé e molto bene di Giovanni di Dio, confessando le proprie colpe e i propri peccati, e dicendo che essa era stata molto cattiva e che, per il buon esempio di lui ed i suoi santi ammonimenti, era uscita dal peccato. E diceva altre cose che facevano piangere tutta la gente.

Giovanni era così umile, che amava sempre dire e narrare le sue mancanze, e mai le sue buone azioni, né altro a propria lode, sviando sempre la conversazione e dirigendola in modo che tornasse a suo disprezzo ed umiliazione, e facendo sì che risultasse a edificazione del prossimo, fuggendo ogni vanagloria, quale tarlo velenoso della vita spirituale.

 

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Capitolo 16

 

COME A GIOVANNI DI DIO COMPRARONO UNA CASA PER OSPEDALE

E DI ALTRE COSE CHE AVVENNERO DOPO

 

Era tanta la gente che accorreva per la fama di Giovanni di Dio e per la sua grande carità, che la casa, di cui si è detto che aveva, non la poteva contenere.

E perciò persone distinte e pie della città concordarono di comprargli una casa capace di contenerla tutta: e gliene comprarono una in via dei Goméles, che era stata monastero di monache[36].

Ivi Giovanni trasferì i suoi poveri e vi si stabilì e pose la sua dimora, ordinando le cose in modo tale che a tutti venisse amministrata la carità con il dovuto senso di verecondia e decoro.

Ed era tanto il concorso di tutta la gente che vi si recava per trattare con lui, che molte volte poteva appena capirvi in piedi.

Egli, seduto nel mezzo di tutti, con grandissima pazienza ascoltava le necessità che ciascuno gli esponeva, e non rinviava nessuno senza conforto, dando elemosina o dicendo buone parole.

Sul far del giorno, usciva dalla sua cella e, da dove tutti quelli della casa potevano ascoltarlo, diceva ad alta voce: «Fratelli, rendiamo grazie a nostro Signore, poiché gli uccelletti già gliele rendono». Poi recitava le quattro orazioni[37].

Quindi usciva il sagrestano e da una finestra, dalla quale potevano sentirlo tutti, recitava la dottrina cristiana, e, quelli che potevano, rispondevano; mentre un altro la diceva nel locale del focolare ai pellegrini; e poi, prima che questi se ne andassero, egli scendeva a visitarli, e distribuiva tra quelli che erano ignudi la roba lasciata dai defunti. Ai giovani che vedeva sani, invece, diceva: «Su, via, fratelli, andiamo a servire i poveri di Gesù Cristo!». Ed insieme con loro si recava a far legna nel bosco, e ciascuno portava il proprio fastello per i poveri. E per molto tempo ebbe di questi giovani, che con molta carità e volentieri si occupavano ogni giorno nel lavoro del trasporto della legna.

Era tanto grande la spesa che faceva per tutto ciò che si è detto, che non gli bastava l’elemosina proveniente dalla città. E perciò, per la sua grande carità, si indebitava fino a trecento e quattrocento ducati.

Considerando le gravi necessità che aveva la città, e non volendo essere molesto, né arrecare aggravio ai cittadini di Granata, chiedendo loro elemosina sempre di giorno e di notte, per lasciarli riposare alcuni giorni si recò a chiedere elemosina ad alcuni signori dell’Andalusia, i quali erano a conoscenza di lui e delle sue buone opere (giacché la sua fama ormai volava fino a tutta la Castiglia), e lo soccorrevano con liberalità per aiutarlo a pagare i debiti.

Tra tutti i signori dell’Andalusia e della Castiglia, quello che più lo soccorse nelle sue necessità, fu il duca di Sessa[38], il quale fin da giovane ebbe cura dei suoi poveri e del suo ospedale, e molte volte lo disimpegnò di tutti i debiti che aveva a Granata; e, oltre a questo, in tutte le Pasque dell’anno[39] gli faceva dare scarpe e camicie per vestire e calzare i poveri.

Altrettanto faceva la duchessa sua moglie, la quale gli diede molte elemosine e lo aiutò grandemente; e desiderava molto che Giovanni e i suoi poveri li raccomandassero a nostro Signore e chiedessero per loro la vita eterna e il conforto nei dolori della vita presente.

Non bastando neppure questo e sentendosi angosciato dal desiderio di soccorrere quelli che ricorrevano a lui, e pagare quello che doveva, decise di recarsi alla Corte, che allora risiedeva a Valladolid[40] e chiedere aiuto al Re e ai grandi signori, lasciando nell’ospedale un suo compagno ed amico che lo seguiva nelle sue peregrinazioni, chiamato Antón Martín[41], perché badasse ai poveri e alla casa fino al suo ritorno.

Giunto che fu alla Corte, il conte di Tendilla[42] ed altri signori che lo conoscevano, ne diedero notizia al Re, informandolo delle cose di Giovanni di Dio, e lo introdussero nel palazzo.

Ivi Giovanni gli parlò, iniziando in questo modo: «Signore, io sono solito chiamare tutti fratelli in Gesù Cristo. Voi siete il mio re e il mio signore, e devo ubbidirvi. Come volete che vi chiami?».

Il Re rispose: «Giovanni, chiamatemi come vi piace».

E giacché egli allora non era ancora Re, ma principe, Giovanni di Dio disse: «Ebbene, io vi chiamo buon principe. Dio vi conceda buon principio nel regnare e buona mano nel governare rettamente, e poi buona fine perché possiate salvarvi e guadagnare il paradiso». E si trattenne, così, a parlare con lui per un bel po’ di tempo.

Poi il Re dispose che gli dessero dell’elemosina da parte sua, ed altrettanto fecero le Infante sue sorelle, che Giovanni andava a visitare ogni giorno, e da esse e dalle loro dame ricevette molti gioielli ed elemosine, che egli distribuiva ai poveri bisognosi che si trovavano a Valladolid.

Tra le signore vi era donna Maria de Mendoza, moglie del Commendatore Maggiore don Francesco dei Cobos[43], la quale, rimasta vedova, ha ricevuto da nostro Signore la grande grazia di condurre una vita molto esemplare, e ha distribuito e distribuisce il suo patrimonio, che è molto ingente, con grande liberalità ai poveri, assegnando rendite assai copiose ad ospedali e monasteri di monache povere, e facendo elemosine tanto grandi ed altre opere virtuose, che sarebbe lungo narrare.

Questa signora dunque (come colei che aveva tanta carità) diede a Giovanni alloggio nella propria casa, da mangiare e tutto il necessario, con molta carità e cordialità, per tutto il tempo che egli dimorò a Valladolid, e gli diede grandi elemosine da distribuire ai poveri vergognosi.

Ed egli lo faceva, e distribuiva così bene le elemosine, che ormai aveva tante case di donne e di uomini poveri da visitare e a cui dar da mangiare, come a Granata.

Alcune persone che lo conoscevano, vedendolo distribuire e dare elemosine nella città di Valladolid, gli dicevano: «Fratello Giovanni di Dio, perché non conservate il danaro e non lo portate ai vostri poveri a Granata?».

Egli rispondeva: «Fratello, darlo qui o darlo a Granata, è sempre far del bene per amor di Dio, il quale sta in ogni luogo».

Trascorsi nove mesi da quando si trovava a Valladolid, se ne tornò a Granata con alcune cedole di elemosina, che donna Maria de Mendoza e il marchese de Mondéjar[44] ed altri signori gli diedero per pagare i suoi debiti e per mantenere i poveri.

Durante il viaggio egli soffrì molto: scalzo per luoghi aspri e sterposi, i piedi pieni di screpolature ed aperti in molte parti a motivo degli urti che dava nei sassi, molte escoriazioni nel corpo, perché indossava un vestito aspro e spesso, e senza camicia, direttamente sopra la carne. Si che quando arrivò aveva la faccia, il collo e la testa spellati per il gran sole che faceva e che aveva sofferto, poiché andava a capo scoperto e tutto ansioso di giungere a Granata per vedere i suoi poveri e rimediare alle loro sofferenze.

Allorché giunse nella città, grande fu la gioia e la consolazione che provarono sia gli abitanti di Granata, per il grande amore che avevano per lui, sia i suoi poveri, che lo aspettavano bramosi di rivederlo; e specialmente i poveri vergognosi e le donne che egli aveva accasate, le quali avevano risentito di più la sua mancanza, perché non avevano altro padre, né chi le soccorresse.

Con quello che aveva portato dalla Corte, pertanto, pagò parte dei debiti che aveva, e rimediò alle molte nuove necessità che trovò, specialmente di donne povere che accasò. Rimase però ancora debitore di oltre quattrocento ducati, poiché, per venire incontro a queste necessità, tornò ad indebitarsi di nuovo, perché il suo cuore non sopportava di vedere il povero patire necessità, senza apportarvi rimedio.

Per tal motivo, si sentiva molto angosciato fino a quando non si vedeva libero dai debiti, il che, d’altra parte, sembrava impossibile, dato che, appena gli si presentava qualche necessità, egli, senza alcun rammarico, dava quello che aveva.

 

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Capitolo 17

 

DELLA PENITENZA DEL SERVO DI DIO
E DELL’INIZIO DEL SUO ABITO

 

Solo il lavoro ordinario che Giovanni di Dio svolgeva per cercare le elemosine ed aver cura dei suoi poveri, senza contare le continue richieste e noie di tutti, era una penitenza ed una mortificazione della carne tanto grande, da costituire un peso appena sopportabile per un altro che fosse di corpo sano e forte e che lo avesse potuto portare con le sole forze umane.

Eppure, il fratello Giovanni di Dio non si contentava di tutto questo, ma mortificava la sua carne con opere di grande penitenza, assoggettandola allo spirito e non concedendole neppure il necessario.

Mangiava poco e un solo cibo; e, quando non stava fuori casa presso chi per propria consolazione lo pregava di mangiare con lui, prendeva sempre cibi vili. Quello più comune era una cipolla cotta, o altri alimenti di poco prezzo.

Nei giorni di precetto digiunava mangiando poco e senza far colazione, ed il venerdì a pane e acqua. In questo giorno, inoltre, per tutto l’anno, si dava la disciplina molto aspramente con alcune cordicelle nodose, fino a versare molto sangue. E questo non lo tralasciava mai, per quanto stanco ed affaticato fosse.

Dormiva sopra una semplice stuoia sul pavimento, con una pietra per capezzale, coprendosi con un pezzo di vecchia coperta, e a volte in una carrozzella, che era appartenuta a un paralitico, coperto della medesima roba, in uno stanzino molto angusto sotto una scala.

Andava sempre scalzo, sia in città che in tutti i suoi viaggi, col capo scoperto e la barba e i capelli tagliati col rasoio, senza camicia, né altro vestito che un cappotto di ruvido panno cenerino e calzoni di tela di lana[45].

Camminava sempre a piedi, senza mai servirsi di alcuna cavalcatura, anche nei viaggi, per quanto stanco fosse e malconci avesse i piedi. Né, per quanto imperversassero intemperie di pioggia o neve, si coprì la testa dal giorno in cui cominciò a servire nostro Signore fino a quando lo chiamò a sé.

Eppure, sentiva compassione delle più lievi sofferenze dei suoi simili e procurava di aiutarli, come se egli vivesse in molta agiatezza.

Accadde una volta che in una tarda sera tempestosa ed oscura d’inverno, mentre tornava al suo ospedale e saliva per via dei Goméles, carico della sporta piena e con un povero sulle spalle che aveva trovato a Piazza Nuova, scendeva dalla strada tanta acqua, che cadde a terra lui e il povero.

Al rumore dell’acqua e ai gemiti del povero, da una finestra bassa, sotto la quale era caduto, si affacciò un uomo di molto credito, che aveva una causa in corso, e udì Giovanni che rimproverava se stesso, dandosi colpi di bacolo e dicendo: «Ah, signor asino, inetto e malnato, pigro, fannullone e codardo, non avete forse mangiato oggi? E se avete mangiato, perché non lavorate? Non vedete che quei poveretti, per i quali voi lavorate, hanno bisogno di mangiare? E non vedete questo povero che porto e che stava morendo, come lo avete ridotto?».

E così dicendo, si alzò con grande sforzo, perché stava in ginocchio, e si rimise in cammino, con l’acqua che gli arrivava a metà gamba.

E colui che l’udì ne fece fede, poiché Giovanni diceva tutto ciò in modo che nessun altro lo avrebbe potuto sentire, se non lui che, senza esser visto, lo ascoltava, essendo ciò accaduto sotto la sua finestra. Ed il giorno dopo, chiedendogli com’era andata a finire la caduta, Giovanni si schermì e dissimulò.

E in tal modo egli si comportava ordinariamente, poiché, vedendo un povero, se lo caricava sulle spalle, senza attendere che qualcuno lo aiutasse, e lo portava nel suo ospedale, con molta fatica, essendo debole ed infermo.

In quanto alla forma dell’abito che Giovanni portava ed al nome col quale veniva chiamato, ciò non fu senza un mistero, il che va ben considerato. E benché non vi fosse altro motivo che quello di averli portati questo santo uomo, bisogna averne grande stima, tanto più che furono voluti da nostro Signore, come vedremo.

Ed avvenne così: stando un giorno Giovanni di Dio a mangiare con un vescovo di Tuy, che allora si trovava a Granata[46], questi gli chiese come si chiamava. Egli rispose che si chiamava Giovanni. Ed il vescovo gli disse che si chiamasse Giovanni di Dio. Egli rispose: «Se Dio vorrà». D’allora in poi cominciarono tutti a chiamarlo Giovanni di Dio.

Quando Giovanni di Dio rivestiva qualche povero del proprio abito, era solito indossare lui quello del povero.

Avendolo, perciò, il vescovo visto tanto mal ridotto e tanto miseramente vestito, dopo avergli dato il nome, gli disse: «Fratello Giovanni di Dio, per la vostra vita, giacché vi portate da qui il nome, prendete ora anche la forma dell’abito, perché quello che portate fa ripugnanza e dà disgusto a coloro che per devozione vogliono trattare con voi e farvi sedere alla loro mensa; e perciò indossate un corpetto e un paio di calzoni grigi, con sopra un cappotto di bigello[47], che sono tre cose in onore della Santissima Trinità».

Egli acconsentì volentieri. Ed il vescovo fece comprare subito l’abito e glielo impose con le proprie mani.

E così Giovanni se ne andò col nome e con l’abito, benedetto dalle mani del vescovo, e non li cambiò fino alla morte.

 

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Capitolo 18

 

DELLA SUA CONTINUA ORAZIONE E COME
FU PERSEGUITATO DAL DEMONIO E MANIFESTÒ ALCUNE COSE OCCULTE PRIMA CHE AVVENISSERO

 

Sebbene il fratello Giovanni di Dio fosse stato chiamato da nostro Signore specialmente alle opere di Marta (nelle quali occupava la maggior parte del tempo), tuttavia non tralasciava quelle di Maria. Tutto il tempo, infatti, che gli avanzava, lo spendeva nell’orazione e nella meditazione, tanto che molte volte trascorreva le notti intere piangendo e gemendo, e chiedendo a nostro Signore perdono ed aiuto per le necessità che vedeva, con sì profondi gemiti e sospiri, che ben faceva capire di conoscere che la preghiera è l’àncora ed il fondamento di tutta la vita spirituale, e quella che risolve bene tutte le questioni dinanzi a Dio, e senza la quale tutto il resto ha poco fondamento. E perciò non intraprendeva cosa alcuna, senza averla prima raccomandata e fatta raccomandare molto a nostro Signore.

E con ciò faceva tanta guerra al demonio, da uscire sempre vittorioso dalle battaglie che sosteneva con lui, le quali furono molte, visibili ed invisibili. Qui ne racconterò alcune di quelle che gli accaddero, con le quali nostro Signore volle coronare il suo servo, e cioè:

Accadde che una notte, stando egli a pregare nella sua cella, un suo serviente, che dormiva lì vicino, sentì che dava grandi gemiti e sembrava che stesse lottando con qualcuno. A quel rumore accorse da lui e lo trovò in ginocchio, molto affaticato e sudato, e dicendo: «Gesù mi liberi da satana. Gesù sia con me».

Il serviente volgendo il capo verso una piccola finestra che dava sulla strada, vide una figura molto feroce, che doveva essere il demonio. Gridò perciò agli altri servienti, dicendo: «Non vedete il demonio che sta alla finestra e getta fuoco dalla bocca?». Quelli, per quanto guardassero, non videro nulla, essendo sparito.

Portarono, quindi, il fratello Giovanni di Dio in una infermeria, dove lo tennero a letto otto giorni, tutto maltrattato e pesto per quello che gli era avvenuto, senza che egli manifestasse nulla di quanto gli era accaduto. Solo, alcune volte, facendosi il segno della croce, diceva tra sé: «Pensi, traditore, che io debba lasciare quello che ho cominciato?».

Un’altra volta, dopo pochi giorni, mentre nella medesima stanza pregava in ginocchio, con la porta serrata, gli si presentò davanti una donna di bellissimo aspetto. Egli le chiese da dove fosse entrata. E quella gli rispose: «Per me non occorre la porta, perché posso entrare da dove voglio».

Egli allora le disse: «Non è possibile che tu possa entrare, se non sei un demonio». Poi si alzò per andare a vedere se la porta fosse serrata, e trovò che lo era; e, quando si voltò, non la vide più. Si recò subito dove stavano gli infermi, piangendo e dicendo: «Fratelli, perché non pregate Dio per me che mi sostenga con la sua mano?».

Accadde un’altra volta che, uscendo già notte dalla casa d’un distinto signore di Granata, in una strada gli passò tra i piedi un porco e lo fece cadere, e, impedendogli di alzarsi, lo trascinò intorno per quasi un’ora, gruffandogli addosso e calpestandolo, fino a quando dalla casa d’un medico, che ivi abitava, chiamato il dottor Beltrán, uscirono alcuni per soccorrerlo, e, avendogli chiesto che cosa era successo, rispose di non sapere altro che lo avevano spinto e fatto cadere e trascinato intorno nel fango Volendo quelli condurlo nella casa del dottore, egli non volle, ma chiese di essere portato dai suoi poveri, dove fu condotto, e rimase più d’un mese col viso scorticato e molto malconcio e pesto.

Un’altra volta, uscendo da una infermeria per una porta che stava vicino alla scala, senza che si vedesse alcuno ricevette uno spintone che lo fece ruzzolare dalla scala fin giù nel cortile, mentr’egli diceva: «Gesù sia con me!».

Al rumore, accorse la gente di casa e vide come era caduto. Ed egli, alzatosi, si ritirò nella sua stanza e, tenendo un crocifisso nelle mani, cominciò a pregare e a parlargli versando molte lacrime.

Un’altra volta, passando di notte da una piazza (usando egli di notte chiedere elemosina) gli si pose davanti un uomo e gli disse: «Dammi elemosina». Giovanni gli disse: «In nome di chi me la chiedi?». Quello non rispose e disparve. E poco dopo, più su, in altra strada, tornò a metterglisi davanti e gli chiese perché non gli dava elemosina.

Giovanni gli rispose che, se non gliela chiedeva per amore di Gesù Cristo, non gliela poteva dare. E mentre così diceva, quello gli diede un pugno nel petto, che lo fece indietreggiare alcuni passi, e disparve.

Stando un’altra volta in orazione nella sua cella, l’udirono dare un grido e dire: «Gesù Cristo, figlio di Dio vivo, soccorrimi».

A quel grido, accorsero tutti e, aprendo la porta, lo trovarono abbracciato ad un crocifisso, prostrato in ginocchio dinanzi ad una immagine dell’Annunciazione.

Avendogli essi chiesto che cosa aveva avuto, rispose che era stato alzato in aria, portato attorno per la stanza e lasciato poi cadere dall’alto, sbattendo fortemente sul pavimento.

Quelli lo tolsero subito da lì e lo portarono nell’infermeria dei poveri, e casualmente lo misero accanto ad un infermo, che da otto giorni stava in agonia.

La mattina del giorno appresso, Giovanni di Dio disse all’infermo (che stava in pieni sentimenti): «Dì, traditore, perché non confessi la verità? Non vedi il demonio che sta qui per prendere la tua anima?».

L’infermo gli chiese come lo sapesse. «Io lo so - gli rispose Giovanni - e affinché tu sappia che lo so, ti dico: tu sei sposato due volte, e le due donne sono vive; ed inoltre, hai commesso un peccato di sodomia, che per vergogna non hai confessato: confessalo perché è noto a Dio, e conseguirai la salvezza dell’anima».

L’infermo restò molto meravigliato, dicendo che nessuno al mondo lo sapeva se non lui; e subito chiese istantemente che gli conducesse un confessore. Giovanni gli condusse un frate di san Francesco. L’infermo si confessò, ricevette il Santissimo Sacramento e morì, dando segni di gran pentimento e devozione.

E, similmente, Giovanni diceva altre cose occulte, che nostro Signore gli rivelava per il bene e il profitto delle anime dei suoi poveri, che gli aveva affidato. E per i meriti di lui nostro Signore concedeva loro di uscire dal peccato, come si legge di molti santi, il che si vide nel caso già detto ed in altri che avvennero, dei quali ne dirò uno che si è saputo da persone degne di fede.

Nel suo ospedale vi era una donna malata, la quale, stando in piena coscienza, gridava senza darsi posa e diceva che la trascinassero per piazza Bibarrambla.

Una notte, Giovanni di Dio, sentendola gridare, salì dall’inferma e le disse: «Perché gridi?».

Quella rispose: «Perché voglio che mi trascinino».

Ed egli le disse: «Caccia il demonio dal tuo cuore, e subito smetterai di chiedere che ti trascinino: perché so bene che da dieci anni vivi in concubinato».

La donna rispose che era vero e che da oltre dieci anni non confessava la verità.

Giovanni di Dio, allora, la esortò con parole molto caritatevoli, animandola a chiedere perdono a Dio e a confessare i suoi peccati. Ed essa lo fece e morì cristianamente.

Trovandosi un’altra volta malato in una infermeria dell’ospedale, Giovanni di Dio chiamò un infermiere e gli disse di andare nella sala di sopra e mettere una candela nella mano di un fanciullo che stava morendo.

L’infermiere vi andò e trovò che era così, rimanendo sbalordito che Giovanni lo sapesse, perché neppure sapeva che vi era quel fanciullo malato. Gli mise la candela nella mano e dopo un’ora il fanciullo spirò.

Una persona che gli era devota narrava che Giovanni di Dio alcune volte le diceva che sarebbe morto tra il venerdì e il sabato; e fu così, perché morì mezz’ora dopo la mezzanotte. E, similmente, che vi sarebbero stati molti del suo abito nel ministero dei poveri per tutto il mondo; e così si sta avverando, come si vedrà a suo luogo.

 

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Capitolo 19

 

DELL’ARDENTE ZELO CHE AVEVA PER L’ONORE DI DIO E PER LA SALVEZZA DEL SUO PROSSIMO

 

Dal grande amore che Giovanni di Dio aveva per nostro Signore derivava il ferventissimo desiderio di vederlo onorato in tutte le sue creature. E perciò, in tutte le opere che faceva, si prefiggeva come fine principale che ne risultasse gloria ed onore a nostro Signore, sì che la cura del corpo fosse un mezzo per la salvezza dell’anima. Mai, infatti, egli apportò aiuto temporale ad alcuno, senza procurare allo stesso tempo di arrecargli, se ne avesse bisogno, rimedio all’anima, con santi e fervidi ammonimenti, nel miglior modo che gli era possibile, avviando tutti sul cammino della salvezza e predicando, più con opere vive che a parole, a disprezzare il mondo e la vanità dei suoi inganni, e a prendere la propria croce e seguire Gesù Cristo. Tutto ciò appare chiaramente da quanto abbiamo già detto narrando la sua vita.

Dallo stesso amore derivava la grande pazienza di Giovanni nel soffrire qualunque offesa ed ingiuria, pur di riportarne (come buon mercante) qualche guadagno che risultasse ad onore di Dio, che era la mercanzia da lui trattata. E benché su questo si potrebbero narrare molti casi che gli accaddero, ne dirò uno solo che ho sentito da persone degne di fede, e cioè:

Si trovava a Granata una donna, di bellissimo aspetto ma povera, venuta da fuori per seguire una causa giudiziaria.

Essendo Giovanni di Dio entrato in casa di un avvocato, vi trovò quella donna e, considerando i suoi modi e ciò che essa trattava, gli sembrò di vederla andare incontro a manifesto pericolo di offendere nostro Signore. Perciò la chiamò e le chiese della sua vita. Essa gliela raccontò e gli parlò anche delle proprie necessità.

Giovanni, allora, le disse: “Vi prego, signora, per amor di Dio, di fare ciò che io vi dirò, e così provvederete sia alle vostre necessità, che al migliore svolgimento della vostra causa; e cioè, vi accompagnerò in una casa di alcune donne che vivono ritirate, dove starete in loro compagnia e in una stanza a parte, stando a vostro agio, conforme alla vostra condizione. Io vi darò da mangiare e solleciterò la vostra causa, affinché voi ve ne stiate ritirata e non andiate fuori, per non mettere in pericolo il vostro onore”.

La donna accettò ben volentieri la proposta, ed egli la mise, come aveva detto, in una casa onorata, le dava il necessario e sollecitava la sua causa, ed alcune volte andava a vederla per portarle provviste e darle notizie del processo; e sempre la esortava in ginocchio e con lacrime a non uscire di casa, a pensare al suo onore e a non offendere Dio, perché a darle da mangiare e a trattare la causa ci pensava lui.

Avvenne che una sera un po’ tardi, andando in cerca di elemosina e passando da quella casa, vi entrò e la trovò sola nella sua stanza e tutta agghindata. Egli, perciò, cominciò a riprenderla aspramente per quel suo abbigliamento e perché stava sola a quell’ora, dicendole tali cose che la fecero piangere. Poi, ammonendola su quello che doveva fare, le diede ciò che era solito darle, e se ne andò.

E si trovò che quella donna, con poco timore di nostro Signore, teneva un giovane nascosto dietro il letto per peccare con lui, il quale sentì tutto ciò che accadeva.

Fecero tanta impressione al giovane le parole di Giovanni di Dio e la grande carità con la quale procurava l’onore di Dio e il bene di quell’anima, che il fuoco di tanta carità estinse in lui completamente il fuoco della concupiscenza, dalla quale era stato preso.

Uscito dal nascondiglio piangente e convertito, cominciò ad esortare la donna ad essere casta e a non ripagare così male Dio e quel santo, il quale, nel nome di Lui, la provvedeva del sostentamento, le insegnava la verità e le consigliava ciò che era conveniente per essa. Ed in quello stesso momento usci da quella casa e fece il fermissimo proposito di non offendere mai più nostro Signore, ma bensì di servirlo. E lo mantenne realmente, poiché d’allora in poi cambiò in meglio la propria vita, e morì con molta esemplarità e pietà cristiana.

Da ciò si vede bene come nostro Signore, nella sua grande bontà e magnanimità non permise che rimanesse senza frutto l’opera svolta dal suo servo per amor suo; giacché, dato che quella donna non volle approfittare del gran bene che le veniva offerto (come fanno la maggior parte di simili donne), la divina Maestà dispose che vi fosse chi ricevesse quella grazia; avendo, infatti, detto per mezzo del suo profeta Isaia, cap. 55: “La parola, che esce dalla mia bocca, non tornerà a me vuota, ma opererà tutto quello che voglio, e prospererà in coloro per i quali l’ho mandata”.

 

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Capitolo 20

 

DELLA MORTE DI GIOVANNI DI DIO

 

Erano tanti i travagli, che Giovanni di Dio sosteneva per rimediare alle sofferenze di tutti gli altri, sia per la strada che faceva nei viaggi, patendo in essi molto freddo, sia per il lavoro ordinario che svolgeva in città, che ne rimase distrutto. E siccome egli curava poco la propria salute, per questo soffriva fortissimi dolori, che dissimulava per quanto poteva perché i suoi poveri non se ne accorgessero e non si affliggessero vedendolo star male. Ma ormai era tanto fiacco, debilitato e privo di forze, che non poteva più dissimularlo.

Ed avvenne, frattanto, che quell’anno, per le grandi piogge cadute, il fiume Genil[48] crebbe di molto; e dissero a Giovanni di Dio che il fiume in piena trascinava molta legna e ceppi. E poiché l’inverno era molto rigido per la neve e il freddo, decise di andare a raccogliere la legna, con l’aiuto delle persone sane della casa, perché i poveri potessero aver fuoco e riscaldarsi.

Per essere egli entrato nel fiume in tal tempo, infermo com’era, prese tanto freddo che gli si accrebbero maggiormente i dolori abituali e cadde molto malato.

Il motivo, per cui entrò tanto nelle acque del fiume, fu perché un ragazzo, che si trovava tra la gente povera venuta a raccogliere legna, spintosi incautamente nel fiume più di quanto era possibile, fu travolto dalla corrente e veniva portato via. Per soccorrerlo, Giovanni di Dio si spinse molto nell’acqua, ma alla fine quello affogò, senza che egli potesse salvarlo. Questo fatto gli arrecò tanta pena, che la sua malattia andò aggravandosi ogni giorno di più.

Essendo ormai giunto il tempo che nostro Signore aveva stabilito per dare al suo servo il premio e la ricompensa delle sue fatiche, avvenne che, stando egli infermo a letto, alcune persone, con zelo indiscreto e con molta superficialità, non comprendendo il modo spontaneo con cui procedeva Giovanni di Dio, si recarono dall’arcivescovo di Granata, allora don Pietro Guerrero[49], e gli riferirono che nell’ospedale di Giovanni di Dio si trovavano uomini di ogni sorta, e che alcuni potevano lavorare, i quali, se non fossero ivi alloggiati, andrebbero a lavorare e a guadagnarsi la vita; e che, similmente, vi erano donne di cattiva fama, le quali recavano disonore a Giovanni di Dio, senza avere riguardo del bene che ricevevano. Ordinasse, pertanto, di porre rimedio a ciò, perché spettava a lui.

Udito ciò, l’arcivescovo (da buon pastore e prelato qual era, molto zelante per la salvezza del suo gregge), mandò a chiamare Giovanni di Dio, non sapendo che stava male.

Appena questi fu avvertito, si alzò come poté e si recò subito dall’arcivescovo con molta premura. Giunto che fu alla sua presenza, gli baciò la mano e, ricevuta la sua benedizione, gli disse: «Che cosa comanda, buon padre e mio prelato?».

L’arcivescovo gli disse: «Fratello Giovanni di Dio, ho saputo che nel vostro ospedale vengono ospitati uomini e donne di cattivo esempio che sono nocivi, e che la loro mala creanza reca difficoltà anche a voi personalmente. Perciò licenziateli subito e ripulite l’ospedale di simili persone, affinché i poveri che vi rimangono possano vivere in pace e tranquilli, e voi non siate più così afflitto e maltrattato da quelli».

Giovanni di Dio ascoltò con molta attenzione tutto quello che il suo prelato gli diceva, e con molta umiltà e mitezza gli rispose: «Padre mio e buon prelato, io solo sono il cattivo, l’incorreggibile ed inutile, che merito di essere scacciato dalla casa di Dio. I poveri che stanno nell’ospedale sono buoni, e di nessuno di essi io conosco alcun vizio. E poi, giacché Dio tollera i cattivi e i buoni, ed ogni giorno fa sorgere sopra di tutti il suo sole, non è ragionevole scacciare gli abbandonati e gli afflitti dalla loro propria casa».

La risposta di Giovanni di Dio fu tanto gradita all’arcivescovo, che, vedendo l’amore così paterno e il tenero affetto che egli portava ai suoi poveri, fino a scusarli e addossarsi lui tutte le mancanze ad essi imputate, da uomo saggio e spirituale, lo comprese bene e, sembrandogli che a un tal uomo si sarebbe potuto affidare molto di più, gli diede la sua benedizione e gli disse: «Fratello Giovanni di Dio, andate in pace, benedetto da Dio, e nell’ospedale fate come nella vostra propria casa, perché io ve ne do la facoltà».

Con questo, Giovanni di Dio si parti da lui e se ne tornò nel suo ospedale.

Vedendo che il male gli si andava aggravando (giacché di li a poco fu colto da brividi e febbre, e sospettò di che poteva trattarsi), si sforzò quanto poté, dandogli nostro Signore a ciò le forze, e prese un quaderno in bianco con l’occorrente per scrivere e un uomo che scrivesse, e andò per la città di casa in casa presso coloro ai quali doveva dare qualcosa, facendone l’elenco e segnando l’ammontare del debito con la relativa motivazione: vi erano alcuni debiti, dei quali gli stessi creditori non si ricordavano più. E così mise in ordine tutto quello che doveva dare e lo riportò in un altro quaderno, in modo che ce ne fossero due: uno se lo mise in petto, l’altro dispose che venisse conservato nell’ospedale, affinché, se Dio lo chiamasse a sé e si perdesse l’uno, vi fosse l’altro ivi in deposito, e venisse pagato quanto si doveva, essendovi segnato tutto con chiarezza. E questo fu il suo testamento.

Terminato di far ciò, tornò nella sua cella così tanto affaticato, che non si reggeva più e si coricò.

Non potendo egli alzarsi dal letto, procurava di soccorrere i poveri che a lui ricorrevano, mediante l’invio di biglietti. E nostro Signore provvedeva il necessario con tanta abbondanza, come se fosse andato, com’era solito, lui stesso a chiedere personalmente; poiché tutti i signori e i cittadini, avendo saputo che era malato, davano largamente ed animavano il suo compagno Antón Martin a supplire Giovanni di Dio in tutto quello che egli non poteva fare.

Donna Anna Ossorio, moglie del Ventiquattro[50] Gardia de Pisa, signora di molta pietà ed esemplarità (alla quale il fratello Giovanni di Dio voleva molto bene per questo motivo), avendo saputo della sua infermità, andò a fargli visita e, vedendo la sua sofferenza e il poco sollievo che ivi riceveva, e i tanti poveri che gli stavano attorno e non gli davano possibilità di riposare un poco (senza che lui li contraddicesse in nulla), lo pregò con molta istanza di acconsentire che lo portassero a casa sua per curarlo, dove gli avrebbero preparato un letto e dato ciò che era necessario, perché fino allora stava solo gettato su tavole, con la sporta per capezzale.

Benché egli se ne scusasse per quanto poteva, dicendo che non lo portassero via dai suoi poveri perché voleva morire ed essere sepolto in mezzo a loro, tuttavia alla fine la signora lo fece arrendere, dicendogli che, avendo egli predicato a tutti l’ubbidienza, ora ubbidisse a quanto con molta ragionevolezza gli veniva chiesto per amor di Dio.

E così presero una seggiola per portarlo via. Quando vi fu adagiato sopra, avendo i poveri saputo che lo volevano portar via, tutti quelli che potevano alzarsi, si alzarono e lo circondarono, ed avrebbero voluto opporvisi per il grande amore che gli portavano, ma, essendo gente che alle proprie sciagure e sofferenze non sa reagire se non con gemiti e lacrime, cominciarono tutti, uomini e donne, ad emettere sì alti gridi e gemiti, che qualunque cuore, per quanto duro, si sarebbe sciolto in lacrime.

Egli, sentendoli piangere e vedendoli afflitti, alzò sospirando gli occhi al cielo e disse loro: «Fratelli miei, lo sa Dio che vorrei morire in mezzo a voi. Ma poiché Dio vuole che io muoia senza vedervi, sia fatta la sua volontà». Poi, dando la sua benedizione a ciascuno singolarmente, disse: «Rimanete in pace, figli miei, e, se non ci vedremo più, pregate nostro Signore per me».

A queste parole, i poveri ripresero a dar gridi e a far lamenti in tal modo che penetrarono sì profondamente nell’animo di Giovanni di Dio (e bastava anche di meno, perché egli li amava), che rimase svenuto sulla seggiola.

Tornato in sé, per non prolungargli di più la pena, lo condussero a casa di quella signora[51]. E poiché aveva cominciato a ubbidire e fatto proposito di ubbidire, quantunque fino allora, per quanto malato fosse, non si era mai cambiato l’abito, benché ruvido e povero, per dare esempio di ubbidienza si lasciò fare tutto quello che gli veniva ordinato. E così gli misero una camicia e lo adagiarono in un letto, e lo curarono con molta carità e diligenza, procurandogli sia medici e medicine, come ogni altra cosa necessaria.

Qui vennero a visitarlo molte distinte persone e signori, e tutti facevano a gara nel lodarlo più che potevano. Ma egli non gradiva tutto questo, eccetto la carità dalla quale li vedeva a ciò mossi, poiché gli avevano impedito di vedere i poveri, e, all’ingresso, avevano messo un portiere che non li facesse entrare, giacché vedendoli, egli piangeva e si affliggeva.

Allorché l’arcivescovo seppe quanto Giovanni di Dio fosse vicino alla fine, andò a visitarlo e lo confortò con sante parole, animandolo all’estremo passo. Poi gli disse che, se avesse qualcosa che gli dava pena, gliela dicesse, perché, potendo, vi avrebbe rimediato.

Egli rispose: «Padre mio e buon prelato, tre cose mi danno preoccupazione. La prima, quanto poco ho servito nostro Signore, avendo ricevuto tanto da lui. La seconda, i poveri che ho a carico, le persone che sono uscite dal peccato e dalla cattiva vita, e i poveri vergognosi. La terza, questi debiti che debbo pagare e che ho fatto per amore di Gesù Cristo». E gli pose nelle mani il quaderno, nel quale erano segnati.

L’arcivescovo gli rispose: «Fratello mio, in quanto a quel che dite di non aver servito nostro Signore, abbiate fiducia nella sua misericordia, perché egli, con i meriti della sua passione, supplirà a quanto è mancato in voi. In quanto ai poveri, io li ricevo e li prendo a carico mio, com’è mio dovere. In quanto, poi, ai debiti che dovete pagare, fin da ora me li assumo io e m’incarico di pagarli. E vi prometto di far tutto ciò come se lo faceste voi stesso. State perciò tranquillo e non datevi altro pensiero che di attendere alla vostra salvezza e di raccomandarvi a nostro Signore».

Grande consolazione riportò Giovanni di Dio dalla visita del suo prelato e da quanto gli promise.

Altre parole di grande conforto gli disse l’arcivescovo, il quale, dopo che Giovanni di Dio gli ebbe baciato la mano, lo benedì e se ne andò, recandosi direttamente a visitare l’ospedale.

Essendosi aggravata di più la malattia, Giovanni di Dio ricevette il sacramento della confessione (quantunque lo ricevesse sempre molto spesso) e, dopo che gli fu portato nostro Signore per adorarlo, poiché l’infermità non gli permetteva di riceverlo, chiamò il suo compagno Antòn Martin e gli raccomandò molto i poveri, gli orfani e i vergognosi, e lo esortò con parole molto sante a ciò che avrebbe dovuto fare.

Poiché sentiva in sé che si avvicinava la sua dipartita, si alzò dal letto e si mise in ginocchio sul pavimento, abbracciando un crocifisso, stette un po’ in silenzio e poi disse: «Gesù, Gesù, nelle tue mani mi affido». E, detto questo con voce forte e ben chiara, rese l’anima al suo Creatore, all’età di 55 anni, dodici dei quali spesi al servizio dei poveri nell’ospedale.

Ed accadde una cosa assai degna di ammirazione e che non sappiamo si legga di alcun altro santo, se non di san Paolo primo eremita, cioè, che dopo la morte il suo corpo rimase in ginocchio per lo spazio di un quarto d’ora senza cadere, e sarebbe rimasto fino ad oggi in quella posizione, se non fosse stato per l’ingenuità dei presenti, i quali, vedendolo così, per poterlo vestire non credettero opportuno farlo raffreddare.

E perciò lo presero e con difficoltà lo distesero per vestirlo, e gli fecero perdere la posizione inginocchiata.

Alla sua morte erano presenti molte distinte signore e quattro sacerdoti, e tutti rimasero meravigliati e rendevano grazie a nostro Signore di come avvenne quella morte e quanto bene essa fosse in consonanza con quella vita. La quale morte avvenne all’inizio del sabato, mezz’ora dopo il Mattutino, l’8 marzo del 1550[52].

 

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Capitolo 21

 

DELLA SEPOLTURA E DELLE ESEQUIE
DI GIOVANNI DI DIO

 

Alla morte di Giovanni di Dio si adempì bene quanto disse Cristo nostro Redentore nel suo vangelo, secondo san Matteo cap. 23, e cioè: colui che si umilia sarà esaltato. Egli, infatti, tutto il tempo che servì nostro Signore lo passò nell’annientare e disprezzare se stesso e mettersi al posto più basso ed umile in ogni forma e maniera che gli fu possibile, come appare chiaramente dalla narrazione della sua vita.

Ed è per questo che nostro Signore, adempiendo pienamente la sua parola, si compiacque di elevarlo ed onorarlo tanto, in vita e in morte, che ben si può dire che alle sue spoglie furono fatti tali grandiosi funerali e resi tali onori, che non ebbero mai principe, imperatore o monarca del mondo. Poiché, quantunque ai funerali di alcuni principi ci sia andata tanta e tanto nobile gente, ed anche di più, tuttavia il sentimento dell’animo degli uni e degli altri, col quale si dimostra il vero onore, è molto diverso.

Ai funerali di costoro, infatti, si accorre per ossequio e per far piacere al successore, ed alcune volte per forza (come sono tutti gli ossequi del mondo). Per lui, invece, non fu così, perché, essendo egli tanto povero e dispregiato e non possedendo nulla sulla terra, non si può sospettare che in coloro che accorsero ad onorarlo vi fosse alcuna delle tre cose che, come dice san Giovanni, abbagliano gli uomini del mondo.

Fattosi pertanto giorno e saputosi che Giovanni di Dio era morto, fu tanta la gente di ogni ceto che accorse, senza che alcuno fosse stato chiamato, che fu cosa da destare meraviglia.

Vestirono il corpo e lo posero sopra un sontuoso letto ben adornato in una grande sala, nella quale furono eretti tre altari, e poi venne celebrato un gran numero di messe da tutti quei frati e sacerdoti della città, ai quali fu possibile, d’allora fino a quando lo portarono a seppellire. E tutti andavano a recitare il proprio Responsorio sul corpo.

Alle nove del mattino era tanta la gente accorsa per il seppellimento, che né la casa e nemmeno le strade potevano contenerla.

Intanto cominciarono a muoversi, e presero il corpo sulle loro spalle il marchese di Tarifa e il marchese di Cerralbo[53], don Pietro de Bobadilla e don Giovanni de Guevara, e lo portarono abbasso fino alla strada, dove avvenne qualche discussione su chi avrebbe dovuto portarlo. E si presentò un padre venerando e di molta santità, dell’Ordine dei Minori, chiamato Cárcamo, con altri della sua religione, e disse: «Questo corpo deve essere portato da noi, perché Giovanni di Dio in vita imitò molto il nostro Padre san Francesco nella povertà, nella penitenza e nello spogliamento di se stesso». E così lo lasciarono portare ad essi per un buon tratto, e poi subentrarono i religiosi di tutti gli Ordini, i quali a turno, gli uni dopo gli altri, lo portavano per un breve tratto, finché giunsero a Nostra Signora della Vittoria.

L’Alcade[54] e i ministri di giustizia mettevano ordine tra la folla: e ve n’era ben di bisogno, data la moltitudine che vi era.

Il corteo si svolgeva nel modo seguente.

Davanti andavano i poveri del suo ospedale e la maggior parte delle donne che aveva accasate, le giovani povere e le vedove, ciascuna con la propria candela in mano, piangendo amaramente e narrando a voce alta i benefici e le elemosine che avevano ricevuti.

Seguivano quindi tutte le confraternite della città, che sono molte, per ordine, con i ceri, le croci e i rispettivi stendardi. Poi tutto il clero della città e i frati di tutti gli Ordini, con le loro candele. Subito dopo, la croce della parrocchia col suo clero, ed infine il Capitolo, i canonici e i dignitari della Chiesa con la propria croce, l’arcivescovo, i cappellani della Cappella Reale, e poi il corpo.

Dietro venivano i Ventiquattro e i Giurati della città e, con essi, cavalieri e signori. Poi tutti gli officiali e gli avvocati dell’Udienza Reale ed una infinità di altra gente, che rimpiangeva la sua dipartita. E non solo i vecchi cristiani, ma anche i moreschi[55] piangevano e nel loro linguaggio proclamavano il bene e le elemosine ed il buon esempio che aveva dato a tutti, e gli inviavano mille benedizioni.

Tutte le campane della chiesa maggiore e tutte le campane delle parrocchie e dei monasteri suonavano con tanto clamore, che sembrava avessero la ragione e manifestassero il proprio cordoglio in modo diverso da quello abituale.

Giunti nella piazzetta, che sta davanti alla porta di Nostra Signora della Vittoria, si fermarono con il corpo, perché era tanta la ressa della molta gente accorsa per entrare nella chiesa, che fu necessario sostare un lungo spazio di tempo, non essendo possibile entrarvi[56].

E la folla, per la gran devozione che aveva per lui, considerando che non lo avrebbe più visto in questa vita, si accalcava, senza poter essere contenuta, per vedere e toccare il corpo e prendere qualche sua reliquia. Alcuni lo toccavano con rosari ed altri con libretti di preghiere o con altre cose, per proprio conforto.

Ed era tanta la gente che si ammassò e tanti i gridi che, piangendo, emetteva sopra il corpo, che in nessun modo, né con preghiere né con la forza, poteva esserne staccata. E, se non avesse provveduto Dio a farla staccare, per avere qualche reliquia avrebbero fatto a pezzi anche la bara, come avevano già cominciato, e non avrebbero dato la possibilità di seppellirlo.

Finalmente, essendo stato possibile, portarono il corpo in chiesa e lo posero sopra un ricco tumulo, che era stato già preparato.

A riceverlo uscirono i frati che erano rimasti in casa, ed andarono a prenderlo insieme al loro Generale (che allora si trovava a Granata), il quale celebrò l’officio e disse la messa[57], ed un frate del medesimo Ordine predicò molto egregiamente, trattando della umiltà e del disprezzo del mondo e del come, per questa via, nostro Signore innalza i suoi.

Quel giorno si dissero molte messe, con gran copia di torce e ceri, e lo seppellirono in un sepolcreto della cappella di García de Pisa, che era di quella signora nella cui casa morì.

E nei due giorni seguenti, che erano domenica e lunedì, fu celebrata la messa nello stesso modo, con la medesima solennità di messa e predica, e con altre messe e molto concorso di popolo.

Per più di un anno, a Granata non vi fu predica in cui non si parlasse di Giovanni di Dio e della sua vita, a conferma di ciò che si diceva e ad esempio del popolo.

Dopo venti anni da quel giorno, alcuni cavalieri, che avevano desiderio di vederlo, entrarono nel sepolcro e lo trovarono integro, senza avere altro corroso che la punta del naso. Del che rimasero meravigliati, poiché al suo corpo non era stato fatto alcun trattamento d’imbalsamazione, come ad altri, perché non si decomponesse[58].

Si può, pertanto, piamente credere che Giovanni di Dio, per le sue opere e per la grande bontà e misericordia di nostro Signore, stia già godendo della divina Maestà in quella gloria che, secondo la sua parola, è riservata a simili uomini. Alla quale voglia Iddio guidare i nostri passi, con una vita e con opere tali, da poter meritare anche noi di vivere per sempre con lui. Amen.

 

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Capitolo 22

 

DI CIÒ CHE AVVENNE DOPO LA MORTE
DI GIOVANNI DI DIO

 

Come si è già detto, Giovanni di Dio, prima che passasse da questa vita, lasciò affidato l’ospedale al suo compagno Antón Martín[59] perché lo dirigesse e ne avesse cura come faceva lui.

Come colui che era stato bene istruito dal suo maestro nella carità e nella cura dei poveri, egli stette alcuni giorni nell’ospedale esercitando il proprio ufficio con molta diligenza, e poi, spinto dalle necessità che vedeva aver la casa, decise di recarsi alla Corte per chiedere elemosine ai signori e ai grandi, come faceva Giovanni di Dio, e potere con esse compiere e portare avanti l’opera cominciata.

Là alcune pie ed eminenti persone lo consigliarono di fondare a Madrid un ospedale del suo istituto e ordine, che era molto necessario perché gli infermi e i poveri venissero assistiti con carità e diligenza; e a tale scopo gli avrebbero dato molti aiuti per poterlo fare. Egli accettò il consiglio, e si cominciò a farlo, e fu fatto dov’è attualmente: viene chiamato l’ospedale di Antón Martín ed è tanto grande ed importante come tutti sanno. In esso vengono assistiti molti poveri e vi sono molti fratelli del medesimo ordine e istituto di Granata, con la differenza che il colore del bigello che indossano è un po’ più scuro di quello di Granata, e che portano le sporte al braccio e non sulla spalla, perché dicevano che accadeva loro di urtare con esse i cavalieri e le persone distinte, con le quali trattavano, poiché là ve ne sono tanti.

Iniziata l’opera di Madrid e condotta a buon punto, Antón Martín tornò a Granata, portando molte coperte, tela, roba e altre elemosine in danaro per l’ospedale, e rese conto all’arcivescovo don Pietro Guerrero dello stato dell’ospedale che aveva iniziato a Madrid. Chiesto ed avuto il suo permesso tornò a Madrid, dove visse esercitandosi in opere molto sante, sia di ospitalità che di penitenza, perché fu estremamente penitente, di grande esempio e di buona vita fino alla morte.

E siccome la sua vita aveva sparso fra tutti buon odore di virtù, al suo seppellimento intervennero tutti i signori e i grandi della Corte, riuscendo così molto solenne. Venne quindi sepolto in una cappella principale del monastero di san Francesco della città di Madrid, dove riposa nel Signore.

Ma torniamo ora alla nostra storia.

Allorché Antón Martín lasciò Granata, nell’ospedale rimasero altri fratelli, dei quali in seguito farò menzione più in particolare, perché, come discepoli d’un tanto santo, fecero tale riuscita che la loro vita, insieme a ciò che poi fecero, è ben degna di essere conosciuta.

Essi governarono e amministrarono l’ospedale secondo il sistema del loro maestro, essendovi sempre un fratello maggiore, il quale, come superiore, ordinava tutto quello che riguardava la casa, e gli altri gli ubbidivano.

Accadeva intanto che, essendo tanti i poveri, affetti da ogni infermità, che venivano all’ospedale, ai quali non si rifiutava mai l’entrata, come fu sempre ed è ancora abitudine in questo ospedale, non vi era assolutamente più posto per tutti. I locali erano molto angusti, e grande perciò la necessità di cercare un altro luogo più capace che li potesse contenere tutti comodamente.

Per questa necessità, si rivolsero all’arcivescovo don Pietro, al quale bastava poco per muoversi subito a soccorrere con tutte le sue forze simili necessità.

Egli, resosi conto di che si trattava, si affrettò a portarvi rimedio. E perciò, riflettendo su dove si sarebbe potuto trovare un luogo adatto con spazio sufficiente a tale scopo, comodo per tutti, sia nei dintorni che fuori a motivo dell’aria, alla fine gli sembrò non esservi altro luogo migliore di quello dove sta ora l’ospedale, che era un terreno appartenente alla città, attiguo ad un altro che era dei frati di san Girolamo, nel quale dicevano che si trovava il vecchio monastero di san Girolamo.

Intraprese, quindi, trattative con la città e con i frati, perché, trattandosi di un’opera pubblica e così necessaria come questa, dessero ciascuno la parte del terreno di loro proprietà, dove edificare l’ospedale, e lui avrebbe aiutato l’opera. Il resto si farebbe con elemosine dei fedeli, che si sarebbero raccolte per questo scopo. Ed anche i frati vi spendessero certa elemosina, che un vescovo di Guadix, chiamato don Antonio de Guevara e Avellaneda, alla sua morte aveva lasciato loro perché l’adoperassero a favore dei poveri e delle opere pie di questa città, poiché non essendovi altra opera più pia di questa, qui sarebbe bene impiegata.

Essendosi messi tutti d’accordo, si diede inizio all’opera, e l’arcivescovo aiutò subito con 1600 ducati, mentre il padre Avila, che allora si trovava qui, cominciò a far conoscere l’opera dai pulpiti e raccomandarla a tutti, perché l’aiutassero con le loro elemosine. Era tanto l’ascendente di quest’uomo ed era tanto accetto al popolo, che in breve tempo tutti corsero, come anticamente per Mosé alla costruzione e all’ornamento del Tabernacolo di Dio.

Alcuni, infatti, portavano somme di danaro, altri materiale ed operai, altri roba, e le donne davano i loro braccialetti, orecchini, anelli ed ogni altra sorta di gioielli, con tanto fervore e con tanta devozione, che in poco tempo fu raccolta molta elemosina e l’opera andava crescendo.

Vennero ultimate così le tre parti ora esistenti, e l’arcivescovo diede danaro perché si facessero con sollecitudine finestre e corridoi, e venissero trasferiti i poveri, come lo furono, nelle sale nuove, dove stanno ora, benché l’opera non sia stata ancora completata[60]. Ed il motivo è stato perché il demonio, che non dorme mai ed è seminatore di zizzania, vedendo che prosperava così bene nel servizio di nostro Signore, volle mettervi le sue mani e, mediante i mezzi a lui abituali, fece sorgere controversie tra i frati e i fratelli[61], che durano fino a oggi, senza essere state ancora definite. Di questo non è mio intento trattare, perché son cose che vanno alla lunga per via di giudizio, che, se potessero esser viste nel giudizio di Dio, sarebbero presto risolte. Ed è per questo che spesso molte opere buone vengono a cessare. Ma lasciamo a Lui, e torniamo a parlare dell’ordine dei fratelli.

 

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Capitolo 23

 

DELL'ORDINE CHE OSSERVANO I FRATELLI DELL'OSPEDALE DI GIOVANNI DI DIO E DEL FRUTTO
CHE HANNO PRODOTTO IN OGNI PARTE

 

Fu così grande l'esempio di vita lasciato da Giovanni di Dio e piacque tanto a tutti, che molti si sentirono e si sentono mossi ad imitarlo e a seguire il suo cammino, servendo nostro Signore nei suoi poveri ed esercitando l'ufficio dell'ospitalità solo per Dio, in cui non occorrono lettere e studio, bensì molto disprezzo del mondo e di se stessi, molta carità e molto amor di Dio. Ed è per questo che si sentirono e si sentono animate ad abbracciare la loro vita persone di ogni età e condizione, le quali non sarebbero utili in altri Ordini perché non sanno di lettere.

La norma che seguono per accettarli nell'ospedale è questa.

Vengono esaminati circa la loro retta intenzione di servire nostro Signore. Se risulta tale, li accettano e, vestiti d'un modesto abito di color bigio, li occupano nel servire i poveri e nell'ufficio che viene loro assegnato, per qualche tempo: alcuni per due, tre o sei anni, secondo che sembra ne abbiano bisogno, provandoli bene nell'umiltà e nella modestia. Se danno buona prova, dopo averlo chiesto con molta umiltà al fratello maggiore e al rettore[62], si dà loro l'abito. E rimangono così ancora per molti anni, fino a quando vengono ritenuti meritevoli di essere ammessi alla professione.

Tutto ciò, insieme al loro modo di vivere e di procedere, appare dalle costituzioni dell'Ordine, le quali saranno riportate più avanti, e per questo qui non ne parlo[63].

In questa casa di Granata ordinariamente vi sono da diciotto a venti fratelli. Alcuni di essi lavorano nelle infermerie assistendo i poveri, altri nei vari uffici della casa. Altri, invece, vanno a chiedere elemosina per la città, ripartita in parrocchie, chiedendo ciascuno nella propria. Altri vanno fuori per le campagne e i paesi a chiedere grano, orzo, formaggio, olio, uva passa, e le altre cose necessarie alla vita.

In questo modo si raccoglie elemosina sufficiente per il mantenimento dell'ospedale e, con la poca rendita che ha, nostro Signore lo provvede, sì che ordinariamente si mantengono 120 letti e 30 inservienti oltre i fratelli. Alcune volte, in tempo di necessità, vi sono da tre a quattrocento letti. E tutti vengono mantenuti ed assistiti mediante la provvidenza di nostro Signore, non senza giusta e generale meraviglia.

Quest'ospedale, infatti, ebbe ed ha sempre, fin dall'inizio, una cosa ereditata dal beato Giovanni, ed è che non si rifiuta mai povero che viene, e non vi è limite di letti, ma si ricevono tutti quelli che vengono. Anche se non c'è letto, i fratelli preferiscono metterli a giacere sopra una stuoia, fino a che ve ne sia uno libero, nutrirli e dar loro i sacramenti, anziché, senza nulla di questo, lasciarli morire per strada.

Tutti quelli che entrano qui per servire, servono con carità e per amore di Dio, senza che nessuno riceva salario. E così la casa è servita meglio che qualsiasi altra casa del mondo, perché tutti vi entrano per salvare la propria anima esercitandosi nella carità, e ciascuno fa più che può, senza che sia necessaria alcuna riprensione.

Non solo qui è stato prodotto il frutto di cui abbiamo parlato, ma da questa casa, come dalla sorgente, sono usciti fratelli molto esemplari, che hanno fondato ospedali in molte altre parti, nei quali si fanno molte buone opere, germogliate da quel piccolo chicco che nostro Signore seminò in Giovanni di Dio, del quale essi imitano l'esempio.

Da qui, infatti, usci Marino di Dio[64], il quale fondò l'ospedale che i fratelli hanno nella città di Cordova, che prima era l'ospedale di san Lazzaro[65] e che il Re diede a questo fratello, nel quale costruì un magnifico edificio, che ha molti letti e una buona rendita sia di grano che di danaro. Questo fratello condusse una vita molto santa, fu gran penitente, camminava sempre scalzo, e morì santamente.

Nella città di Lucena in Andalusia, che è del duca di Segorbe, un fratello di questa casa, chiamato Frutto di San Pietro, fondò un ospedale, nel quale si assistono i poveri che vi accorrono da quelle parti.

Nella città di Siviglia, il fratello Pietro Peccatore, che era di questa casa, fondò l'ospedale delle Tavole, chiamato così perché all'inizio egli si era prefisso di accogliere durante la notte i pellegrini e gli abbandonati, e perciò erano state collocate alcune tavole per lungo, dove dormiva molta gente con i panni che aveva. Ma poi vi fece una infermeria, dove venivano assistiti quanti erano ammalati tra quelli che ivi accoglieva. Quest'ospedale venne in seguito trasferito nella piazzetta di San Salvatore, dove sta ora: viene chiamato ospedale di Nostra Signora della Pace ed ha sessanta letti, tutti per incurabili. L'ospedale delle Tavole rimase, com'è tuttora, solo per accogliere i pellegrini durante la notte, e ne hanno cura i fratelli di quest'altro ospedale, i quali sono in dodici e vivono con molto ordine e pietà religiosa. Siccome della vita di questo fratello faremo capitolo a parte, essendo egli degno di memoria ed è passato da questa vita, qui non dico di più.

Anche a Roma e a Napoli vi sono ospedali di quest'Ordine. E la loro origine è questa.

Essendo i fratelli di questa casa di Granata andati là, quand'era in vita il Sommo Pontefice Pio V, di felice memoria, per difendere la causa che avevano con i frati di san Girolamo, e non essendo il loro ufficio aver liti, bensì esercitare l'ospitalità, vedendo che stavano in ozio, il fratello Sebastiano Arias cominciò a fondare un ospedale nella città di Roma, col favore del Sommo Pontefice, il quale si compiacque del suo istituto, ammirando con quanta carità i fratelli attendevano all'assistenza e alla cura dei poveri, e li favorì tanto, che non solo diede caloroso impulso perché quest'opera si facesse, sì che in cinque mesi si misero su sessanta letti, ma, elargendo loro altri benefici, volle altresì elevare i fratelli ad ordine religioso. E perché fossero veri religiosi concesse loro una Bolla molto favorevole, in cui fra l'altro dispose che militassero sotto la Regola dell'Ordine di sant'Agostino, e così professassero. Essi accettarono e così professano, come si vedrà dalla Bolla, che riporterò letteralmente più avanti[66].

Il nostro Santo Padre Gregorio XIII, che oggi felicemente governa la Chiesa Romana, è stato ed è molto benevolo con essi ed ha loro concesso per protettore il reverendissimo cardinale Savelli, suo Vicario, perché li difenda e li protegga in ogni loro necessità, come fa con grande carità e benevolenza[67].

Anche in altre parti di Spagna sono stati fondati ospedali di quest'Ordine, che tralascio di menzionare per non essere prolisso.

Dico solo che saranno pochi giorni che la fama di Giovanni di Dio e della grande utilità del suo Ordine nel ministero dell'ospitalità, è volata fino alle Indie Occidentali. Sono state, infatti, inviate a questa casa di Granata lettere dal Perù, Panamà e Nome di Dio[68] da parte di ospedali ivi fondati, i cui capi chiedono di mettersi e assoggettarsi all'obbedienza e dipendenza di questa casa e al suo ordine ed istituto; e chiedono con molta istanza che vengano loro inviati il suo regolamento di vita e le costituzioni dei fratelli insieme alla Bolla che hanno ottenuto, perché vorrebbero introdurre anche là il loro Ordine, affinché i poveri vengano assistiti con la dovuta carità. E fu, perciò, loro inviato quanto chiedevano nello scorso anno 1581.

Mi sembra, pertanto, che sarebbe cosa molto ragionevole che tutti i principi cristiani favorissero i fratelli, ne procurassero l'incremento e aiutassero le loro case con le elemosine, poiché è un grande bene comune e universale, ed arreca molta utilità ai loro regni, avere un Ordine, il quale, con la carità dovuta e senza alcun interesse umano, pratica l'assistenza e la cura ai poveri, sopportando il fetore e il sudiciume che tale opera necessariamente reca con sé. Per nessun guadagno, infatti, si potrebbero trovare persone disposte a compiere tale opera come si deve, perché ad ognuno naturalmente fa orrore; e se questo non si vince con la carità, non vi è altra arma per superarlo.

Avendo, perciò, nostro Signore suscitato un Ordine che, con grande misericordia, si prefigge quest'unico fine e lo attua solo per amor suo con la dovuta carità, è giusto che gli siano rese fervide grazie per questo, e che tutti coloro che ne vengono a conoscenza e desiderano la sua gloria ed il bene comune aiutino i fratelli e li proteggano, ciascuno più che può. Poiché, oltre a ciò, i fratelli sono persone molto virtuose e di grande esempio, e tra loro vi sono stati uomini grandi per santità di vita.

E perché si possa comprendere qualcosa di ciò, farò qui una breve menzione della vita di uno di loro che ha lasciato già questo mondo. Benché, poi, potrebbe farsi menzione anche di altri, non lo farò, non essendo ancora tempo, perché alcuni sono tuttora viventi, mentre di quelli che sono già morti, il ricordo è ancora vivo, e tutti li hanno conosciuti, e perciò non mi è sembrato necessario ora prolungarmi nella narrazione.

 

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Capitolo 24

 

DELLA VITA DI PIETRO PECCATORE

 

Ben si vede quanto sia differente la prudenza e la sapienza dei figli di Dio da quella dei figli di questo secolo, poiché questi, pieni d’ipocrisia, cercano nomi e titoli a loro parere onorevoli e illustri, che sono stimati in questo mondo, per coprire con essi i loro difetti e quanto manca loro di virtù, e sembrare così diversi da quello che sono. Gli altri al contrario, benché lo meritino veramente e si addica loro ogni buon nome, tuttavia cercano i nomi più umili e spregiati, perché sembrando tali possano nascondere il tesoro che hanno ricevuto dal Signore e rendergli onore, confessando in tal modo la sua grande clemenza, poiché, essendo egli quello che è, elargisce a simili uomini favori e grazie.

E questa fu la causa per cui questo santo uomo credette bene di assumere il nome di Pietro Peccatore. Infatti, essendo egli veramente molto fondato nel convincimento di sé e nel concetto che aveva di Dio, per la luce che la divina Maestà si compiacque comunicargli, quando più saliva la bilancia della conoscenza di Dio, tanto più scendeva quella del conoscimento della propria miseria e della propria pochezza. E quindi per sì ardua impresa nessun’arma più nobile gli sembrò poter prendere per essere riconosciuto, che assumere il nome di Pietro Peccatore. E fece ben conoscere così a quale scuola si era formato e come la sua vita si rassomigliasse a quella degli uomini insigni, a molti dei quali nostro Signore, volendoli rendere tali, cambiava in altro il nome che prima avevano.

Costui fu tale che, secondo i molti indizi. che ne abbiamo, di lui si potrebbe assai meritatamente scrivere un libro a parte per narrare la sua vita e lodare le sue grandi virtù, la sua gran penitenza, il suo amore perfettissimo di Dio e del prossimo, e la vita eremitica che condusse per molti anni nella solitudine di una montagna.

E fu questa la cagione per cui si è saputo poco della sua vita, perché con molta difficoltà e solo per amore di Dio egli poteva essere indotto a vivere nell’abitato, come si vedrà da quel che diremo di lui, il che in definitiva è ciò che abbiamo potuto sapere, ed è quanto segue.

Pietro Peccatore fu nativo di questa nostra Andalusia, ma di qual luogo in particolare non si sa. Né sappiamo altresì in qual modo sia avvenuta la sua conversione ed abbia seguito con tanto fervore la via di nostro Signore. Sappiamo solo che quand’era ancora ragazzo, e da principio nella città di Jaén, si esercitava a lavorare con le proprie mani, e così viveva.

E continuò a far sempre in tal modo, come l’apostolo san Paolo, il quale volle vivere sempre del proprio lavoro e nulla chiedeva a nessuno, dovunque si trovasse.

Portava acqua per le strade con due secchi pendenti dalle spalle, procurandosi così da mangiare.

Ciò che avanzava dal suo assai parco e limitato cibo, lo dava ai poveri. Poi subito si ritirava nel suo cantuccio e si dava all’orazione, non essendogli a ciò d’impedimento la delicata cena, né il morbido letto, poiché questo era la dura terra, ed il vestito fu sempre molto ruvido e della medesima forma di quello degli altri allorché si recava nell’abitato.

Andò sempre scalzo per molti anni, finché, per la sua avanzata età e per ubbidienza, lo indussero a calzarsi.

Da Jaén si ritirò in un eremitaggio che si trovava in un aspro e solitario monte del territorio di Malaga, dove rimase molti anni menando vita angelica. E viveva con il lavoro delle proprie mani, come si è già detto, facendo cucchiai, cestelli ed altre cose di legno, che poi vendeva per sostentarsi.

C’è da supporre che ivi gli accadessero molte cose degne di essere conosciute e delle quali non abbiamo notizia, perché era uomo estremamente silenzioso e non diceva parola se non mosso dalla gloria di nostro Signore e per il vantaggio del prossimo. Il che, però, si lascia intravedere dagli effetti che si vedevano, perché da lì usciva così infiammato d’amore di nostro Signore, che lo si comprendeva bene dal frutto che produceva quando andava nelle città vicine, come si dirà subito.

Stando lì, gli venne il desiderio di andare a visitare i luoghi santi di Roma e le reliquie degli apostoli san Pietro e san Paolo. E lo mise in esecuzione, con grandissimi travagli, che patì all’andata e al ritorno, di fame, di freddo e di caldo, perché andava poco riparato, scalzo e senza nulla in testa.

Giunto che fu là, visitò con gran devozione e molte lacrime quei luoghi che tanto aveva desiderato, baciando la terra e le pietre bagnate dal sangue di tanti martiri.

Ed essendo sempre sua abitudine, avendone occasione, di procurare il bene e il profitto di tutti, ed indirizzare le creature al loro Creatore, oltre agli altri con i quali parlò, un giorno gli capitò d’incontrarsi con un ebreo, che gli piacque, sembrandogli un giovane modesto, di buon garbo e d’intelligenza acuta. Cominciò perciò a parlargli della sua salvezza e dell’errore in cui si trovava, di volere cioè continuare a seguire quella legge che era cessata con la venuta del Messia, dicendogli che colui che Dio aveva promesso, per mezzo di tutti i profeti, era veramente venuto, mentre loro scioccamente lo attendevano ancora. E seppe dirgli tali cose che, con l’aiuto datogli da nostro Signore e la luce concessa all’ebreo, lo convertì e gli fece confessare la verità. Il giovane, quindi, chiese il battesimo, e gli venne amministrato con gran festa in Roma. Per toglierlo, poi, dall’occasione che, incontrando gli altri ebrei e conversando con essi, lo pervertissero, gli consigliò di andarsene con lui in Spagna. Ed avendo quello accettato, se ne tornò in Spagna insieme con lui.

Tornato da Roma, se ne andò direttamente a Siviglia ed aveva le armi così bene affilate che quasi ignudo, scalzo e cinto d’una corda, percorreva le vie della città, facendo pubblica penitenza e gridando a tutti di farla anch’essi; e lo diceva con tali esortazioni e con parole sì vive, che trapassava i cuori di quanti lo sentivano. E ben si vedeva che gli uscivano accese dal fuoco dello Spirito Santo, perché fece gran frutto in molti, i quali lasciando il mondo seguirono Cristo nostro Redentore per diverse vie: alcuni entrando nella vita religiosa, altri facendo quello che faceva lui, come si vedrà.

Il suo modo di dire era tale da sembrare che non fosse lui a parlare, ma che un altro gli movesse la lingua, perché andava così assorto ed estasiato che, camminando per le piazze, sembrava che non vedesse né sentisse alcuno, e che andasse da solo come nella montagna.

Le sue parole erano poche, ma dette con tale e tanta vivezza, che fino ad oggi non vi è alcuno di quelli che l’udirono, per quanto dimentico delle cose di Dio, che le abbia dimenticate e non le ricordi ancora con ammirazione.

In questo atteggiamento e in questo modo, percorse tutto il territorio di Siviglia, dove, insieme con i fratelli che si erano uniti a lui, fondò l’ospedale delle Tavole nel modo già detto, ed ivi si esercitò molti giorni ad assistere e servire i poveri, e ad andare per le vie, ma invece di questuare annunziava le verità cristiane, e senza che egli chiedesse tutti gli davano elemosina per i poveri.

E perché non sembrasse che egli facesse tutto per gli altri e dimenticasse il proprio profitto e la sua antica vita sul monte e la preghiera, di quando in quando radunava i fratelli e teneva loro un discorso, esortandoli sulla necessità di attendere alla preghiera per rinforzare le fondamenta delle virtù e tornare poi ad aver cura dei fratelli con rinnovata energia, cosa che in mezzo al frastuono di Siviglia non poteva farsi come si doveva.

E perciò, lasciato un fratello nell’ospedale, si recava insieme agli altri sui monti di Ronda, nel luogo più aspro, si ritirava in una grotta e vi passava molti giorni nella preghiera e nella meditazione, e, come maestro che vi si era esercitato per molti anni, istruiva i suoi sul modo di farle.

E, similmente, insegnava loro a lavorare con le proprie mani per evitare l’ozio e procurarsi il sostentamento necessario.

Da qui, dopo alquanti giorni, talvolta dopo un anno e più, tornava in città. E così alimentava l’una e l’altra vita, e formava fratelli di grande virtù, esempio e santità, e di molta penitenza, perché egli dava loro tale esempio che da solo era ammonimento sufficiente per renderli tali, essendo molto rigoroso con sé stesso e molto astinente.

E poiché andava scalzo ed inciampava nei sassi, accadeva che gli si producevano delle ferite ai piedi così vaste che, non avendo altro rimedio, forava con una lesina i duri calli che aveva e ricuciva così le spaccature col filo che si adopera per cucire le scarpe.

Avvenne un giorno che, trovandosi sul monte con un solo compagno, il quale vive ancora, andarono insieme a raccogliere legna nella selva per fare cucchiai e zeppe, e, tornando senza aver mangiato, durante il cammino andavano dicendo come nella grotta non vi era nulla da mangiare: ed erano estenuati. Giunti alla grotta, Pietro Peccatore vide sopra un sedile di pietra un grosso pane bianco con accanto un vasetto pieno di olio, e rivolgendosi al compagno gli disse versando molte lacrime: «Guarda, fratello, come il Signore pietosissimo ha avuto cura di provvederci, senza averlo noi meritato». E, inginocchiatisi tutti e due, resero grazie per lunghissimo tempo a nostro Signore, che aveva riempito di devozione le loro anime alla vista di quella provvidenza e nutrito i loro corpi del cibo necessario.

 

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Capitolo 25

 

DELLA VENUTA DI PIETRO IL PECCATORE
ALL’OSPEDALE DI GIOVANNI DI DIO
E DELLA SUA MORTE

 

Benché il buon Pietro Peccatore desiderasse di tanto in tanto esercitarsi a servire Gesù Cristo nei suoi poveri, tuttavia il suo principale desiderio e la sua gioia erano la solitudine e la quiete. E perciò alcune volte andava all’ospedale e poi se ne tornava sul monte.

Sembrandogli che a Siviglia fosse ormai molto conosciuto e quando lo vedevano gli rendessero maggiore onore di quanto la sua grande umiltà e il suo disprezzo del mondo potessero sopportare, decise di non tornarvi più. Affidato, pertanto, l’ospedale a un fratello chiamato Pietro Peccatore il piccolo, uomo di grande virtù e santità e di gran talento, il quale a Siviglia era molto stimato ed amato da tutto il popolo, si recò a Granata nell’ospedale di Giovanni di Dio, dove faceva quello che gli comandavano ed andava per le vie come a Siviglia, facendo le sue abituali esortazioni, scalzo e a capo scoperto, con i capelli lunghi, vestito di un semplice sacco di ruvido panno lungo fino ai piedi, e con un crocifisso in mano, sì che al solo vederlo compungeva e faceva riflettere ognuno, pronunziando le medesime parole e producendo lo stesso frutto, come aveva fatto in tutte le altre parti.

E da qui se ne andava alla montagna, come soleva fare, finché alcune persone da lui conosciute, esortandolo, gli consigliarono di stabilirsi del tutto nell’ospedale di Giovanni e prendervi l’abito, e ciò per la sua avanzata età, perché era molto vecchio, di quasi settant’anni, e non poteva più sopportare i rigori del monte, sia per il frutto che nella città apportava a tutti, poveri e ricchi.

E siccome non aveva volontà propria, egli ubbidì sembrandogli che non era poi un cattivo coronamento della vita eremitica, seguita fino allora, morire avendo emesso la professione e sotto l’ubbidienza. E perciò venne, prese l’abito e dopo alcuni giorni professò.

Alla casa giovò molto la sua buona vita, il suo esempio e quanto raccoglieva per i poveri, praticando egli i suoi abituali esercizi e procurando che in tutto venisse maggiormente onorato Dio.

Radunava nella piazza la gente oziosa e sbandata, e teneva loro alcuni discorsi così elevati e con tale spirito, che avrebbero avuto di che imparare anche persone di grande intelligenza e con molti anni di studio.

Aveva anche l’abitudine di alzarsi ogni giorno presto al mattino ed andare nelle piazze, nelle quali si radunavano i lavoratori dei campi per trovare lavoro, dove saliva sopra una tavola e, messosi in ginocchio, recitava loro tutta la dottrina cristiana con grande devozione, perché comprendeva bene che molti di quelli che vi si radunavano non la sapevano, e che, sentendola abitualmente, l’avrebbero appresa; e ne faceva perciò ripetere loro le formule.

Ordinariamente, per le piazze portava in mano una statua di Gesù bambino, molto bene adornata. Ed era sorprendente vedere con quanta riverenza e devozione la portava, non distogliendone gli occhi, né per la stanchezza, né per il prolungarsi del tempo, neppure per un momento. E, pur essendo grandetta e abbastanza pesante, non si stancava di portarla tutto il giorno nella stessa mano, senza passarla nell’altra, malgrado che egli fosse molto vecchio, sì da far meravigliare coloro che lo vedevano.

Tutti i venerdì portava una croce grande, in cui era dipinto Gesù crocifisso, del quale era molto devoto, e diceva molte belle cose in sua lode, tanto che, quando stava ancora sul monte, teneva una grande croce prima che si giungesse alla grotta, e quando vi si recava, dovendo passare sempre per dove stava la croce, vi si inginocchiava davanti e le rivolgeva molte affettuose parole e dolci espressioni, e si rallegrava con essa, come sant’Andrea quando venne portato ad essere crocifisso.

All’ospedale, si alzava a mezzanotte e andava in chiesa, si metteva in ginocchio e vi rimaneva fino al mattino in preghiera e in sacri canti dinanzi al Santissimo Sacramento, con gran devozione e santa semplicità, dicendo: «Chi mi separerà dal Crocifisso? Né il demonio, né quanto vi è nel creato», e cantando al Signore le sue strofe e il proprio amore. E, continuando a cantare, si alzava e ballava, e poi tornava a pregare. In questo modo passava la maggior parte delle notti nella dolce melodia della sua anima[69].

Lo stesso faceva in alcune feste principali, come a Pasqua e in altre di alcuni santi. Si alzava molto presto e si recava in chiesa, dove danzava davanti all’altare, cantando alcune strofe in lode della festa; poi si metteva in ginocchio e pregava e tornava a danzare con tanto fervore che commoveva i cuori di coloro che riuscivano a vederlo. Perché, come si è detto, faceva tutto questo con molto raccoglimento e senza badare a nessuno, come se si trovasse solo al mondo e non tra gli uomini: e perciò non mi meraviglio.

Il continuo trattare con Dio, infatti, gli aveva fatto acquistare tanta riverenza ed amore che, camminando sempre soltanto alla sua presenza, modesto e attento a quanto era dovuto al suo servizio, aveva perduto il senso di trovarsi tra gli uomini, e, perché non gli fossero di alcun impedimento a trattare con Dio, non teneva di essi più conto che delle pietre inanimate.

Anche nella piazza operava e pregava nello stesso modo, come se si trovasse chiuso nella propria cella.

Questa, certo, era cosa degna di molta considerazione e di molta ammirazione in lui, sì che quanti l’osservavano ne rimanevano meravigliati e lodavano il Signore per avergli concesso tale grazia e tal modo di vita edificante.

Era devotissimo del Santissimo Sacramento e, similmente, di nostra Signora.

Nei giorni del Corpus Domini, quando si trovava a Granata, messasi qualcosa sopra l’abito e in testa, usciva e andava davanti a nostro Signore, danzando e cantando durante tutta la processione. E, pur essendo così vecchio, non si stancava. Non sapendo, poi, in nessun modo ballare, era tanta la grazia e lo spirito con cui lo faceva, che la gente tralasciava tutte le altre manifestazioni festive e andava a vedere danzare Pietro Peccatore; e vi erano delle persone spirituali che dicevano di andare a vedere Pietro Peccatore per saziarsi di lacrime di devozione. Ed accadeva loro così perché faceva tanti salti davanti a nostro Signore e all’immagine di sua Madre, e diceva tali parole, che molto facilmente faceva prorompere in lacrime.

Giunto il tempo stabilito da nostro Signore per dare riposo al suo servo e premiarlo dei suoi servigi e delle sue fatiche, affinché si adempisse bene il consiglio che quelli gli avevano dato, cioè che era cosa buona finire i suoi giorni nell’ubbidienza, gli venne comandato di mettersi in cammino e andare a Madrid per trattare col Re di certi affari riguardanti la casa.

Egli ubbidì senza dir parola, benché gli recasse abbastanza disagio, sia perché era malato, poiché la vecchiaia da sola è una infermità, sia perché era assai nemico del frastuono e della Corte, per quanto gli fosse possibile. Ma, chinando il capo, si mise in cammino con un asinello, che il fratello maggiore gli comandò di portarsi. Però, per quanto poi si seppe, egli poco vi montò sopra, non avendone l’abitudine ed avendo camminato a piedi per tutta la sua vita. Anche nel mangiare, durante il viaggio, si trattò molto aspramente.

Arrivato a Madrid, perciò, andò a stare nell’ospedale dei suoi fratelli ed ivi, come forestiero, non volle prendere il cibo nel refettorio dei fratelli, ma consumava in un cantuccio alcuni pezzi di pane duro, che portava nella sporta, e con questo si sostentava.

Cominciò a trattare gli affari, ma venne colto da una febbre che gli durò alcuni giorni e lo affaticò.

Conoscendo che quella era la sua ultima malattia, lasciò la Corte e si recò a Mondéjar, che è vicino.

Qui si trovavano il conte e la contessa di Tendilla, i quali ora sono marchesi di Mondéjar, e tanto essi come i loro genitori e nonni sono stati sempre molto pii e buoni cristiani, e hanno avuto grande devozione per questa casa di Giovanni di Dio, beneficandola nel passato e al presente assai largamente con le loro elemosine[70]. Essendo stati essi per lungo tempo Capitani Generali di questo Regno di Granata, e attualmente sono Governatori di questa insigne fortezza dell’Alhambra, e vissuti sempre qui, conoscevano molto bene il buon Pietro Peccatore. Questi perciò si ritirò da loro per morirvi. Entrando in casa, si presentò ai marchesi, i quali si rallegrarono molto nel vederlo. Ed entrando disse loro: «Qui vengo a morire».

Aggravandosi il male, essi lo fecero mettere in un buon letto e si presero cura di lui con grande carità in tutto quello che era necessario, come delle loro stesse persone.

Egli, invece di far lamenti come fanno gli altri infermi, se fino a quel giorno cantava e diceva canzoni amorose a Dio, allora cominciò a farlo con maggiore dolcezza e amore, come il cigno che quando muore canta più dolcemente, e come colui che già vedeva con gli occhi l’adempimento del suoi desideri e giungere il giorno in cui avrebbe visto il suo amato Gesù.

Ricevuti i santi sacramenti con molte lacrime e devozione, la notte in cui morì rimasero soli con lui il marchese e la marchesa, per godere ancora, in quel poco tempo che rimaneva, della sua angelica conversazione e delle sue sante parole.

Egli cominciò a cantare ed esultare, battendo le dita com’era solito fare, cantando sante strofe, e subito dopo a dire molte volte: «Cogliete quei fiori, cogliete quei fiori», come colui che già vedeva i fiori, che la Sposa, nel Cantico dei Cantici, diceva essere apparsi nella nostra terra e che presto avrebbero dato i frutti, di cui godere nella beatitudine eterna. E dicendo queste parole, spirò e rese l’anima al suo Creatore[71].

Rimasero tutti tanto consolati nel vedere una simile morte, preceduta da una tal vita - il che è quello che più conta in quel momento - che ne rendevano molte grazie a nostro Signore.

Appena se ne diffuse la notizia tra la popolazione, molta gente accorse a vederlo ed onorarlo come santo e uomo di Dio. Anche i marchesi lo venerarono come tale e gli fecero fare le esequie con molta cura e molto onorevolmente.

Dopo averlo tenuto esposto per alcuni giorni nella chiesa, dove tutti potessero vederlo, il marchese dispose che si facesse una cassa di legno foderata di cuoio nero, e vi si mettesse il corpo.

E non volendo egli, per il grande amore che porta a questa casa e ai fratelli, privarli del corpo di questo santo uomo, ordinò ai suoi servitori di portarlo in questa casa, sopra una mula ben bardata a tale scopo.

E così lo portarono a Granata. E, benché si fosse nella stagione calda e vi fossero settanta leghe di cammino, giunse senza il minimo cattivo odore ed integro come quando morì: eppure era morto da quindici giorni.

Vi giunse a mezzanotte, e il fratello maggiore narrò che, quando quelli che lo portavano arrivarono all’ospedale, stando egli ancora sveglio nella sua cella, prima che essi bussassero alla porta, sentì un colpo così forte nel tetto della sua cella, che credette che stesse per crollare l’appartamento e la stanza. Uscito dalla cella per vedere che cosa potesse essere, non sentì nulla, e tutti stavano dormendo tranquillamente.

Improvvisamente senti bussare in gran fretta alla porta. Mandato qualcuno a vedere di che si trattasse, gli dissero che era arrivato il corpo di Pietro Peccatore, per cui conobbe che quel colpo poteva essere stato un preavviso di quanto stava per accadere nella casa.

Si alzarono subito, perciò, tutti quelli di casa e, con candele bianche, andarono a riceverlo e lo posero nella chiesa, con grande gioia.

Volendo essi fargli le esequie che si meritava una tale persona, l’arcivescovo non lo permise, per motivi da lui ritenuti giusti, ed ordinò che lo seppellissero subito.

Tuttavia, non poté farsi così segretamente senza che vi accorresse molta gente; e venne seppellito con gran devozione di tutti, poiché, vedendolo ancora integro dopo tanti giorni che era morto, davano lode a nostro Signore, il quale è glorificato nei suoi santi e vive in eterno. Amen.

                  

 

 

 



[1] L'anno 1538 è quello in cui Giovanni di Dio giunse a Granata. Il lungo periodo iniziale del Castro, tuttavia, è abbastanza oscuro.

[2] Mons. Gaspare de Avalo, dapprima vescovo di Guadix, fu arci­vescovo di Granata dal 22 gennaio 1528 al 29 marzo 1542, anno in cui fu trasferito a San Giacomo di Compostella. Venne creato cardi­nale da Paolo III il 19 dicembre 1544. Mori il 2 novembre 1545. Nella cattedra arcivescovile di Granata era successo a mons. Pietro Rami­rez de Alva, dell'Ordine di S. Girolamo, il quale, nominato arcive­scovo della medesima il 19 dicembre 1526, mori il 21 giugno 1528 (cfr. G. Van Gulik - C. Eubel Hierarchia Catholica medii et recentioris aevi - Sive Summorum Pontificum, S.R.E. Cardinalium, Ecclesiarum Antistitum Series, Münster 1923, vol. III, dal 1503 al 1600, ediz. II a cura di L. Schmitz-Kallenberg, pp. 204-205).

[3] Montemor-o-Novo, antica fortezza risalente al sec. XIII, sviluppatosi in piccola città nel sec. XVI, si trova nell'Alto Alentejo, a 110 km da Lisbona e a 28 da Evora: attualmente ha circa 13. 000 abitan­ti. Dei genitori di Giovanni si conosce solo il nome del padre: Andrea Cidade o Ciudad.

[4] Come e perché il piccolo Giovanni abbia abbandonato la casa paterna o sia stato tolto ai suoi genitori, per quante ipotesi siano state fatte, rimane sempre un mistero ancora senza una spiegazione plausibile. Eppure si tratta dell'episodio certamente più incisivo nella vita di Giovanni di Dio.

Oropesa, distante circa 300 km da Montemor, si trova nella Nuova Castiglia, in Provincia di Toledo.

Il Mayoral, ossia Capo, è Francesco Cid, soprintendente al bestia­me e al personale addetto, sotto la direzione di Francesco Vásquez, maggiordomo del conte di Oropesa don Francesco Alvarez de Toledo.

[5] Fuenterrabía, nei Pirenei, al confine con la Francia, fu presa dai francesi il 18 ottobre 1521 e riconquistata dagli spagnoli il 25 marzo 1524. Giovanni si arruolò nella primavera del 1523: aveva quindi 28 anni di età e non 22 come erroneamente dice il Castro.

[6] Non si sa chi sia la «persona generosa» che salvò Giovanni dalla pena capitale. Alcuni, seguendo l’affermazione di Lope de Vega (Comedia famosa de Juan de Dios y Antón -Martín), dicono che sia il giovane duca d’Alba don Fernando Alvarez de Toledo.

[7] Si tratta della seconda spedizione di Solimano II, avvenuta nel 1532, per la conquista di Vienna. Dopo l’occupazione di Buda, nel mese di luglio di detto anno, le truppe turche marciarono verso Vienna e l’assediarono, ma, subite diverse sconfitte, nel mese di settembre si ritirarono. Carlo V il 24 settembre fu accolto trionfalmente nella città e il 25 passò in rivista il suo esercito. Questa seconda volta, quindi, Giovanni si era fermato presso il Mayoral non quattro, come dice il Castro, ma circa otto anni.

[8] Il conte di Oropesa, seguito da Giovanni in Austria, non era don Francesco Alvarez, bensì suo figlio don Fernando, che nel 1546 successe al padre nella contea.

[9] Non si conosce il nome di questo vecchio zio di Giovanni. L’unico suo zio paterno, di cui si fa menzione nei Processi di beatificazione, è Bias Ciudad (cfr M. Gómez-Moreno, San Juan de Dios - Primicias históricas suyas, Madrid 1950, pp. 194-195).

[10] Il convento dei Francescani qui accennato si trova nella località denominata Xabregas, allora sobborgo di Lisbona.

[11] Alcuni suppongono che questa signora si chiamasse Eleonora de Zúñiga e che probabilmente fosse la madre del duca di Medina Sidonia (cfr. P. Raffaele Saucedo, La cronologia applicata nella vita di S. Giovanni di Dio, in «Vita ospedaliera», anno VIII, 1953, n. 5).

[12] Questo nobile cavaliere inviato in esilio dal Re di Portogallo Giovanni III, secondo una testimonianza nel Processo di beatificazione, sarebbe don Luigi de Almeida (cfr. Gómez-Moreno, op. cit. p. 199).

[13] Ceuta, città portuale del Marocco, appartenente allora fin dal 1415 al Portogallo, quando vi giunse Giovanni di Dio veniva fortificata per difenderla dai pirati. I lavori furono condotti negli anni 1536-1538 dal governatore Nuño Alvarez de Noronha.

[14] Nel testo spagnolo il Castro adopera, al plurale, la parola «cartillas», che ha diversi significati, tra cui: sillabario, trattato breve ed elementare, libretto per l’insegnamento dei primi elementi della dottrina cristiana. L'abbiamo tradotta «catechismo» - benché forse con poca esattezza - perché ci sembra più in armonia con tutto il contesto, come appare dal periodo che segue immediatamente dopo.

[15] Tenendo per certo, come si deduce dal capitolo primo, che Giovanni di Dio giunse a Granata nel 1538, il santo aveva allora 43 anni e non 46, come qui si dice.

[16] Porta Elvira era la più importante e più transitata porta di Granata fin dal tempo degli arabi. La piccola bottega di Giovanni di Dio si trovava poco dopo attraversata la porta, a sinistra nella lunga e stretta via Elvira. Nel secolo scorso fu trasformata in cappella e venne benedetta dall'arcivescovo di Granata mons. Benvenuto Monzón il 30 settembre 1880, come ricorda la lapide posta nella facciata.

[17] La festa liturgica di san Sebastiano si celebrava e si celebra ancora il 20 gennaio: si era quindi all'inizio del 1539. Il Romitorio dei Martiri - Ermita de los Mártires - già antico eremitaggio musulmano, era allora molto venerato nella città, e, fra l'altro, è rimasto celebre perché il re Ferdinando e la regina Isabella vi cantarono un solenne Te Deum di ringraziamento per la riconquista di Granata, avvenuta il 2 gennaio 1492, Ivi avvenne anche l'incontro dei Re Cattolici con Boabdil, ultimo Re dei Mori, prima che questi esulasse dal suo perduto Regno di Granata.

[18] Il celebre maestro Giovanni d'Avila, detto l'apostolo dell'Andalusia, padre e guida spirituale di Giovanni di Dio, nato nel 1499 in Almodóvar del Campo (Ciudad Real) e morto il 10 maggio 1569 a Montilla (Cordova), fu beatificato da Leone XIII nel 1894 e canonizzato da Paolo VI nel 1970. Dell'Avila ci rimangono tre lettere scritte a san Giovanni di Dio per guidarlo nella via della perfezione e nelle opere di carità, ma nessuna delle diverse che quest'ultimo scrisse a lui (cfr. L. Sala Balust e F. Martin Hernández, Obras completas del Santo Maestro Juan de Avila, vol. V, «Epistolario», Madrid, B.A.C., 1970, pp. 267-270, 518-520).

[19] La chiesa maggiore qui menzionata dovrebbe essere la bellissima cattedrale di Granata. Ma questa allora era in costruzione: la prima pietra fu posta il 25 marzo 1523, le fondamenta completate nel 1531 e le cappelle absidali nel 1540; ultimati i lavori nel 1559, venne inaugurata nel 1561. Molto probabilmente, perciò, si tratta della Cappella Reale, che è già una chiesa a sé, attigua e quasi unita alla cattedrale, aperta al culto fin dal 10 novembre 1521, dove si trovano gli splendidi sepolcri dei Re Cattolici Ferdinando e Isabella, con quelli di Filippo I e Giovanna.

[20] Piazza Bibarrambla è una bella e grande piazza, ma agli inizi del secolo XVI era molto più piccola, ed è l'antica Piazza Maggiore di Granata, dove si svolgevano tutte le celebrazioni, commemorazioni e feste della città, specialmente le più solenni, come quella del Corpus Domini.

[21] L'Ospedale Reale, grandioso e magnifico edificio quadrato con quattro chiostri, costruito per gli infermi poveri e abbandonati, venne iniziato dal re Ferdinando nel 1511, continuato e terminato dai suoi successori. Vi si conserva tuttora, trasformata in cappellina, la celletta in cui fu rinchiuso san Giovanni di Dio, ritenuto pazzo. Da non molti anni, non è più ospedale, ma un importante centro di studi e convegni culturali.

[22] Il Castro dice qui che Giovanni di Dio decise di lasciare l’Ospedale Reale «nel giorno delle undicimila vergini», ossia il 21 ottobre, festa liturgica di sant'Orsola, martirizzata a Colonia insieme a un numero imprecisato di altre vergini sotto la persecuzione di Diocleziano; giorno in cui sarebbe giunta a Granata la salma di Isabella, moglie di Carlo. La salma della giovane imperatrice, morta a Toledo il primo maggio 1539, però, giunse a Granata il 16 maggio. E siccome questo avvenimento, che fece tanta impressione nell'animo di Giovanni di Dio, è collegato con la sua decisione di uscire dall'ospedale, la data del 21 ottobre è un equivoco preso dal pur tanto diligente autore.

[23] Il santuario di Nostra Signora di Guadalupe con il monastero allora dei monaci girolomini, nella provincia di Cáceres in Estremadura, dista oltre 300 km da Granata.

[24] Secondo quanto è stato osservato nella prima nota, il pellegrinaggio di Giovanni di Dio sarebbe avvenuto non nel rigore dell'inverno», ma nei mesi caldi: continua l'equivoco sul 21 ottobre.

[25] A Baeza, nella provincia di Jaén in Andalusia, l'Avila allora dirigeva il Collegio della SS. Trinità, che nel 1542 venne elevato a Università.

[26] Probabilmente questo confessore e direttore spirituale è quel padre Portillo - di cui conosciamo solo il nome - che san Giovanni d'Avila, come egli stesso dice in una sua lettera, assegnò a san Giovanni di Dio per consigliarlo e dirigerlo in sua vece: «Mi avete dato molta consolazione nel dirmi di esservi attenuto bene all'accordo preso tra voi e me circa l'obbedienza a padre Portillo nel governo dei poveri… Se mi volete bene e volete obbedirmi, vi do in mia vece il padre Portillo: ciò che egli vi dirà, ve lo dico io; ciò che trattate con lui, lo trattate con me; e questo fino a quando piacerà a Dio che ci vediamo» (cfr. «Epistolario», cit., pp. 518-520).

[27] Il «birlimbao» era un gioco di abilità e scaltrezza, quasi da prestigiatore, e perciò anche d'azzardo, come quello, per esempio, delle tre carte.

[28] La casa presa in affitto da Giovanni di Dio si trova nella calle Lucena. sul portale d'ingresso nel 1896 il municipio di Granata pose una lapide, in cui si ricorda che «el insigne Padre de los pobres San Juan de Dios fundò en esta casa su primer hospital».

[29] Da un attento riscontro di quanto il Castro dice in questo capitolo circa il trasferimento dell'ospedale di Giovanni di Dio, con quanto afferrna nel capitolo XVI, in cui precisa che al Santo comprarono una casa »en la calle de los Goméles», dove egli trasferì i suoi poveri, sembrerebbe che Giovanni di Dio abbia trasferito due volte il suo ospedale: la prima volta, qualche tempo dopo la fondazione iniziale, «in un'altra casa più grande e spaziosa», forse nella stessa via Lucena o addirittura attigua alla prima; la seconda volta, in via Gomérez all'inizio del 1547. Nel Processo di beatificazione, infatti, si dice che in un primo tempo Giovanni di Dio cominciò a raccogliere i poveri nell'atrio della casa del nobile don Michele Venegas; che questi, in seguito, per lasciar libero detto atrio, gli diede una sua casa «accessoria», perché li raccogliesse ivi; e che da questa casa Giovanni poi trasferì i poveri nella casa di via Lucena (cfr. Gómez-Moreno, op. cit., pp. 208-209). Stando a ciò, il Santo ebbe successivamente tre edifici per i suoi poveri: la casa avuta dal Venegas, l'ospedale di via Lucena e l'ospedale di via Gomérez.

[30] Quest’uomo prudente e di buona vita» è certamente quel Giovanni d'Avila che Giovanni di Dio nomina più volte nelle lettere alla duchessa di Sessa, e che il Santo chiama confidenzialmente Angulo: «Io lo chiamo sempre Angulo, ma il suo vero nome è Giovanni d'Avila». Giovanni di Dio lo dice quasi sempre «mio compagno» ma non nel senso di discepolo e confratello, cioè di uno dei suoi primi cinque compagni di apostolato (Antón Martín, Pietro Velasco, Simone d'Avila, Domenico Piola e Giovanni García), perché, come scrive lo stesso Santo, quello era ammogliato. Fidandosi molto di lui, Giovanni di Dio lo inviava anche fuori di Granata per commissioni di fiducia. Nella citata opera di Gómez-Moreno vengono riportate le sei lettere che ci rimangono di S. Giovanni di Dio: una a Luigi Batista, due a Gutierre Lasso, tre a donna Maria de los Cobos y Mendoza, sposa di don Gonzalo di Cordova, duca di Sessa, pp. 129-162: per quanto si è detto sopra, cfr. pp. 156 e 159.

[31] Almagro: paese della provincia di Ciudad Real, distante circa 15 km. da questa città.

[32] Montril: piccola città di porto, nella Costa del Sole, ad una settantina di km. da Granata, alla cui Provincia appartiene. Forniva pece a Granata.

[33] Cfr. Cantico dei Cantici, 2, 4.

[34] Don Pietro Enríquez Afán de Ribera, marchese di Tarifa e duca di Alcalá, fu uno dei grandi benefattori di san Giovanni di Dio. Fu viceré di Napoli: 1559-1571.

[35] L'incendio dell'Ospedale Reale avvenne alle ore 11 del mercoledi 3 luglio 1549, otto mesi prima della morte di san Giovanni di Dio, come si legge in una nota contemporanea scritta nel libro dei battesimi della parrocchia di S. Giacomo di Granata, essendo Alcalde (Corregidor, dice il testo spagnolo, ossia Correttore) della città don Rodrigo Pacheco, marchese di Cerralbo, e Presidente in sede vacante l'Uditore Deza (cfr. Gómez-Moreno, op. cit., p. 164). Circa il significato di Corregidor, (cfr. cap. XXI, p. 109, nota 2).

[36] Come si è già accennato nella seconda nota del capitolo XII, san Giovanni di Dio trasferì il suo ospedale da via Lucena alla salita de los Goméles, che nella toponomastica attuale è detta Cuesta de Gomérez, all'inizio del 1547. La casa acquistata, e trasformata in ospedale, era un antico monastero di Carmelitane e si trovava quasi al termine della via, salendo a sinistra, vicino alla Puerta de las Granadas, magnifica porta eretta da Carlo V nel 1536, da dove comincia il bosco dell'Alhambra. All'ingresso di una piccola porta, col numero civico 41, che conduce ad un giardinetto, una scritta dice: Carmen de San Juan de Dios - Giardino di S. Giovanni di Dio - il giardino, cioè, dell'antico ospedale.

[37] Cioè: il Pater Noster, l’Ave Maria, il Credo e la Salve Regina.

[38] È don Gonzalo di Cordova, terzo duca di Sessa, sposo di donna Maria Mendoza de los Cobos, alla quale san Giovanni di Dio scrisse le tre lettere che ancora si conservano (cfr. cap. XIII, pp. 72-73, nota 1).

[39] Ossia: a Natale, Epifania, Pasqua e Pentecoste.

[40] Il viaggio di san Giovanni di Dio a Valladolid, a circa settecento chilometri da Granata percorsi tutti a piedi, avvenne con l'approvazione di san Giovanni d'Avila: «Mi sembra bene che andiate alla Corte a chiedere aiuto a quei signori di Castiglia, perché non abbiate ad indebitarvi tanto rimanendo costì» (cfr. «Epistolario» cit., p. 270). Il Santo vi si recò tra i mesi di aprile e maggio del 1548 e vi rimase fin verso la fine di novembre, cioè circa sette mesi: il Castro, invece, dice nove mesi (cfr. Saucedo, studio cit., I, in «Vita Ospedaliera», 1953, n. 2). Forse durante questo viaggio, in una breve sosta a Toledo, il Santo decise di fondarvi un ospedale, come apprendiamo da un testimonio oculare, il Vicario generale della diocesi, Biagio Ortiz, il quale, al foglio 144 della sua Summi Templi Tolentani per 92 graphica descriptio, pubblicata nel 1549, dice che l'anno precedente Giovanni di Dio era andato a Toledo, «per esplorare se gli animi dei cittadini fossero ben disposti verso i poveri e i bisognosi»; e poco dopo vi mandò il suo discepolo Fernando a fondarvi l'ospedale, che veniva chiamato: Ospedale di Fernando (cfr. G. Russotto, San Giovanni di Dio e il suo Ordine Ospedaliero, Roma 1969, vol. I, pp. 70-71, dove si riporta, tradotto in italiano, quanto scrive l'Ortiz).

[41] Antón Martín, primo discepolo di san Giovanni di Dio, nato verso il 1500 a Mira in provincia di Cuenca e morto a Madrid il 24 dicembre 1553, venuto a Granata per sollecitare la condanna a morte di Pietro Velasco, che aveva ucciso un suo fratello, conduceva una vita scandalosa, pur aiutando i poveri dell’ospedale di Giovanni di Dio. Verso la fine del 1546 si convertì per lo zelo del Santo, perdonò e fece liberare il Velasco, e tutti e due divennero i primi due ferventi compagni di Giovanni di Dio e le prime colonne dell'Ordine Ospedaliero.

[42] Il conte di Tendilla è don Iñigo de Mendoza. Capitano Generale del Regno di Granata, il quale, alla morte di suo padre don Luigi, gli successe nel marchesato di Mondéjar. Fu viceré di Napoli: 1575-1579.

[43] Donna Maria de Mendoza e Sarmiento, dei conti di Rivadavía, qui nominata, e don Francesco de los Cobos e Molina, il quale era morto l'11 maggio 1547, sono i genitori di donna Maria de Mendoza, duchessa di Sessa, menzionata nella nota terza.

[44] Il marchese di Mondéjar, come si è detto nella nota settima, è don Luigi Hurtado de Mendoza e Pacheco, padre di don Iñigo.

[45] Il testo spagnolo, nel linguaggio del tempo, dice: «un capote de jerga y unos zaragüelles de frisa». La jerga era una tela grossolana suppergiù come il tessuto grigio dei sacchi.

[46] Questo episodio, cosi importante nella vita di san Giovanni di Dio e dei suoi primi discepoli, va collocato non oltre il mese di dicembre 1539. Monsignor Sebastiano Ramírez de Fuenleal, uomo di grandi virtù e benemerenze apostoliche e sociali, nato a Villaescusa de Haro nella provincia di Cuenca, fu prima inquisitore a Siviglia, poi fino al 1524 uditore della Reale Cancelleria (tribunale supremo) di Granata; dal 1524 vescovo di San Domingo e contemporaneamente presidente della medesima isola e dell'isola di Giamaica; dal 1530 presidente della Reale Udienza (tribunale) del Messico; dal 1531 presidente, con poteri vicereali, del Messico; dal 1538 vescovo di Tuy (provincia di Pontevedra, in Galizia) e presidente della Reale Cancelleria di Granata; dal 28 gennaio 1540 vescovo di León; dal 15 luglio 1542 vescovo di Cuenca e presidente della Reale Udienza di Valladolid. Morì il 22 gennaio 1547 (per tutti questi dati, cfr. Saucedo, studio cit., V, in «Vita Ospedaliera», anno IX, 1954, n. 1).

[47] L'originale spagnolo dice: «un cossete y unos calzones de buriel y un capote de sayal encima».

[48] Il fiume Genil scende dalla Sierra Nevada, dove nasce, lambisce a valle la parte meridionale di Granata, riceve le acque del Darro, che attraversano coperte le vie della città, e va a finire nel Guadalquivir.

[49] Mons. Pietro Guerrero, del clero di Calahorra, fu arcivescovo di Granata dal 28 ottobre 1546 fino alla morte, 2 aprile 1576. Partecipò al Concilio di Trento negli anni 1551-1552 e 1562 1563, svolgendovi notevole attività (cfr. «Hierarchia Catholica», vol. e pp. cit.; L. Pastor, Storia dei Papi, Roma 1928, vol. VII, pp. 191-263, passim). Nell'arcivescovato di Granata era successo a mons. Ferdinando Niño, il quale trasferito dalla sede vescovile di Orense, era stato nominato arcivescovo di Granata il 29 marzo 1542, quando cioè mons. Gaspare de Avalo fu trasferito a Compostella (cfr. cap. I, p. 31, nota 2), e vi rimase fino a quando venne nominato Patriarca delle Indie Occidentali l'8 ottobre 1546: morì nel 1552 (cfr. «Hierarchia Catholica», cit.).

[50] Ventiquattro: titolo che si dava in Spagna a ciascuno dei 24 assessori dell'amministrazione municipale di alcune città.

[51] La casa, attualmente archivio interprovinciale dell'Ordine Ospedaliero in Spagna, si trova nella parte settentrionale della città, al termine della stretta e corta calle de Pisas, all'altezza di piazza Sant'Anna e all'inizio della strada in salita che costeggia il Darro, ivi sco­perto (Carrera del Darro). Comunemente viene chiamata «Casa del transito».

[52] La stanza dove morì san Giovanni di Dio, sobriamente ritoccata, è stata riportata com'era al tempo del Santo: letto, tavolo, finestra. Una moderna statua di legno lo raffigura morto in ginocchio con una piccola croce in mano. Nella parete destra vi è un altare, con un magnifico trittico per pala - al centro Gesù crocifisso, ai lati in ginocchio Maria e Giovanni evangelista - di scuola ispano-fiamminga del sec. XVI.

[53] Marchese di Tarifa, cioè don Pietro Enríquez Afán de Ribera; marchese di Cerralbo, ossia don Rodrigo Pacheco (cfr. capitolo XIV, p. 108, nota 2; p. 111, nota 3).

[54] Abbiamo tradotto Alcade il termine spagnolo Correiador, perché più comprensibile al lettore moderno. In Spagna veniva chiamato Corregidor il magistrato, di libera nomina regia, che presiedeva il Comune di alcune città importanti ed esercitava pressappoco le funzioni degli attuali nostri questori, pretori e sindaci, riunite nella stessa persona. L’Alcade qui menzionato, che dirigeva il corteo funebre, dovrebbe essere il suddetto marchese di Cerralbo, il quale, come si è visto, ricopriva già tale carica quando si incendiò l’Ospedale Reale di Granata, 3 luglio 1549, cioè otto mesi prima (cfr. cap. XIV, p. 111, nota 3).

[55] «Vecchi cristiani» venivano allora chiamati i cristiani discendenti da antica famiglia cristiana; «moreschi», invece, i mori che, rimasti in Spagna dopo la riconquista da parte dei Re Cattolici, si fecero cristiani.

[56] La chiesa e il convento di Nostra Signora della Vittoria, risalenti all’inizio del sec. XVI, si trovavano tra le attuali salita della Vittoria (cuesta de la Vitoria) e la salita del Chapiz. Sulla loro area sorgono alcuni edifici moderni, uno dei quali è l’orfanotrofio Bermúdez de Castro.

[57] Generale dei Minimi era allora il francese P. Simone Guichard, quindicesimo Generale dell’Ordine (maggio 1547-maggio 1550), uomo di grande virtù e talento. A motivo del suo ufficio, egli partecipò al Concilio di Trento, allorché le Sessioni furono trasferite a Bologna (1547-1549), stimato e ammirato dai Padri Conciliari (cfr. P. Giuseppe Maria Roberti, Disegno dell’Ordine de’ Minimi - Dalla morte del Santo Istitutore fino ai nostri tempi (1507-1902), Roma, Tipogr. Poliglotta de Propaganda Fide, 1902, vol. I, pp. 128-129, 277-281).

[58] Il 28 novembre 1664 il corpo di san Giovanni di Dio venne trasferito dalla chiesa dei Minimi in quella dell’ospedale dei suoi religiosi. Da quando, nella prima metà del sec. XVIII, venne costruita l’attuale bellissima chiesa al posto della precedente, le reliquie del Santo si conservano nella splendida urna - opera dell’argentiere Miguel Guzmán - che domina dall’alto del Camarín, ossia della cappella al di sopra dell’altare maggiore. Nel 1916 la chiesa fu eretta a Basilica Minore.

[59] Cfr. cap. XVI, p. 122, nota 6.

[60] Il trasferimento dei malati dall'ospedale della salita Gomérez al nuovo, situato nella parte occidentale della città, nell'attuale calle San Juan de Dios, avvenne in forma solenne il 24 gennaio 1552. L'ospedale, poi completato e in seguito ingrandito, dal secolo scorso non appartiene più all'Ordine Ospedaliero, bensì allo Stato. Fra questo ospedale e l'Asilo San Raffaele fondato nel 1887 da P. Benedetto Menni e destinato a forme ortopediche, si trova la Basilica di S. Giovanni di Dio, menzionata nella sesta nota al capitolo precedente.

[61] I «frati», di cui qui si parla, sono i girolomini; i «fratelli», i Fatebenefratelli.

[62] Il «rettore» era il padre spirituale - ora diremmo cappellano - dell'ospedale di Giovanni di Dio, e il delegato dell’arcivescovo di Granata per il medesimo, com'era precisamente il maestro Francesco de Castro.

[63] Le costituzioni, di cui qui si parla, sono certamente quelle ordinate dall'arcivescovo di Granata, mons. Giovanni Méndez de Salvatierra, e pubblicate nel 1585, Regla y Constituciones para el Hospital de Ioan de Dios desta ciudad de Granada (cfr. Russotto, op. cit.., vol. I, pp. 214-217). Il Castro si era proposto di riportarle alla fine della Historia, ma a sua madre, come abbiamo visto nell'introduzione, non fu dato il permesso di riportarvele. Monsignor Méndez, grande teologo, da canonico di Cuenca fu nominato arcivescovo di Granata l’11 settembre 1577, succedendo a mons. Pietro Guerrero (cfr. cap. XX, p. 102, nota 2). Morì il 24 maggio 1588 (cfr. «Hierarchia Catholica», vol. e pp. cit.).

[64] È Fra Giovanni Marino.

[65] Cioè dedicato ai lebbrosi.

[66] Benché allora i fatti fossero abbastanza recenti, data la lontananza, il Castro cade in alcuni equivoci. A Napoli nel 1572, dopo la Vittoria di Lepanto, o circa l'anno 1574, come precisa l'edizione della biografia di S. Giovanni di Dio tradotta dal Bordini, stampata in detta città nel 1588, i Fatebenefratelli fondarono, a Chiaia, il piccolo ospedale di S. Maria della Vittoria, ma «nel mese d'aprile 1586 se ne scesero a Santa Maria d'Agnone, [dal dove per l'aere non così perfetto si partirono nel principio di Settembre l'anno 1587, con la gratia di Dio diedero principio ad un altro hospedale fra il seggio di Capuana e la Vicaria, detto santa Maria della Pace» (pp. 123-124). A Roma nel 1581 fondarono in Piazza di Pietra un piccolo ospedale, che nel 1584 trasferirono all'Isola Tiberina, fondandovi l'attuale Ospedale di San Giovanni Calibita. Emanata il 1° gennaio 1572 da san Pio V la menzionata Bolla che comincia con le parole Licet ex debito, Pietro Soriano e Sebastiano Arias si recarono a Napoli: il primo vi si fermò per l'accennata fondazione, il secondo di là portò la Bolla in Spagna (cfr. Russotto, op. e vol. cit., pp. 116-118, 121-123). Il Castro riporta la Bolla, tradotta in lingua spagnola, nel capitolo XXVI ed ultimo di questa Historia.

[67] Giacomo Savelli, nato a Roma nel 1532, fu nominato Cardinale Vicario da Pio IV nel 1560 e continuò ad esserlo durante i pontificati di Pio V, Gregorio XIII e Sisto V. Morì a Roma nel 1578.

[68] Nombre de Dios: città del Panamà.

[69]In quei secoli e anche in tempi meno remoti, specialmente in Spagna, la pietà cristiana sovente veniva rnanifestata sia da singoli che da gruppi, particolarmente di fanciulli, con pie movenze o sacre danze soprattutto davanti alla SS. Eucaristia. Al popolo cristiano, allora, non destava meraviglia, bensì commozione ed edificazione.

[70]Cfr. cap. XVI, pp. 86-87, nota 7 e 9.

[71]Secondo altre fonti posteriori al Castro, di Pietro Peccatore si hanno i dati che seguono. 1500: nasce a Obrique (Malaga); 1518: si ritira sopra un monte vicino a Malaga, poi nelle montagne di Ronda; 1540: si reca a Roma; 1543: fonda a Siviglia l’ospedale delle Tavole, e in anni successivi ospedali anche in Antequera, Malaga, Arcos de la Frontera, Ronda; 1570: va a Granata, prende l’abito dei Fatebenefratelli ed emette la professione religiosa; poi, autorizzato dall’arcivescovo di Granata, va a dare l’abito e la professione ai suoi discepoli dei cinque ospedali da lui fondati, aggregando anche loro al nuovo Istituto di Giovanni di Dio (cfr. P. Fr. Juan Santos, Chronoloqia hospitalaria, y resumen historical de la Sagrada Religión del glorioso Patriarca San Juan de Dios, Madrid 1716, vol. II, pp. 3 13).

 
 

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